sabato 29 giugno 2013

Desiderio di scrivere


Una cosa che mi riesce meglio di parlare è scrivere.
Parlando uso parole che mi tornano comodo più per convincere che per esprimermi.
Scrivendo ciò non mi succede.

In questo caso mi impongo parole semplici, mai complesse.
Producono per me un effetto maggiore dell'uso del grassetto in Word per rimarcare concetti importanti.

Tante semplici parole che accostate le une alle altre producono un ancora di salvezza per la mia vita, facendo di me una parvenza di uomo razionale e per gli altri, spero, uno almeno credibile.

Attestare ciò che si vuol dire con lo scrivere è sinonimo di forza e decisione. Almeno io la penso così.

In arte ciò è iconograficamente difficile da dimostrare, ma io ci voglio ugualmente provare. 

A dimostrazione della fierezza che si prova nel sentire il desiderio di scrivere, porto come esempio una statuetta di 53,7 centimetri, creata nel 2600-2.350 a.C. A Saqqara, in Egitto, ma non si sa creata da chi.

Per vederla occorre percorrere da Firenze circa 1.550 chilometri e recarsi in un uno dei posti più suggestivi del mondo: la città è Parigi; il posto è il Louvre.

Sto parlando dello Scriba, ovviamente.

Un opera importante se non quanto la Gioconda, anch’essa presente in quello stupendo museo.

L’espressione attenta e realistica di quell'opera è spesso presente nella mia mente quando scrivo. Mi piace ricordarla quando alla fine di un capoverso cerco di riflettere su quanto scritto. E quando riesco a trovare la parola semplice in sostituzione di un girigogolo di frasi per esprimere un concetto, soddisfatto, me ne impongo l'uso.

Penso che chi ha creato quella statuetta sapeva bene che quello sguardo doveva essere creato importante: quarzo bianco per la carne, cristallo di rocca per l’iride, ebano per le pupille, tutto incastonato in rame.

Le sfaccettature diverse di come la pietra è stata dipinta; il rotolo di papiro sulle ginocchia; la mano che regge il calamaio lo rendono attivo mentre cerca di registrare i dettami di qualche personaggio importante, come del resto lo era l’incarico che lo scriba rivestiva nell’amministrazione egizia e nella vita religiosa.

Dimostrazione dell’importanza del suo ruolo l’ho potuto verificare anche nel museo egizio vicino a casa mia. Qui esiste una raffigurazione di scriba all'opera.
Anche loro  impugnano con una mano  le loro tavolette di legno con incavi per gli inchiostri , sulle quali è appoggiato l’immancabile foglio di papiro, e con l’altra tengono saldo il calamo con cui scrivono. E anche questa è un opera che risale a più di 3.000 anni fa.

Stesse gesta, stesse attività, stessa importanza data a ciò che stanno facendo.


Scrivere è importante. 
Tramandare è importante.
Ricordare lo è ancora di più.
Riscoprire,  è anche bello. Andare a rileggere, per riappropriarsi di prove tangibili del ricordo.

E  non aver paura di dimenticare, certi che uno scritto è li pronto a sopperire alle debolezze della mente.



Ancora quegli occhi mi ritornano in mente per celebrare una volta di più che è bello vivere, e scrivere, e leggere. Quegli occhi rimangono la consacrazione di tutto ciò.

Concedetemi  un ultima personale disgressione. Quando vidi la prima volta lo Scriba (sono ritornato più volte al Louvre e mi sono sempre soffermato più del solito a lui  davanti, quasi fosse un doveroso rito), dicevo la prima volta, lessi in una guida una cosa che mi colpì molto, non tanto che scrivevano da destra verso sinistra, ma che erano maniacali, un po’ come me.

Viaggiavano sempre portandosi  con se un astuccio di legno nel quale deponevano inchiostri, il pezzo di giunco usato come calamo, insieme al papiro, un mezzo su cui scrivere usato fino al XII secolo d.C. anche dopo l’approdo dell’uso della pergamena.

Mi sorprendo spesso a ridere quando faccio la valigia per andare in vacanza o in trasferta per lavoro: in essa non manca di finire il mio quaderno di appunti e il mio astuccio con tante matite e pennarelli colorati proprio come con le loro preziose cose facevano i miei Scriba.


Racconti d'arte - Gomitolo 




venerdì 21 giugno 2013

ALLERGIA







Getto la tovaglia sulla tavola e corro fuori a riprendere fiato:
-   Odio la primavera, odio i fiori, i pollini le api e tutto il resto! -mormoro  sottovoce mentre soffio con forza dalle narici, sperando che ciò che le ostruisce venga espulso  al più presto, ma niente da fare. Rrientro col peso e il fastidio dentro e mi rimetto al lavoro il più lontano possibile dalla finestra.


- Mirabelle è solo un raffreddore!- sussurra mia sorella scuotendo la testa.Cerco di non badarle e di non risponderle. Prejndo fra le braccia la tovaglia e infilo l’ago

-          Io penso, - Sbotta a un tratto lei.
-          che se tu fossi un po’ più calma, non ci baderesti neanche. -  ingoio la saliva e la rabbia fingendo di non sentire
-          Dopotutto un raffreddore è solo un raffreddore- si sospende su quella frase per darle enfasi e riprende

-          Lo diceva la mamma, Sharla è  un bel fiore di primavera, raggiante e fresca come una viola, Mirabelle, invece,  è così brutta e assomiglia a un cactus!-  scoppia a ridere di colpo come fa lei,  la detesto.

La storia che  mia sorella si ostina a raccontare, a modo suo, è completamente diversa ma non  reagisco non oggi.
-          Cactus vieni un po’ qua vicino a me, senti che teporino.- balbetta ancora  quella mentecatta di Sharla mettendo le braccia fuori dalla portafinestra

Risponde un mio starnuto uscito da solo. Mia sorella lo sente e si diverte un sacco.

-         Mirabelle vieni, dai, chiudo la finestra se vuoi.- non le bado.
-         Mirabelle?? –   riprende petulante.
-         Portami un po’ di ciclamino. – Capisco al volo e cerco nel paniere  la matassa di cotone mi alzo e glielo porto.

Lei allunga il braccio e io le porgo la matassa ma a un tratto mi tira in faccia delle margherite appena strappate dagli steli,,  odio i suoi scherzi ….



Riallungo il passo verso la mia postazione mentre lei strilla dal ridere: singhiozza e mi guarda mentre con le mani si comprime la bocca; distolgo lo sguardo da lei e mi rimetto a sedere.
Sharla è così, poverina, :una demente, una  donna anziana che si comporta come una bambina.


-          Mirabelle? – continua a chiamare ma non le rispondo
-          Mirabelle, dai facciamo pace …-
Non mi scomodo a risponderle e mi concentro sul lavoro.


Io e Sharla e  siamo due ricamatrici molto note nella nostra città  e abbiamo sempre un sacco di lavoro.
Questa è la stagione delle tovaglie,  ce ne ordinano di tutti i tipi , con decorazioni che rimandano alla pasqua che sta per arrivare.

-          Mirabelle?- Sbraita di nuovo Sharla, alzando la voce e distogliendomi dai miei pensieri,
-          Dimmi. – articolo dopo alcuni minuti.
-          Stai ancora male?- fa la voce da bambina piccola usando il falsetto.
-          No, sto meglio … - sussurro fra i denti, mentendole e cercando d’ignorare l’ostruzione che oltre al naso mi  provoca un forte dolore fronte e alla mascella


-          Allora perché non metti su un po’ di te al tiglio, sono le cinque! –  mi alzo di scatto come se la mia sedia fosse foderata di spilli, raggiungo la cucina e preparo il te, lo servo a mia sorella e poi mi rimetto al lavoro.

Tampono il naso che mi cola poi riprendo l’ago in mano
-           Mirabelle? – continua  ancora a urlare Sharla
-          Non ci devi badare al raffreddore, pensa a qualcos'altro e quello passa ….-

 In quelle parole riconosco quell'oca di mia sorella, lei che da ottobre a marzo passa da una bronchite all'altra, da un attacco di asma all'altro, a primavera dimentica tutto e rifiorisce come una rosa ma non solo  rinfaccia  ogni  starnuto.

Io che per molti mesi l’anno mi sorbisco il suo continuo  e fastidioso sputacchiare.

-          Mirabelle? -  continua l’idiota
-          Ti ho detto chi mi ha domandato di te? – urla Sharla
Uno starnuto precede la mia risposta
-          Miss. Camble!  Mi ha chiesto come stavi. Sai lei ti sente starnutire tutto il giorno e si preoccupa. Le ho spiegato che la tua malattia è dentro la testa.-



La vorrei anche  strozzare ma non le bado.

-          Mi ha detto che anche  che Lawrence le ha chiesto di te e che è molto preoccupato per la tua salute….- anche se non la guardo so che adesso fa la faccetta, lei è convinta che Lawrence si è innamorato di me ma non è vero.  Poi a me non piace.


-        Mirabelle  hai capito Lawrence ha chiesto di te…..-

Mi soffio il naso, coprendo la voce fastidiosa di Sharla.

Io e Lawrence siamo solo buoni amici, lui è un ottimo scacchista e un bravo insegnate di matematica, durante le vacanze invernali, quando mia sorella è costretta a letto per la febbre, viene a farmi compagnia  dopo cena, io gli offro una tazza di te e poi facciamo una lunga partita , è un uomo senza grilli per la testa.


-          Mirabelle? – continua a blaterare Sharla
-          Sai chi è arrivata in città? – sono curiosa ma non chiedo
-          Sandra ….. – Sandra è una mia buon’amica, sono contenta che sia in città almeno potremo vederci.
-          Suo marito è rimasto a Londra è venuta con i bambini e suo fraatello come si chiama già? –
Clayton.  Rispondo in silenzio.
-          Rimangono per due settimane, lei è di nuovo incinta …. E, a quanto pare, il senatore  l’ha spedita in campagna per farle respirare un p’ di aria buona e  anche, direi soprattutto, per togliersela dai piedi, dicono che sia pieno di amanti. Me lo ha detto miss Camble…-

Ah, un altro figlio, ma ne ha già sei, povera Sandra, alla sua età.   Com'è stato generoso Clayton ad accompagnarla…

-          Clayton  non si è sposato…. – parla ancora Sharla
-           Miss. Camble mi ha detto che è ancora un bell'uomo… tu lo conoscevi, vero?-
-          Lo conoscevo…. – rispondo.
 Mia sorella ridacchia.
-          Direi l’hai quasi sposato…..ah ah ah – ride ancora poi comincia a tossire convulsamente.
-          Probabilmente la tua asma sta peggiorando…!- penso trionfante
Infilo di nuovo l’ago, il filo si è di nuovo spezzato, dovrò parlarne con il fornitore.




- Speriamo arrivi  presto questa Pasqua e si porti via tutte queste tovaglie, non ne posso più di ricamare conigli, uova...-  sussurro sottovoce, nessuno mi risponde.

Finalmente Sharla si è azzittita.
Piego con cura la tovaglia finita e la incarto nella carta velina poi, con calma, mi alzo in piedi e raggiungo Sharla che dorme come una bambina:con la bocca aperta.
Ha due rivoli di saliva biancastra che le scendono ai lati della bocca.

-          Ehi Sharla, come potevo sposarmi e lasciare te sola -  le sussurro alle orecchie, poi  le prendo il polso  fra le mani cercando il battito  allora la tiro su e la trascino  fino alla camera, lei  tanto non si sveglia più.


L’adagio sul letto, le tolgo le scarpe e le ravvivo i capelli.
A chi, domani,verrà a trovarla dirò:
-          E ’ morta dal ridere….-

Rientro in cucina e verso il te nel lavandino

Il veleno per i topi è quasi tutto nel fondo, eppure ha fatto il suo effetto, sciacquo bene la caraffa prima di rimetterla al suo posto.




Quindi  esco in giardino a chiamare Miss. Camble, dovrò far finta che mi dispiaccia.

Billa

giovedì 13 giugno 2013

Ricordati di santificare le feste


Il suono delle campane che chiamano alla messa domenicale entrano dalle finestre, che apro per arieggiare le stanze, e  mi esortano a spicciarmi.

 Allora sistemo il cappellino davanti allo specchio, indosso il cappotto, prendo la borsa e sono fuori.
Stamattina c'è un bel sole anche se l'aria è ancora fredda.

A Saint Paul piove sempre e una giornata come questa è un dono da sfruttare restando all'aperto il più possibile: che so: un picnic, una partita a pallone. 

Quanto mi piacerebbe mangiare anche solo un panino al sole.

 I rintocchi adesso sono  ritmati.
 Non so perché ma il suono delle   campane mi mette in allerta,  e allungo il passo.

Da casa mia alla chiesa ci sono dieci minuti di cammino svelto, io ho le gambe allenate e, quando sono in forma, di solito in sette minuti ce la faccio.

Mi fermo a salutare la mia amica Fiona, che mi chiama dalla finestra , dice  che ha il  raffreddore e mi chiede di scusarla con don Geraldo, le consiglio una tisana di zenzero fresco e mi rimetto in cammino.

Dopo cinque minuti scorgo la sagoma  e  del signor Danieli , un poco più che centenario che barcolla aggrappato al suo immenso deambulatore,  oh no…non arriverò mai in tempo!


La strada che attraversa il mio paese è molto stretta ed ha un solo marciapiede, tante volte quando mi sono accorta di lui  ho pensato di attraversarla e di percorrere l’altro lato della carreggiata ma non c’è marciapiede e  si rischia di venire travolti dalle auto che provengono dal senso contrario, quindi  non ci sono scappatoie, dovrò rassegnarmi a fare tardi.

- Buon giorno Signore -
- Buon giorno signorina Evelina- mi risponde subito il vecchio, borbottando
- Mi scusi si potrebbe far da parte che sennò arrivo tardi alla funzione?
Lui bofonchia e poi mi risponde,  dopo una esitazione di qualche minuto 
- Signorina  diventerà vecchia anche lei sa, è inutile che si dia tanta pena ...Ah, Norma me lo diceva sempre: Jonny non dobbiamo diventare vecchi che i giovani si spaventano...-


- Povera Norma, ci manca a tutti...- sussurro per smorzare al più presto quella conversazione.

Mi sto indispettendo,  adesso dovrò trovare una scusa plausibile per giustificarmi con Don Albert, certo non posso dirgli che la  sua pecorella più vecchia mi ha ostacolato il cammino, mi sgriderebbe:
- Se si fosse alzata prima sarebbe arrivata in tempo, non dia la colpa a quel povero vecchio...- e io sarei arrossita di imbarazzo davanti a tutti.

 In effetti a me la Domenica piace dormire fino a tardi e poi farmi un lungo bagno caldo, dopotutto è il mio unico giorno libero dal lavoro!
 A questo punto, però,  mi devo dare per vinta e prepararmi in anticipo alla sgridata che propina ai ritardatari:
-  L'ozio è il padre dei vizi...-
- Chi dorme non piglia pesci...-

Fra l’altro Don Geraldo sa che sono una buona marciatrice e che se arrivo tardi alla funzione è solo per pigrizia…


Intanto Osservo il signor Danieli  dondolarmi davanti con la sua andatura strana  e mi viene da guardare l’orologio .


 - Evelina devi metterti il cuore in pace – sussurro a me stessa, ancora  non del tutto rassegnata.

Intanto stiamo percorrendo il  Ponte Nuovo, il ponte più lungo di Saint Paul che è stato abbattuto, durante la guerra, ricostruito quasi subito dopo,  e  che adesso è vecchio e malandato come l'uomo che mi precede.

- Attento signore, il parapetto  è troppo basso e pericoloso, non vi avvicinate  troppo...- Grido
- Grazie Evelina, sono solo  cento anni che lo attraverso e non me ne sono mai accorto prima... ah ah-  si mette a ridere prendendomi in giro.


Io ingoio la saliva  offesa e intanto penso che se  riuscissi a passargli avanti e a tagliare  per la collina, passando poi per il campo da rugby della parrocchia potrei arrivare in tempo.

Quasi ipnotizzata dal dondolio del vecchio mi accorgo,  inaspettatamente, che si è avvicinato troppo è che ha il busto quasi tutto fuori.  

Allora mi avvicino più che posso e urlo a perdifiato
- Attento !-
Poi mi aggrappo alla sua giacca e lo spingo giù. Lui non ha il tempo di gridare.

Aspetto che il  mio cuore smetta di rimbalzarmi nel petto e che il signor  Danieli finisca la sua corsa, la più veloce della sua vita, poi, finalmente,  passo avanti e taglio per la collina.

Billa

giovedì 6 giugno 2013

Tutti giù per terra


A dire la verità, ti era anche stato detto. A forza di lanciare frecce così a caso si sa come va poi a finire. Quando poi te ne serve veramente una, vai per prenderla e ti accorgi che nella faretra non ce n'è più.

Poi è la solita zolfa: imprechi con la sorte, ti stracci le vesti, fai il diavolo a quattro, quelle cose lì insomma, ci siamo capiti. Ma, in buona sostanza, l'hai combinata grossa, punto e basta. Ti è arrivata l'opportunità buona, l'occasione giusta e te la sei lasciata scappare.

A questa considerazione ci arrivi a bufera finita, sbollita la sfuriata, con quel po' po' di roba che la tua ira furibonda ti ha spinto a spargere per terra: stracci di vesti un po' qui e  pezzi di diavolo e faretra un po' la. Poi rifletti.

Tutto sudato e trafelato, ma finalmente calmo, ti accorgi non aver centrato la tazza facendola per terra. Questa volta pero non è che arriva la mammina a ripulire tutto. Questa volta tocca a te farlo:  ginocchi per terra, straccetti al seguito e giù a fare il lavoro sporco, quello che non avresti mai voluto fare. Ma alla fine lo fai.



Continui a riflettere su come cazzo possa essere successo. Arrivi a portare  giustificazioni ignobili sul come tu possa essere diventato disarmato. Mentre ti accorgi che il tuo pannetto sta diventando umidiccio della tua cosetta, e la cosa non ti piace affatto. In preda a ritorni di orgoglio, ti giustifichi: cazzo, in fondo avevo ragione per questo; cazzo, avevo ragione per quest'altro; la colpa è di Tizio, ma, cazzo, ora che ci penso è anche colpa di Caio.

Insomma, per farla breve,  scansato pezzi di faretra e stacci di vesti, finisci la pulitura della fuoriuscita della tazza, e ti rialzi con l'orgoglio bello già bello rigonfiato, proprio come un bel materassino pronto per essere rilanciato in acqua.
Con quello sottobraccio, costretto, a scapito della tua dignità ti fai ricaricare la faretra accettando qualche ignobile compromesso.  

A già è rotta! Ma che problemi ci sono, visto che ci sei 
ricomprati anche quella!

E così pronto per nuove imprese riparti, caro il mio Don Chisciotte. Ad attenderti ci sono tanti altri bei mulini su cui puoi lanciare tutte le frecce che vuoi, senza bisogno di stare a contarle. E poi se finiscono, alle brutte, se i mulini ritornano a essere i problemi della vita, farai come hai fatto la volta prima. O no?

Racconti - Gomitolo



mercoledì 8 maggio 2013

ACQUE INQUIETE capitolo quinto


 Qualche settimana dopo gli sposi erano felici come il primo giorno.

Sembrava che quell'unione benedetta, così tanto osteggiata  in paese e nella famiglia del Granduca, stesse dando i suoi buoni frutti:
Ledo aveva perso diversi chili, grazie e soprattutto alla ginnastica più piacevole del mondo e alla mancanza di riposo notturno, e il suo fisico ne aveva notevolmente beneficiato,

e Fausta, che di chili ne aveva presi qualcuno, grazie ai pasti più regolari,  era sbocciata in una fioritura florida e bellissima.


Per di più era una moglie perfetta, premurosa, accogliente, silenziosa.
Si muoveva per la casa con la grazia di una farfalla e non si lamentava mai di nulla.

 Il Conte tanto innamorato idealizzava pure i suoi silenzi anche se, qualche volta, magari sarebbe stato meglio che lei fosse intervenuta nei discorsi di casa.

Ma sua moglie non osava muovere critiche ad alcuno, neanche alla Baffina, la fantesca, che aveva due baffi folti come quelli del Granduca ed un corpo sottile come un giunco,  nonostante fosse suo compito comandarle e insegnarle a custodire il Conte.

 Ledo conosceva i compiti di una buona moglie, ma non si arrabbiava per il suo disinteresse e il suo delegare tutto alla servitù, anzi, aveva passato un’intera infanzia in mezzo alle urla della madre che rimbrottava le donne nelle cucine...


 Se i piatti cucinati dalla serva non erano perfetti, se i pavimenti del palazzo non erano splendenti, se le posate d’argento non erano lucidate ,se le sue camicie perdevano giorno dopo giorno l'inamiditura  al Conte dopotutto non interessava, Fausta rendeva quel matrimonio  proprio speciale.

Ogni notte, quando si chiudevano i portali della loro stanza da letto,  Fausta diventava un’altra moglie: abbandonava con i panni diurni, appesi alla sedia, la mestizia, la timidezza, e  prendeva Ledo per condurlo nelle strade più sconosciute della passione.
Lo accompagnava sulle vette più alte del desiderio e poi, quando si accorgeva che il marito sarebbe esploso, lo lasciava ricadere dolcemente, sul materasso, per farlo tornare felice e appagato sulla terra.

Ma quando mai Ledo aveva conosciuto una ragazza così?  E quando mai aveva sentito dire  che una moglie così esistesse?


Sia volte aveva ascoltato i discorsi dei suoi amici, sposati,  sull'amore muliebre ma alla fine se ne era sempre discostato con orrore...

Infatti quei discorsi sull'incapacità delle mogli a dar piacere e sulla necessità di prendersi amanti d'accordo con loro, lo ripugnavano.

Una volta aveva addirittura sentito anche suo padre parlare della moglie, la  Duchessa Ameriga, come una donna fredda che non amava le effusioni …  e adesso capiva meglio certi sguardi fra i suoi genitori

Per fortuna Fausta non era così, anzi sembrava non desiderare
 altro che lui e il suo corpo.

 Quando Ledo lavorava in ufficio o usciva per incontrare i guardaboschi o in missione a Firenze, sembrava che lei non facesse altro che preoccuparsi di lui: della sua biancheria che piegava e ripiegava nei bauli, dei suoi trofei di caccia, appesi sul letto, che rinfrescava e spolverava con cura, delle sue scarpe che venivano pulite e lucidate con olio di gomito.
 Ledo, poi, quando tornava,  riconosceva  nelle sue cose l’odore di lei, un insieme di zagara e cipolla, e si rendeva conto sempre più di quanto Fausta lo amasse.

La sposa  oltre che a dedicarsi delle  cose personali del Conte, quando lui era al lavoro,  si faceva bella.
 Si pettinava per ore i suoi lunghi capelli scuri , si lucidava la pelle con l’olio d’oliva, si puliva i denti con le foglie di salvia, si lavava accuratamente strigliando la pelle nella tinozza.
 E tutte le volte quando lui tornava a casa e la prendeva fra le braccia  si accorgeva di ciò e la trovava sempre migliore.

 Oltre a questo sembrava che la sua giovine moglie conoscesse alla perfezione le vie della tenerezza e le strade più sconosciute della passione, muovendosi sul marito con tanta perizia che egli, ogni volta, decideva di lasciarle condurre i giochi, addirittura   quando lei  si chinava sul suo grembo a bere l’essenza dell’amore!

Mai aveva permesso questo a nessuna donna, nemmeno a quelle dei bordelli, ma Fausta poteva fare di lui ciò che lei voleva…

A volte, quando il conte Ledo da Volterra era in studio, non si accorgeva nemmeno della sua presenza,  se non fosse per il profumo della sua pelle o per il frusciar delle gonne;

Fausta non era proprio   muta ma usava la voce solo quando le era indispensabile, fatto questo che aveva fatto affinare i sensi del Conte, rendendo ancor più magico il loro amore.

Quando era lontano, al lavoro, lui non vedeva l’ora di tornare, di baciarla, di farsi accogliere fra le sue braccia.
Lei era il suo bene, sempre felice, sempre entusiasta….Si, oddio, anche lei aveva rari difetti, ed uno in particolare indispettiva il Conte: era capricciosa.

Aveva richiesto al marito dei vestiti nuovi e preziosi degni del suo rango, e lui, aveva ordinato che venissero confezionati dalle sarte di sua madre.
Ma  non le era bastato, infatti,  dopo aver visto nei libri  dello studio le illustrazioni dipinte dei giardini fiorentini, aveva preteso delle fontane e un giardino e Ledo l'aveva accontentata.

Aveva  fatto convogliare l'acqua del pozzo con un laborioso e costoso lavoro idraulico ad una fontana, da questa per caduta l'acqua arrivava ad un'altra e un'altra ancora.
Per di più aveva assoldato un giardiniere fiorentino per completare l'opera, spendendo un patrimonio.

Ma,   non paga,   lei gli aveva domandato   un altro dono:una carrozza per andare a trovare suo padre,  e il Conte anche questa volta l’aveva accontentata.
Ma quando  Fausta gli aveva chiesto  un ritratto dipinto da Gherrini, il pittore più famoso di Firenze, lui le aveva risposto fermamente  di no.


Gli sembrava un sfizio assurdo, come se la ragazza che, prima del matrimonio, non aveva  altro che l’acqua del fiume, adesso pretendesse da lui chissà che…Quelle erano ubbie da nobildonne annoiate, dopotutto sua moglie, prima di sposarlo, era padrona solo dell’acqua del fiume…

  Negò fermamente alla moglie i cordoni della borsa certo che presto avrebbe dimenticato tale capriccio.

Non sapeva però il poveretto quale ritorsione avrebbe impugnato la ragazza contro di lui.
 La mattina seguente, infatti, , durante una sua battuta di caccia, trasferì il baule del marito nella camera blu, e si chiuse  nella stanza   col chiavistello precludendogli  così
  oltre che il talamo nuziale la passione.



billa  - il prossimo capitolo verrà postato fra una settimana -

sabato 27 aprile 2013

ACQUE INQUIETE -QUARTO CAPITOLO-




Se Ledo aveva ottenuto la mano della ragazza ed era molto felice,  non riusciva, tuttavia,   più a starle lontano, infatti ogni giorno si recava a trovarla.

Purtroppo per lui,  la condizione di fidanzato, se gli aveva aperto la casa di Gino gli aveva chiuso la via del fiume,  visto che il mugnaio non permetteva più a Fausta di prendere il bagno nel fiume.

Così quando ogni giorno, dopo il lavoro, si recava a trovare la fidanzata,  era suo suocero che gli apriva la porta e gli versava da bere poi si sedeva in mezzo ai ragazzi cosicché fosse sicuro che essi rispettassero la buona creanza.


A dir la verità al mugnaio piaceva origliare le paroline  d'amore che Ledo sussurrava a sua figlia  ma nello stesso tempo riteneva che quella presenza, senza dubbio ingombrante per Ledo, faceva parte del suo compito di quasi suocero di cotanto signore .

 Ma il giovane Conte ormai non stava più nella pelle anche perché era squassato dai peggiori timori: la sua fidanzata lo amava davvero ?

Egli era convinto che Fausta fosse la sposa migliore che esso avesse mai potuto trovare, una ragazza  così   giovane e così ben educata da non osare rivolgerli parola.

In cuor suo il Conte Ledo da Volterra  sapeva di non aver mai avuto successo con le donne, nemmeno con quelle dei bordelli, le uniche che aveva frequentato prima d’allora, e  la felicità per quella conquista  insieme al timore di perderla gli toglievano  il sonno.

Il mese di fidanzamento canonico,  per fortuna, trascorse  velocemente e arrivò il giorno tanto agognato.

Lo sposo organizzò  una festa che i suoi parenti, il Granduca, Fausta  e soprattutto  quel bellimbusto di  Learco non avrebbero mai dimenticato .

 Così ordinò così tanta carne e tanto vino e pane da cibare tutta la vallata per almeno  per un mese,  e, poiché egli era buono  e democratico ma soprattutto la sua futura moglie  era , indiscutibilmente,   figlia di quel popolo   invitò alle nozze tutto il paese.


Fece trasportare nella piazza davanti alla chiesa  tavoli  panche e bracieri in così larga misura che  dovevano bastare per tutti i paesani e anche per i forestieri  che si fossero trovati a passare da quelle parti …

 Eppure anche su quella scelta i Valligiani ebbero da ridire,  seppur ci sarebbe stato di che rimpinzarsi senza spendere un fiorino e senza faticare, anche grazie all'ordinanza che  il Conte aveva affisso dovunque e che vietava il lavoro nel giorno delle sue nozze.

All'osteria si parlava solo dei preparativi del matrimonio e di tutti quei soldi che il Conte  stava spendendo  per accontentare una come la figlia del mugnaio..

Addirittura dicevano  che avesse avuto da lamentarsi anche Don Miriano, il priore di Acquanegra, sembrava che  egli avesse detto con le pie donne durante un rosario interminabile   che si l’offerta  del patrizio era stata generosa ma che il Conte aveva esagerato facendo   imbottire la chiesetta,  poco più di una cappella di  campagna, con  migliaia di ceri e di altrettanti  mazzi di fiori  talmente profumati che appena vi si avvicinava si sentiva svenire.

Il sacerdote Aveva addirittura provato  a lasciare aperti i portali notte e giorno ma niente da fare quelle strane piante olezzavano più di prima e lo facevano star male.
A sentir lui l’odore  talmente pungente era penetrato anche nella canonica ammorbando tutte le stanze di quella puzza  pestilenziale.

Alla fine vi aveva posto rimedio annacquando l’acqua dei boccioli con quella del suo pitale, e  l’olezzo  ne aveva avuto beneficio.

Ma, non pago,  si era, nientemeno  convinto che a causa di quel festeggiamento sproporzionato e di quel matrimonio sbilanciato presto si sarebbero abbattute su Acquanegra le ire divine dando il via a tutta una serie di celebrazioni pomeridiane aggiuntive, sermoni e contro benedizioni che scongiurassero il matrimonio.

Ora quelle parole, a poter conoscere i retroscena, erano più il frutto del buon vinsanto donatogli dal mugnaio in segno di ringraziamento, che delle sue credenze ma il giorno delle nozze il suo umore e il suo respiro erano terribili
Anche il Conte il giorno delle nozze si svegliò di cattivo umore, non era riuscito a chiudere occhio per tutta la notte a causa degli arrivi dei cocchi ducali provenienti da Firenze, e soprattutto a causa del  rumore degli zoccoli  di quei cavalli sulle lastre della stalla.

 Ma in fondo una notte insonne non era niente in confronto alla delusione cocente che  arrivò al suo risveglio con la notizia che nessuno dei suoi parenti e tanto meno il Granduca sarebbero venuti ad assistere al le sue nozze.

I cocchieri avevano diffuso la voce che sembrava che a Firenze e a Siena si fosse abbattuta un’epidemia di febbre che aveva steso tutto il Casato.

Sapete, però,  che  se il Conte inizialmente aveva addirittura messo in dubbio che le febbri fossero scoppiate davvero e che i suoi parenti avessero con quella scusa evitato volontariamente le nozze, per la fatica del viaggio, ma si rincuorò subito e si avviò   sorridente verso la cappella.

In chiesa    il valoroso Tonio Stefanelli, informato per tempo dell’assenza dei parenti di Ledo, fece subito  accomodare i suoi soldati nelle panche davanti all'altare accanto al padre della sposa così che non si vedesse troppo quella mancanza, poi si accomodò vicino a Gino che era elegantissimo, vestito di in un bel vestito di velluto con tanto d’orologio d’oro appuntato sul panciotto.

Ledo storse un po’ il naso quando entrò e  lo vide,  lui avrebbe tanto voluto che il mugnaio si fosse offerto di accompagnare all'altare la sposa  ma non c’era stato verso,  Gino caparbio non aveva voluto sentir ragione,  temendo le prese in giro dei valligiani.


Il Conte, così come dettava il galateo, indossava l’alta uniforme che in effetti gli stringeva sulla pancia e un bottone si staccò lasciando al suo posto un lembo di stoffa sfilacciato proprio mentre Fausta percorreva la navata.


Ledo , però, non ci badò perché aveva gli occhi fissi sulla ragazza,   la sua bella Fausta era stupenda.

La giovane  indossava l’abito che la Duchessa Ameriga le aveva inviato in dono ma la taglia dell’abito era evidentemente sbagliata,  infatti il broccato di seta color crema le fasciava le forme come un guanto tanto che la trama del prezioso ricamo era  tirato sulle forme di Fausta come una fionda e
  lasciava trasparire  nientemeno che   la biancheria della ragazza.

 Chiunque avesse visto quella scena, chiunque con un briciolo di sangue blu nelle vene, sarebbe inorridito,  ma Ledo no,era inebriato dalla visione della fidanzata  e quando la ragazza disse di si, si sentì al settimo cielo.
I festeggiamenti  che per tutti durarono moltissimo, per gli sposi durarono poco e all'ora di cena entrarono a palazzo Guidi come marito e moglie.  .

 Ledo, subito, accompagnò la consorte  nella camera nuziale che era ben  pulita e arredata di tutto punto con tanto  di alcova in legno di cedro, coltri di seta e asciugamani di lino ricamato.

 Cosa poteva volere di più adesso che aveva il suo amore vicino? Avrebbe potuto sentire il profumo della sua pelle il sapore dei suoi baci….

Eppure ancora non osava alzare lo sguardo su di lei e tanto meno sfiorarla. Decise allora di ricorrere al ricordo di lei giù al fiume per
aiutarsi e darsi un tono.

 Tante volte forse troppe aveva fantasticato di lei ma adesso che avrebbe potuto prenderla tutte le volte che desiderava ne aveva quasi timore.
 Il matrimonio gli avrebbe da qui in avanti permesso ogni libertà eppure ne aveva troppo timore.

 Ma quando anche l’ultima sottoveste di pizzo cadde sul pavimento e lui toccò per la prima volta quelle carni  si sentì invadere d’amore e, ancora impacciato attese

Fausta lo condusse per le vie della passione educandolo all'arte amatoria  per tutta la notte permettendogli solo all'alba di riposare.

Billa   -il prossimo capitolo verrà postato fra una settimana-

lunedì 15 aprile 2013

ACQUE INQUIETE - terzo capitolo -

Quando, la mattina del venerdì,   videro il Conte Ledo da Volterra, con  le cartelle in mano,   scendere verso gli orti  imboccare la mulattiera che porta al fiume raggiungere il mulino di Gino ed entrare  capirono subito che l'ora della loro vendetta era arrivata.

I contadini, che stavano vangando i campi confinanti alla terra del mugnaio  cessarono di lavorare e  le donne nelle case, chiamate dai fischi degli uomini, si fermarono nelle aie con lo sguardo fisso sul mulino, tutti erano sicuri che  il rompiballe da Volterra stesse andando da Gino a riscuotere le tasse e non vedevano l'ora che l'ometto reagisse e si comportasse come sempre...

Il mugnaio  un uomo di poco più di cinquantanni  non troppo alto ma massiccio e forzuto  era  facile ad alterarsi e a ricorrere e alle mani per un nonnulla.


Di lui si diceva che avesse ucciso un asino a cazzotti, solo perché non tirava bene la carretta con le balle della farina macinata.  Chissà in che modo avrebbe punito il Conte per la sua insolenza?

Ma quando, dopo una mezz'oretta, videro Ledo risalire il sentiero tutto intero, rimasero a bocca aperta in silenzio fino a quando Giulianin, il garzone,   urlò forte
 – gli ha fatto pena  anche a lui!- allora tutti scoppiarono a ridere e si rimisero al lavoro di buon umore

.
Il mugnaio, stranamente,  non aveva fatto storie, aveva accolto Ledo e i suoi uomini gentilmente e aveva pagato tutti i suoi debiti al Conte, senza replicare, anche perché era certo che prima o poi i suoi soldi li avrebbe riavuti indietro  tutti e con gli interessi.



Infatti  ogni giorno lo vedeva arrivare, tentennando pericolosamente sui sassi del fiume, e lo guardava sdraiarsi a fatica sullo scoglio per spiare le nudità di sua figlia. Gli sarebbe bastato puntargli il fucile alla testa per farlo secco al primo colpo, ma non era il momento giusto, stava già preparandogli un conto ben più salato che gli avrebbe servito presto.



 Ignaro il Conte da Volterra ogni giorno si recava sul fiume a spiare la ragazza.

La donzelletta s'immergeva in acqua per qualche minuto poi si alzava in piedi mostrandosi in tutte le sue bellezze: i capelli neri, bagnati, le scendevano lungo i fianchi, la bocca carnosa, il collo lungo candido, il seno sodo, i fianchi ben torniti.

Immaginatevi il giovane si sentiva morire dall'eccitazione e  ogni volta che quella Dea riemergeva dalle acque, come se lo facesse apposta,  gli rinnovava quel desiderio due tre quattro volte, sempre più forte.

Ledo la bramava da morire, avrebbe voluto prenderla fra le sue braccia, baciare la sua bocca a lungo, sollazzarsi con lei sotto le lenzuola.

Mentre il Conte impazziva dal desiderio,  con le guance in fiamme e il ventre teso, Gino rideva sotto i baffi dietro la finestra,  sicuro che il Conte non avrebbe potuto resistere a lungo.

Così accadde la mattina del giorno seguente quando i valligiani videro il Conte
tornare al mulino.

 Gino, lo stava aspettando da tanto tempo,  seduto e con i gomiti sulla tavola che aveva già apparecchiato con del pane fresco, due bicchieri e un fiasco di vinsanto.
Quando sentì bussare alla porta si alzò e andò ad aprire sfoderando uno dei suoi sorrisi più
Falsamente cordiali.


I due uomini sedettero alla tavola uno di fronte all'altro, il Duca alto, ben piazzato,  implorava Gino, piccolo ma robusto come un toro di concedergli la mano di Fausta e l’ometto scuoteva la testa, fino a quando, un’oretta dopo, il nobile propose al mugnaio di pagargli una discreta sommetta come dote e allora Gino cominciò la trattativa.

Ogni volta che il Duca rinnovava la proposta di matrimonio,  piazzando nel centro della tavola un bel mucchietto di fiorini, il mugnaio rilanciava
posando sul piatto della bilancia, ora la bellezza della figlia, ora le sue virtù, ora la sua pelle candida,  ora la purezza .garantita da lui in persona e dal suo fucile carico.


La trattativa durò a lungo e si arrestò solamente quando Gino  percepì che i fiorini ammucchiati sulla tavola,   gli sarebbero bastati  a garantirgli una vecchiaia serena allora  accettò.

Il conte Ledo da Volterra felice abbracciò il vecchio. Si riempirono i calici e   bevvero qualche bicchiere di vinsanto per festeggiare poi Ledo uscì.

I contadini che stavano aspettando che l’uomo uscisse dal mulino, ancora con le zappe ferme, lo
fissarono sbalorditi seguendo il suo cammino con lo sguardo fino a che raggiunse la strada che saliva all'albergo e spari all'orizzonte.

  A vederla dall'alto quella scena sarebbe potuta sembrare un domino. Quando l’uomo passava chiunque distoglieva l’attenzione dal proprio compito per fissarlo perplesso, così fecero i braccianti sui campi alti, ai bordi della strada, poi le donne dalle aie, infine i negozianti dalle botteghe e la stessa locandiera che se lo vide passare davanti e   rientrare in camera.

Allora  si alzò un vocio  che dal paese raggiunse i campi
  “Che cosa aveva a che fare il Conte con il mugnaio?”


Ledo,   appena entrato nella sua stanza  si mise alla scrivania prese la pergamena intinse il pennino nel calamaio e scrisse

-Carissimo zio,

il vostro affezionato nipote vi scrive  per informarvi che nelle montagne è tutto sotto controllo e   che la vostra fiducia non è stata riposta  invano. 
Ha nominato   3 guardacaccia, contro il bracconaggio, ha  fatto recapitare agli abitanti di Acquanegra le gabelle, chiesto l’aumento per l’imposta del vino. E’ inoltre  lieto d’informarvi che ha trovato moglie. Sposerà il quinto giorno di Maggio Fausta, la figlia del mugnaio di Acquanegra, e si stabilirà con lei   a palazzo Guidi, dove oggi stesso inizierà i lavori di manutenzione.
Non osando in cuor suo chiedere la vostra presenza al matrimonio vi manda i suoi più cari saluti, a voi, e a tutta la vostra famiglia.

 Conte Ledo Da Volterra -

Rilesse più volte la lettera, avrebbe voluto togliere e aggiungere parole ma era troppo agitato e la imbustò, e le appose i sigilli..
 Scrisse poi  a  suo cugino Anarco e a sua moglie, felice di dargli quella notizia e desideroso di fargli conoscere Fausta, sicuro che il bellimbusto sarebbe sbiancato dall'invidia.
  In confronto alla sua Isabella, che aveva più nobiltà che bellezza,  la sua sposa sarebbe sembrata una Dea e bene gli sarebbe stata a quell’Anarco che si sentiva il più bello e il più bravo  della famiglia.
Tirò un sospiro di sollievo poi  redasse la missiva per i suoi
 genitori per informarli delle nozze.

 Con il suo testone, da giovane manzo, chino sul foglio,  egli buttò giù sulla carta tutti i suoi sentimenti, lesse e rilesse più volte quella missiva melliflua, la sigillò con la ceralacca e si lasciò andare al gradito  ricordo degli occhi, due, e dei seni due, della sua Fausta.

I   preparativi delle nozze gli donavano una nuova energia così nonostante l’amore che gli faceva girare la testa, qualche ora dopo,
s’incamminò  verso il Palazzo Guidi, per un sopralluogo.


Senza nemmeno scendere dal cavallo Ledo elencava ai suoi uomini i lavori da fare per rendere la villa più accogliente mentre il valoroso Comandante Tonio Stefanelli, li annotava  con cura sulla carta.




Il giorno dopo, all'alba  si sarebbe messo in viaggio per consegnare le missive personalmente al Granduca  e a suo nipote Learco ai Conti Da Volterra, e ai Grezzi i lavoratori della pietra di Firenze che avrebbero costruito alla sua sposa la più bella delle ville..
.Dopo il sopralluogo alla villa, il Conte, non riuscendo a pensare ad altro,  tornò nel mulino di Gino per conoscere meglio la futura moglie, sul fiume.

Quando in paese si seppe del fidanzamento del Duca Ledo da Volterra con la pazza, quella sera, all'osteria, gli acquanegrini si sbellicarono dalle risa, il Conte  discendente dei Guidi avrebbe sposato la figlia di Gino,il mugnaio, la pazza.
- E' proprio il piede per la sua scarpa!- esclamò Giulianin, facendo scoppiare dal ridere tutti.
- A chi avrebbe potuto farla sposare se non a un forestiero, per giunta coglione?- aggiunse energico per farsi sentire da tutti i paesani che si stavano già scompisciandosi dalle risate.



Poi quando, alla fine della serata, tutti gli uomini del paese confessarono, ebbri d'alcool, all'oste di aver posseduto Fausta almeno una volta, sul greto del fiume,  raccontando ogni particolare, Filo, l'oste,  offrì da bere a tutti, per l'ultimo brindisi della serata
alle corna della nobiltà.

  billa- il capitolo seguente verrà postato fra due settimane -