sabato 26 ottobre 2013

Riccardo Cocciante - Riccardo Cocciante


Il fantastico connubio tra parole e musica ha sempre affascinato un po’ tutti. Ci sono delle collaborazioni musicali dove un testo diventa eccellente proprio grazie alla sua integrazione con il pezzo musicale abbinato, tanto da crearne un binomio inscindibile.

Penso che sia per questo che ci si ritrova a canticchiare delle canzoni cosi’ per caso in un posto qualsiasi ricordandosi non solo la perfetta intonazione delle melodie ma anche tutte le esatte parole, addirittura dopo decenni dall’ultima volta che le hai sentite.

Certo è anche necessario che il momento in cui si ascoltavano con maggiore frequenza sia stato particolarmente importante: non sto a dilungarmi sulla relativa importanza in quanto su questo mi sono gia’ espresso nel precedente intervento su questo blog.

E’ nel periodo della mia vita dove stavo lasciando dietro le spalle i miei giocattoli, le mie letture adolescenziali durante il quale gli affetti e i sentimenti stavano per essere travolti da un uragano, che ho fatto conoscenza con la musica di Riccardo Cocciante.

Sono state le sue canzoni che mi hanno aiutato a capire cio’ che all’epoca mi stava succedendo: la solitudine che in quel periodo mi attanagliava, i nuovi desideri che facevano capolino nel mio essere e nella mia anima potevano avere una spiegazione nelle sue stupende canzoni. Grazie a esse capivo che quel bambino che stava per diventare grande aveva delle emozioni con un senso.

Azzardo a dire che le domande esistenziali che chiunque nella sua vita si è posto possono trovare risposta nei suoi primi album, i prime sette, che guarda caso coincidono proprio con la collaborazione artistica con i grandi Paolo Cassella e Marco Luberti:
1972 Mu
1973 Poesia
1974 Anima
1975 L'alba
1976 Concerto per Margherita
1978 Riccardo Cocciante
1979 ... E io canto

Il desiderio verso la persona amata corrisposto o meno, il suo distacco, la solitudine, l’amore verso le piccole cose, l’amicizia non sono forse queste le cose piu’ belle della vita?

Provate a prendere un LP a caso fra i magnifici sette sopra citati e potrete rigustare quelle magiche sensazioni fatte di tormenti e passioni: provare per credere.

Chi scegliere fra questi per portarsi dietro in un isola deserta? Ovvio! Quello che secondo la critica musicale fra di loro è il meno attraente e che viceversa, per me,  è forse il migliore. Questo a dimostrazione che i sentimenti che si prova nell’ascoltare Riccardo Cocciante sono soggettivi. Quindi via libera all’LP che vede come titolo proprio il suo nome, ed è giusto che sia cosi’ per le emozioni particolari che è riuscito a trasmettermi dal 1978 data della sua uscita.

L’album inizia con Notturno una poesia messa in musica che Riccardo Cocciante amalgama magistralmente , come del resto ci riesce in gran parte dei pezzi della sua enorme discografia: la voce che regala alle strofe che canta si lascia spesso andare a dei passaggi in un crescendo progressivo in cui dimostra le sue grandi capacita’ di vocalizzazione.

Stupida commedia è il secondo brano che, al contrario del primo, offre un cantante perduto volutamente in una rassegnata interpretazione, utile a trasmettere quanto sia difficile portare avanti un rapporto sentimentale in cui si crede.

Colsi una rosa, una specie di madrigale eseguito con un gusto sopraffino riadattato alla musica dei giorni nostri. Anche in questo caso Riccardo Cocciante dimostra che le emozioni possono essere interpretate nei modi piu’ disparati, riuscendo a non smarrire, in questa atipica interpretazione, il significato della propria musica.

Un amore è capace anche di trasformarti e di renderti l’uomo piu’ felice della terra. Capita pero’ che non si riesca a fare capire al proprio amore quanto veramente gli si vuole bene, e allora ci si puo’affidare anche a Storie: grazie a queste si puo’ riuscire a dimostrargli la sua immensita’, come del resto ci è riuscito Riccardo Cocciante in questa straordinaria canzone. Ascoltatela se non lo avete ancora fatto e poi mi ringrazierete.

Una vita che si evolve e un amore che cambia perche’ è la vita che ci cambia: e’ la spiegazione che Riccardo Cocciante da' alla persona amata: A mano a mano, col passare del tempo, solo la forza dell’amore potra’ riuscire a rinsaldare un legame in crisi.

Voglio poi concludere con due pezzi che ogni qual volta ascolto provo sensazioni uniche:
Tornero’ , commovente come non mai. Non so quante volte l’ho cantata nei momenti piu’ tristi. Il desiderio di tornare a un affetto e’ espresso in questa canzone con delle parole stupende, con la solita fantastica musica, per non parlare della struggente mai troppo ascoltata Non andartene via: 124 secondi che nel mio iPod saranno per lei sempre disponibili:

Non andartene via
Neanche solo una notte
Troppo fredda la notte
Se non dormi con me

Non andartene via
Anche se per un’ora
Sembra eterna quell’ora
Se non sei qui con me

Leggi questa poesia
dice che tu sei mia
Parla della follia
che io sento per te

Non andartene via
Neanche solo un istante
Da solo un instante
Morirei senza te





Dal blog Trentatre
Riccardo Cocciante - Riccardo Cocciante
Gomitolo


sabato 21 settembre 2013

I personaggi di Infinite Jest - D.F. Wallace


Per seguire Infinite Jest non ci si può affidare a un unico intreccio. Ma se per voi ciò è
questione vitale, allora ricorrete a una filiera a cui agganciare tante storie da seguire in parallelo con tutta l'attenzione possibile.

Ma questo, non è un aiuto! 

Secondo me il trucco per godersi al meglio questo libro è l'opposto: non aggrapparsi a trame e sotto trame, e farsi guidare dall'espressività dei personaggi e considerare le storie di cui fanno parte il mezzo e non il fine. 

Magari utilizzando un po' di chiavi di lettura alle quali ricorrere ogni qual volta se ne presenterà l'esigenza.

Non volendo tediare nessuno a far la conta di quante ce n'è nel mio mazzo, la faccio breve descrivendone una sola (magari in futuro ne presenterò un altra, chissa'), quella che secondo me è la più bella e funzionale: l'uso del linguaggio dei personaggi. 
Fateci caso,  se ciò è specifico e funzionale alle storie che F.Wallace intende raccontare.

Un esempio pratico lo trovate nel  capitolo a pag. 153 dal titolo 30 Aprile - ANNO DEL PANNOLONE PER ADULTI DEPEND.

Roba trita, gente! Tre personaggi fantastici: C, Povero Tony, il Vostro, vanno in giro a rapinar gente, non senza prima averli pestati bene, bene:
nei personaggi di F. Wallace, il  farsi di droga  è sempre e comunque un bel filo  della nostra filiera a cui agganciarsi.


I personaggi vanno seguiti in apnea, e per imporre a noi lettori di metterci a correre con loro, Foster Wallace si affida allo  "slang" de "il Vostro"( l' "Io" narrante che descrive la storia),  e una punteggiatura quasi inesistente. Una gustosa corsa continua, che  si concludera' solo quando i soldi estorti a chi incontrano per strada, prima fermati e poi pestati, arriveranno a essere nella misura giusta per ottenere da Wo, uno spacciatore cinese, la tanto sospirata dose per farsi.

Il linguaggio più che diretto del personaggio narrante, il ritmo frenetico della corsa di quei tre, la sensazioni di disagio che si avverte quando si realizza ciò che effettivamente gli succede, non fa in tempo ad amareggiarci perché troppo divertiti dall'impianto narrativo adottato da F.Wallace. 

Per rendere l'idea ricorro a una equazione da usare con le giuste proporzioni: Quentin Tarantino sta a Pul Fiction come F.Wallace a questo capitolo.
Tutti e due si affidano alla capacità espressiva dei loro personaggi per far intendere a chi gli segue tutta la loro forza espressiva, e tutti e due gli artisti, nelle loro due opere migliori, ce la fanno, eccome se ce la fanno!



INFINITE JEST - David Foster Fallace
Edizione Einaudi
Pagina 153

lunedì 19 agosto 2013

Come leggere un libro



Quando era un pischello non ero un grafomane come oggi; figuriamoci se poi allora avrei avuto voglia di scrivere su un libro. 



In quel momento con lui avevo un rapporto virginale. Un po' come un ragazzo innamorato della propria ragazza, fino ad adorarla, ne rimanda al più tardi l'atto d'amore per paura di farle male.



Troppo audace questo azzardo? Può darsi. Ma da adolescente, quando giá dalla prime pagine di un libro ne scoprivo i segreti fino a farmi completamente irretire, invece di andare oltre e divorarlo, facevo un passo indietro. Stavo attento a non sforzarne la costola quando ne giravo le pagine, figuriamoci inumidirsi le dita per voltarle! 
Quando poi lo portavo dietro con me nello zaino, lo avvolgevo col massimo zelo in un sacchetto per evitare che si piegasse andando in giro; e se una pagina involontariamente si piegava, il mio umore di colpo cambiava al peggio, maledicendo la mia sbadataggine.

Ne sono una riprova i miei tanti libri di letteratura russa raggruppati insieme nella mia libreria e che in gioventù ho divorato: tutti arciletti, ma al di la' della copertina un po' ingiallita, ahimè  segno inequivocabile del passare del tempo, all'interno sono rimasti tutti quasi intonsi.



Questo periodo virginale è durato fino a quando una decina di anni fa ho deciso di sostenere  un corso di scrittura creativa per alleggerire il mio modo di scrivere, allora troppo analitico a causa del mio lavoro di analista software svolto per tanto tempo.

Il risultato ê stato dirompente. Non solo ho raggiunto il mio obiettivo sul lavoro: i miei scritti non sono più soporiferi, ma addirittura hanno preso vita. Ho preso a scrivere persino racconti e romanzetti. 

È un po' come se quella ragazza di cui si è pazzamente innamorati fino all'adorazione si sia fatta avanti e mi abbia fatto scoprire le gioie dell'amore. E si sa come succede in questi casi: una volta scoperto si vorrebbe poi far sempre.

A me è successa la stessa cosa con lo scrivere. E sui libri è ancora più bello!  Scarabocchiarci sopra; cerchiare le parole chiave; scrivere i commenti accanto; annotarsi appunti dal significato a secondo del colore un po' da tutte le parti con matite, e solo matite ovviamente; usare segni convenzionali
accanto se la frase ti è o meno piaciuta, insomma stropicciarlo un po' sopra, be' è cosa che faccio con gusto  e mi dispiace di aver scoperto tardi questo tipo di approccio.

Di seguito riporto un commento di un paio di scrittori  che la pensa un po' come me, della serie i matti non viaggiano mai da soli. Buona lettura!


Questo testo è stato scritto originariamente da Mortimer Adler nel 1940 e rivisto da Charles Van Doren nel 1972. E appare nel loro bellissimo COME LEGGERE UN LIBRO


"Quando si acquista un libro, si stabilisce un diritto di proprietà su esso.  Si fa coi  in vestiti o mobili quando  si comprano. Ma l'atto di acquisto è in realtà solo il preludio al possesso, nel caso di un libro. La piena proprietà di un libro avviene solo quando ci si scrive sopra.

Perché scrivi su un libro indispensabile per la lettura? In primo luogo, ti tiene sveglio - non solo cosciente, ma completamente sveglio.

In secondo luogo, la lettura  è il pensiero che si esprime in  parole  parlate o scritte. Scrivere, per chi  sa quello che si pensa, ma non si sa esprimerlo se non in questo modo.

In terzo luogo, scrivendo le vostre reazioni in basso ti aiuta a ricordare il pensiero dell'autore.

La lettura di un libro dovrebbe essere una conversazione tra te e l'autore. Presumibilmente egli sa di più sull'argomento di te, se non, probabilmente non dovrebbe essere fastidio con il suo libro. Ma la comprensione è una operazione a due vie; lo studente deve mettere in discussione se stesso e mettere in discussione l'insegnante, una volta che capisce ciò che l'insegnante sta dicendo. Scrivere su un libro è letteralmente l'espressione delle vostre differenze o le convenzioni con l'autore. E 'il più alto rispetto che si può pagare. "



Racconti - Gomitolo

giovedì 4 luglio 2013

LA LAVANDERIA



Vai a capì quello che sta ar Quirinale 
che invece di sta in panciolle
a nun fa niente,

s’è messo a lavà li panni della gente,
 se dice che nun lavi pure male...


se quarcuno ci ha una  macchia che non va:
qualcosa zozza, sporca da lavare  
che so: una riforma anticostituzionale
quello una lavata gliela da…

L’artro giorno c’è andato Slvio  er presidente,
che dopo le condanne  pe' le vacche,

aveva bisogno che gli lavasse le sentenze
che je  togliesse una ad una le sue macchie.


Che voi che fosse: ja fattoer prelavaggio
 e in quattro mosse l'ha tornato novo

bello e pimpante, cor doppio candeggio , 
l’ha tornato  bianco e lustro come un ovo.


Dicono che nun lo vonno licenzià,
il lavatore che sta ar Quirinale…
n’artro mandato forse se lo fa

che in  questa Italia c’è tanto da lavare…


scintille politiche- billa

sabato 29 giugno 2013

Desiderio di scrivere


Una cosa che mi riesce meglio di parlare è scrivere.
Parlando uso parole che mi tornano comodo più per convincere che per esprimermi.
Scrivendo ciò non mi succede.

In questo caso mi impongo parole semplici, mai complesse.
Producono per me un effetto maggiore dell'uso del grassetto in Word per rimarcare concetti importanti.

Tante semplici parole che accostate le une alle altre producono un ancora di salvezza per la mia vita, facendo di me una parvenza di uomo razionale e per gli altri, spero, uno almeno credibile.

Attestare ciò che si vuol dire con lo scrivere è sinonimo di forza e decisione. Almeno io la penso così.

In arte ciò è iconograficamente difficile da dimostrare, ma io ci voglio ugualmente provare. 

A dimostrazione della fierezza che si prova nel sentire il desiderio di scrivere, porto come esempio una statuetta di 53,7 centimetri, creata nel 2600-2.350 a.C. A Saqqara, in Egitto, ma non si sa creata da chi.

Per vederla occorre percorrere da Firenze circa 1.550 chilometri e recarsi in un uno dei posti più suggestivi del mondo: la città è Parigi; il posto è il Louvre.

Sto parlando dello Scriba, ovviamente.

Un opera importante se non quanto la Gioconda, anch’essa presente in quello stupendo museo.

L’espressione attenta e realistica di quell'opera è spesso presente nella mia mente quando scrivo. Mi piace ricordarla quando alla fine di un capoverso cerco di riflettere su quanto scritto. E quando riesco a trovare la parola semplice in sostituzione di un girigogolo di frasi per esprimere un concetto, soddisfatto, me ne impongo l'uso.

Penso che chi ha creato quella statuetta sapeva bene che quello sguardo doveva essere creato importante: quarzo bianco per la carne, cristallo di rocca per l’iride, ebano per le pupille, tutto incastonato in rame.

Le sfaccettature diverse di come la pietra è stata dipinta; il rotolo di papiro sulle ginocchia; la mano che regge il calamaio lo rendono attivo mentre cerca di registrare i dettami di qualche personaggio importante, come del resto lo era l’incarico che lo scriba rivestiva nell’amministrazione egizia e nella vita religiosa.

Dimostrazione dell’importanza del suo ruolo l’ho potuto verificare anche nel museo egizio vicino a casa mia. Qui esiste una raffigurazione di scriba all'opera.
Anche loro  impugnano con una mano  le loro tavolette di legno con incavi per gli inchiostri , sulle quali è appoggiato l’immancabile foglio di papiro, e con l’altra tengono saldo il calamo con cui scrivono. E anche questa è un opera che risale a più di 3.000 anni fa.

Stesse gesta, stesse attività, stessa importanza data a ciò che stanno facendo.


Scrivere è importante. 
Tramandare è importante.
Ricordare lo è ancora di più.
Riscoprire,  è anche bello. Andare a rileggere, per riappropriarsi di prove tangibili del ricordo.

E  non aver paura di dimenticare, certi che uno scritto è li pronto a sopperire alle debolezze della mente.



Ancora quegli occhi mi ritornano in mente per celebrare una volta di più che è bello vivere, e scrivere, e leggere. Quegli occhi rimangono la consacrazione di tutto ciò.

Concedetemi  un ultima personale disgressione. Quando vidi la prima volta lo Scriba (sono ritornato più volte al Louvre e mi sono sempre soffermato più del solito a lui  davanti, quasi fosse un doveroso rito), dicevo la prima volta, lessi in una guida una cosa che mi colpì molto, non tanto che scrivevano da destra verso sinistra, ma che erano maniacali, un po’ come me.

Viaggiavano sempre portandosi  con se un astuccio di legno nel quale deponevano inchiostri, il pezzo di giunco usato come calamo, insieme al papiro, un mezzo su cui scrivere usato fino al XII secolo d.C. anche dopo l’approdo dell’uso della pergamena.

Mi sorprendo spesso a ridere quando faccio la valigia per andare in vacanza o in trasferta per lavoro: in essa non manca di finire il mio quaderno di appunti e il mio astuccio con tante matite e pennarelli colorati proprio come con le loro preziose cose facevano i miei Scriba.


Racconti d'arte - Gomitolo 




venerdì 21 giugno 2013

ALLERGIA







Getto la tovaglia sulla tavola e corro fuori a riprendere fiato:
-   Odio la primavera, odio i fiori, i pollini le api e tutto il resto! -mormoro  sottovoce mentre soffio con forza dalle narici, sperando che ciò che le ostruisce venga espulso  al più presto, ma niente da fare. Rrientro col peso e il fastidio dentro e mi rimetto al lavoro il più lontano possibile dalla finestra.


- Mirabelle è solo un raffreddore!- sussurra mia sorella scuotendo la testa.Cerco di non badarle e di non risponderle. Prejndo fra le braccia la tovaglia e infilo l’ago

-          Io penso, - Sbotta a un tratto lei.
-          che se tu fossi un po’ più calma, non ci baderesti neanche. -  ingoio la saliva e la rabbia fingendo di non sentire
-          Dopotutto un raffreddore è solo un raffreddore- si sospende su quella frase per darle enfasi e riprende

-          Lo diceva la mamma, Sharla è  un bel fiore di primavera, raggiante e fresca come una viola, Mirabelle, invece,  è così brutta e assomiglia a un cactus!-  scoppia a ridere di colpo come fa lei,  la detesto.

La storia che  mia sorella si ostina a raccontare, a modo suo, è completamente diversa ma non  reagisco non oggi.
-          Cactus vieni un po’ qua vicino a me, senti che teporino.- balbetta ancora  quella mentecatta di Sharla mettendo le braccia fuori dalla portafinestra

Risponde un mio starnuto uscito da solo. Mia sorella lo sente e si diverte un sacco.

-         Mirabelle vieni, dai, chiudo la finestra se vuoi.- non le bado.
-         Mirabelle?? –   riprende petulante.
-         Portami un po’ di ciclamino. – Capisco al volo e cerco nel paniere  la matassa di cotone mi alzo e glielo porto.

Lei allunga il braccio e io le porgo la matassa ma a un tratto mi tira in faccia delle margherite appena strappate dagli steli,,  odio i suoi scherzi ….



Riallungo il passo verso la mia postazione mentre lei strilla dal ridere: singhiozza e mi guarda mentre con le mani si comprime la bocca; distolgo lo sguardo da lei e mi rimetto a sedere.
Sharla è così, poverina, :una demente, una  donna anziana che si comporta come una bambina.


-          Mirabelle? – continua a chiamare ma non le rispondo
-          Mirabelle, dai facciamo pace …-
Non mi scomodo a risponderle e mi concentro sul lavoro.


Io e Sharla e  siamo due ricamatrici molto note nella nostra città  e abbiamo sempre un sacco di lavoro.
Questa è la stagione delle tovaglie,  ce ne ordinano di tutti i tipi , con decorazioni che rimandano alla pasqua che sta per arrivare.

-          Mirabelle?- Sbraita di nuovo Sharla, alzando la voce e distogliendomi dai miei pensieri,
-          Dimmi. – articolo dopo alcuni minuti.
-          Stai ancora male?- fa la voce da bambina piccola usando il falsetto.
-          No, sto meglio … - sussurro fra i denti, mentendole e cercando d’ignorare l’ostruzione che oltre al naso mi  provoca un forte dolore fronte e alla mascella


-          Allora perché non metti su un po’ di te al tiglio, sono le cinque! –  mi alzo di scatto come se la mia sedia fosse foderata di spilli, raggiungo la cucina e preparo il te, lo servo a mia sorella e poi mi rimetto al lavoro.

Tampono il naso che mi cola poi riprendo l’ago in mano
-           Mirabelle? – continua  ancora a urlare Sharla
-          Non ci devi badare al raffreddore, pensa a qualcos'altro e quello passa ….-

 In quelle parole riconosco quell'oca di mia sorella, lei che da ottobre a marzo passa da una bronchite all'altra, da un attacco di asma all'altro, a primavera dimentica tutto e rifiorisce come una rosa ma non solo  rinfaccia  ogni  starnuto.

Io che per molti mesi l’anno mi sorbisco il suo continuo  e fastidioso sputacchiare.

-          Mirabelle? -  continua l’idiota
-          Ti ho detto chi mi ha domandato di te? – urla Sharla
Uno starnuto precede la mia risposta
-          Miss. Camble!  Mi ha chiesto come stavi. Sai lei ti sente starnutire tutto il giorno e si preoccupa. Le ho spiegato che la tua malattia è dentro la testa.-



La vorrei anche  strozzare ma non le bado.

-          Mi ha detto che anche  che Lawrence le ha chiesto di te e che è molto preoccupato per la tua salute….- anche se non la guardo so che adesso fa la faccetta, lei è convinta che Lawrence si è innamorato di me ma non è vero.  Poi a me non piace.


-        Mirabelle  hai capito Lawrence ha chiesto di te…..-

Mi soffio il naso, coprendo la voce fastidiosa di Sharla.

Io e Lawrence siamo solo buoni amici, lui è un ottimo scacchista e un bravo insegnate di matematica, durante le vacanze invernali, quando mia sorella è costretta a letto per la febbre, viene a farmi compagnia  dopo cena, io gli offro una tazza di te e poi facciamo una lunga partita , è un uomo senza grilli per la testa.


-          Mirabelle? – continua a blaterare Sharla
-          Sai chi è arrivata in città? – sono curiosa ma non chiedo
-          Sandra ….. – Sandra è una mia buon’amica, sono contenta che sia in città almeno potremo vederci.
-          Suo marito è rimasto a Londra è venuta con i bambini e suo fraatello come si chiama già? –
Clayton.  Rispondo in silenzio.
-          Rimangono per due settimane, lei è di nuovo incinta …. E, a quanto pare, il senatore  l’ha spedita in campagna per farle respirare un p’ di aria buona e  anche, direi soprattutto, per togliersela dai piedi, dicono che sia pieno di amanti. Me lo ha detto miss Camble…-

Ah, un altro figlio, ma ne ha già sei, povera Sandra, alla sua età.   Com'è stato generoso Clayton ad accompagnarla…

-          Clayton  non si è sposato…. – parla ancora Sharla
-           Miss. Camble mi ha detto che è ancora un bell'uomo… tu lo conoscevi, vero?-
-          Lo conoscevo…. – rispondo.
 Mia sorella ridacchia.
-          Direi l’hai quasi sposato…..ah ah ah – ride ancora poi comincia a tossire convulsamente.
-          Probabilmente la tua asma sta peggiorando…!- penso trionfante
Infilo di nuovo l’ago, il filo si è di nuovo spezzato, dovrò parlarne con il fornitore.




- Speriamo arrivi  presto questa Pasqua e si porti via tutte queste tovaglie, non ne posso più di ricamare conigli, uova...-  sussurro sottovoce, nessuno mi risponde.

Finalmente Sharla si è azzittita.
Piego con cura la tovaglia finita e la incarto nella carta velina poi, con calma, mi alzo in piedi e raggiungo Sharla che dorme come una bambina:con la bocca aperta.
Ha due rivoli di saliva biancastra che le scendono ai lati della bocca.

-          Ehi Sharla, come potevo sposarmi e lasciare te sola -  le sussurro alle orecchie, poi  le prendo il polso  fra le mani cercando il battito  allora la tiro su e la trascino  fino alla camera, lei  tanto non si sveglia più.


L’adagio sul letto, le tolgo le scarpe e le ravvivo i capelli.
A chi, domani,verrà a trovarla dirò:
-          E ’ morta dal ridere….-

Rientro in cucina e verso il te nel lavandino

Il veleno per i topi è quasi tutto nel fondo, eppure ha fatto il suo effetto, sciacquo bene la caraffa prima di rimetterla al suo posto.




Quindi  esco in giardino a chiamare Miss. Camble, dovrò far finta che mi dispiaccia.

Billa

giovedì 13 giugno 2013

Ricordati di santificare le feste


Il suono delle campane che chiamano alla messa domenicale entrano dalle finestre, che apro per arieggiare le stanze, e  mi esortano a spicciarmi.

 Allora sistemo il cappellino davanti allo specchio, indosso il cappotto, prendo la borsa e sono fuori.
Stamattina c'è un bel sole anche se l'aria è ancora fredda.

A Saint Paul piove sempre e una giornata come questa è un dono da sfruttare restando all'aperto il più possibile: che so: un picnic, una partita a pallone. 

Quanto mi piacerebbe mangiare anche solo un panino al sole.

 I rintocchi adesso sono  ritmati.
 Non so perché ma il suono delle   campane mi mette in allerta,  e allungo il passo.

Da casa mia alla chiesa ci sono dieci minuti di cammino svelto, io ho le gambe allenate e, quando sono in forma, di solito in sette minuti ce la faccio.

Mi fermo a salutare la mia amica Fiona, che mi chiama dalla finestra , dice  che ha il  raffreddore e mi chiede di scusarla con don Geraldo, le consiglio una tisana di zenzero fresco e mi rimetto in cammino.

Dopo cinque minuti scorgo la sagoma  e  del signor Danieli , un poco più che centenario che barcolla aggrappato al suo immenso deambulatore,  oh no…non arriverò mai in tempo!


La strada che attraversa il mio paese è molto stretta ed ha un solo marciapiede, tante volte quando mi sono accorta di lui  ho pensato di attraversarla e di percorrere l’altro lato della carreggiata ma non c’è marciapiede e  si rischia di venire travolti dalle auto che provengono dal senso contrario, quindi  non ci sono scappatoie, dovrò rassegnarmi a fare tardi.

- Buon giorno Signore -
- Buon giorno signorina Evelina- mi risponde subito il vecchio, borbottando
- Mi scusi si potrebbe far da parte che sennò arrivo tardi alla funzione?
Lui bofonchia e poi mi risponde,  dopo una esitazione di qualche minuto 
- Signorina  diventerà vecchia anche lei sa, è inutile che si dia tanta pena ...Ah, Norma me lo diceva sempre: Jonny non dobbiamo diventare vecchi che i giovani si spaventano...-


- Povera Norma, ci manca a tutti...- sussurro per smorzare al più presto quella conversazione.

Mi sto indispettendo,  adesso dovrò trovare una scusa plausibile per giustificarmi con Don Albert, certo non posso dirgli che la  sua pecorella più vecchia mi ha ostacolato il cammino, mi sgriderebbe:
- Se si fosse alzata prima sarebbe arrivata in tempo, non dia la colpa a quel povero vecchio...- e io sarei arrossita di imbarazzo davanti a tutti.

 In effetti a me la Domenica piace dormire fino a tardi e poi farmi un lungo bagno caldo, dopotutto è il mio unico giorno libero dal lavoro!
 A questo punto, però,  mi devo dare per vinta e prepararmi in anticipo alla sgridata che propina ai ritardatari:
-  L'ozio è il padre dei vizi...-
- Chi dorme non piglia pesci...-

Fra l’altro Don Geraldo sa che sono una buona marciatrice e che se arrivo tardi alla funzione è solo per pigrizia…


Intanto Osservo il signor Danieli  dondolarmi davanti con la sua andatura strana  e mi viene da guardare l’orologio .


 - Evelina devi metterti il cuore in pace – sussurro a me stessa, ancora  non del tutto rassegnata.

Intanto stiamo percorrendo il  Ponte Nuovo, il ponte più lungo di Saint Paul che è stato abbattuto, durante la guerra, ricostruito quasi subito dopo,  e  che adesso è vecchio e malandato come l'uomo che mi precede.

- Attento signore, il parapetto  è troppo basso e pericoloso, non vi avvicinate  troppo...- Grido
- Grazie Evelina, sono solo  cento anni che lo attraverso e non me ne sono mai accorto prima... ah ah-  si mette a ridere prendendomi in giro.


Io ingoio la saliva  offesa e intanto penso che se  riuscissi a passargli avanti e a tagliare  per la collina, passando poi per il campo da rugby della parrocchia potrei arrivare in tempo.

Quasi ipnotizzata dal dondolio del vecchio mi accorgo,  inaspettatamente, che si è avvicinato troppo è che ha il busto quasi tutto fuori.  

Allora mi avvicino più che posso e urlo a perdifiato
- Attento !-
Poi mi aggrappo alla sua giacca e lo spingo giù. Lui non ha il tempo di gridare.

Aspetto che il  mio cuore smetta di rimbalzarmi nel petto e che il signor  Danieli finisca la sua corsa, la più veloce della sua vita, poi, finalmente,  passo avanti e taglio per la collina.

Billa