Apro la porta della casa di montagna,dove vivo, e rimango ferma sulla soglia a ispezionare l’interno della stanza: il salotto è pulito e ordinato.
Controllo comunque il divano, foderato di tessuto originale “Sanderson” a grandi righe rosse, su cui ho riposto alcuni cuscini in fantasia, molto confortanti.
Sposto la chaise longue avvicinandola al camino acceso; do un’ultima occhiata alla vetrina con le porcellane inglesi e finalmente esco fuori.
Il sole è già alto nel cielo e trasforma questa fredda mattinata di Maggio in una mattina di quasi Primavera.
Attraverso il vialetto di sassolini bianchi: da oggi diventerà il parcheggio per le auto dei miei ospiti, poi entro nel mio giardino: il mio regno.
Da qui ho il colpo d’occhio che clienti avranno al loro arrivo.
Mi piace.
Mi chino a odorare il mughetto, che in questa stagione rappresenta una cospicua parte della bordura, e ne colgo qualche rametto, quando sento fermarsi un’auto: i miei ospiti sono arrivati.
Mi spolvero le mani al grembiule poi lo sbatto dandogli delle manate a mano aperta e mi avvio verso l’auto. Da una grande auto scura, esce un uomo alto e bruno, all'incirca della mia età, che mi fa un cenno e che poi aiuta a scendere la compagna, una giovane molto alta e molto bionda: I signori Giardi.
Sfodero un sorriso incantevole e mi presento.
- Piacere ,Silvia Oliveri-.
- Complimenti Silvia -. gracchia la signora troppo bionda afferrando la mia mano,senza troppi complimenti, e stringendomela con forza.
- Ha una casa stupenda, se non fossi certa di dove mi trovo direi che ci troviamo in Inghilterra, nella West Country …-.
Mi godo tutto il complimento, mentre osservo la vatussa indietreggiare di colpo e chinarsi, come un avvoltoio, a ghermire uno dei mie gatti.
Ha agguantato il mio povero Fernando e cerca di acciuffare anche la micia; non gradisco che un’estranea prenda in braccio miei gatti .
Con lo sguardo faccio di tutto per mostrarle il mio disappunto.
- Mi scusi ma io amo i gatti e quando ne vedo qualcuno perdo il controllo!-
Sussurra la bionda.
Ancora infastidita, chiedo ai signori di seguirmi.
Aspetto un attimo in salotto, per dar loro il tempo di guardarsi attorno, e poi li accompagno nella loro stanza; loro si guardano in giro e sorridono molto, io sono in brodo di giuggiole.
- Se dopo volete raggiungermi di la per un aperitivo di benvenuto?- .La coppia mi fa segno di si e sparisce all'interno della camera.
Quando rientro nel tinello, quasi vorrei urlare dalla gioia, dopo averli visti così soddisfatti.
Allora tiro fuori dal forno, della stufa di ghisa, il pan brioche appena sfornato,lo appoggio nel piano di marmo e spalmo le fette calde con il paté, che è una mia specialità.
.
Preparo i piattini e i calici, decorati a mano, e apparecchio la tavola, del soggiorno, con una tovaglia sottile di lino, che ho ricamato io a punto intaglio.
Tiro fuori dal frigo lo champagne, una breve sosta per gustarmi l’effetto, e, come se ritoccassi un quadro, colloco i mughetti da un lato, raccolti in un piccolo vaso di porcellana antico.
Aspetto seduta nel divano l’arrivo della coppia, per gustarmi la loro sorpresa.
I signori Giardi mi raggiungono dopo alcuni minuti:si guardano intorno e parlottano piacevolmente.
Li invito ad
accomodarsi a tavola e così faccio anch'io.
Consumiamo i nostri aperitivi chiacchierando amabilmente del più del meno; i due si raccontano, e vengo a sapere e che il lui si chiama Francesco ed è un chirurgo e una persona deliziosa.
Lei, Anna Giotti, è un’infermiera.
"- E’ come se fossimo sposati”. –.
Mi ripete lei, almeno un paio di volte, aprendo più del dovuto la sua boccuccia, troppo piena.
“- Conviviamo da dieci anni”. – Puntualizza ogni tanto.
Fisso l’infermiera che s’ingozza di crostini al paté di fegato con disgusto.
<
Poi, quando i due si alzano in piedi, mi alzo anch’io; l’uomo a un certo punto mi porge la chiave della loro stanza.
- Arrivederci, andiamo a fare una passeggiata nel parco-.
Sembra quasi che si giustifichi.
A malapena accetto le sue scuse, avevo preparato tutto con tanta attenzione e avrei desiderato che loro, almeno, si fossero trattenuti un po’ sul mio divano, davanti al camino, magari a leggere un classico, o a ascoltare della buona musica, o perlomeno che fossero andati a passeggiare in giardino, o, come minimo che si fossero sdraiati per un riposino, nel letto soffice, ricolmo dalla trapunta patchwork, cucita con le mie mani.
- Non penso che faremo tardi ma comunque neanche presto-.
Mi distoglie da quel pensiero la voce dell’infermiera che ricomincia a ridere. - ma quanto ride? -.
- Sono un’appassionata dello slow food e da queste parti so che si mangia troppo bene…-.
A quanto pare le piace mangiare Slowly, lei che ha divorato le mie tartine piuttosto “fastly”.
La prendo in giro sottovoce e li saluto, accompagnandoli fuori.
Successivamente rassetto la cucina e un attimo dopo raggiungo il telefono che sta squillando E’ una prenotazione per domattina, tre camere doppie, sono felice il mio bed and breakfast sta andando a gonfie vele.
Appunto la prenotazione sul quaderno delle prenotazioni, accanto al telefono, quello con la copertina a punto croce, che ho ricamato io, naturalmente.
Do un’occhiata all'orologio, ormai sono le dieci e I signori non sono ancora rientrati.
-non vedo l’ora che tornino. – Penso ad alta voce
- Devo anche preparare il paté fresco per domani e non mi piace cucinare con la gente intorno e ho paura che rientrino da un momento all'altro.
Il telefono trilla di nuovo riempiendo la stanza
.- Pronto?- rispondo cortese, e vengo subito a sapere che i Giardi sono al pronto soccorso perché Anna ha una colica addominale.
- Deve aver mangiato troppo, lei vada a letto, io rimango con lei. Penso che questa notte ce la facciamo qui’-.
- Me la saluti tanto, mi dispiace. - Dico ed esco fuori a dare il cibo ai gatti.
Ho una grande colonia felina, sono gatti che tengo con molta cura, do loro sempre da mangiare nutrimenti scelti e li porto ogni mese dal veterinario.
Dopotutto loro sono miei migliori amici.
Cerco Fernando,chiamandolo nel solito modo: sbattendo appena la lingua sul palato, lui mi riconosce e viene a farmi le fusa, strisciandosi sulle gambe.
- Caro micione...-.
Lo vezzeggio con la voce, dopo mi chino lo accarezzo e lo prendo in braccio; gli struscio il collo, come piace a lui, e lui ronfa sempre più profondamente.
E’ un bel gatto ed è molto grosso.
-Mangi tanto eh birbone!-.
Scherzo, poi lo prendo per le zampe e lo metto a testa in giù e infine gli vibro con forza un colpo secco sul collo e lo porto in cucina, tenendolo ancora per le zampe.
Lo lascio un attimo sul piano tramortito e metto su un bel pentolone d’acqua bollente.
Netto dalle foglie, due cipolle di Tropea, tolgo le parti più dure di due gambi di sedano freschi, sbuccio due carote dell’orto; una presa di sale e un ciuffetto di prezzemolo fresco.
Quando l’acqua bolle, lo immergo perché quando la carne è lessata è più semplice mondarla dalla pelle e dalla pelliccia e poi il brodo mi serve per allungare il fondo di cottura.
– Caro Ferni, i signori che hanno prenotato hanno tanto insistito, poi sono sei e credo proprio che il tuo fegato basterà per tutti, bello il mio gattone!—.
Quando tutto è pronto, e la cucina è rassettata, finalmente, dedico un attimo a me stessa e mi siedo davanti al camino a ricamare un quadretto a punto pieno,che quando sarà finito appenderò alla porta.
mercoledì 16 gennaio 2013
mercoledì 9 gennaio 2013
Mi chiamo Pietro e sono....:la mosca .
Da un mese vivo solo nel mio appartamento, perché mia mia moglie e mia figlia sono andate in vacanza insieme, fanno tutto insieme quelle due.
Allora ho preso anch'io le ferie, ma non per fuggire chissà dove, ma per restare a casa da solo, nel mio rifugio al terzo e ultimo piano: televisione accesa, aria condizionata a palla, tutti i libri che non sono mai riuscito a leggere, un racconto che ho in testa da una vita e che non ho mai avuto il coraggio di buttare su carta.
Dopo la prima settimana di clausura, mi sono accorto che quella vita mi stava cambiando.
Ho smesso di mangiare tutti i giorni, di uscire, di lavarmi, di pulire la casa, di svuotare i posaceneri, di vestirmi, di guardarmi allo specchio, di radermi, di telefonare a mia moglie, di chiamare mia madre; e sono diventato il me stesso puro, il me senza contorno, senza sovrastrutture.
Ho lasciato allora che anche i pensieri mi fluissero liberi, senza inibizione, e così anche le voglie, ma, a un certo punto, non avevo più pensieri ne voglie.
Mi sedevo, appena alzato, alla scrivania, accendevo il pc per scrivere il mio best seller, ma niente: rimanevo lì immobile per tutta la giornata.
Tutto il giorno in stand by, senza fare niente, rinchiuso nel mio quartier generale, compiendo soltanto rapidi raid in cucina per nutrirmi. Poi è accaduta una cosa...
Ogni volta che lasciavo il soggiorno e entravo nel cucinino, venivo assalito da una mosca, una sola fottutissima, mosca, che iniziava a ronzarmi attorno e a volarmi su tutte le parti del mio corpo scoperte e, nonostante io provassi a muovermi molto, per togliermela di torno, lei non se ne andava e io dovevo uscire dalla stanza in fretta per levarmela definitamente dai piedi, e rifugiarmi in salotto, lì lei fino ad'ora non aveva osato entrarci.
Allora indossai il pigiama, quello con le maniche lunghe, poi un paio di guanti di lana, infine mi coprii la testa con un asciugamano ben calato fin sopra le orecchie per ovattare il ronzio così fastidioso e mi buttai in cucina.
Lei naturalmente, anche quella volta mi assalì ma io non indietreggiai, come facevo sempre,dandomela a gambe, anzi avanzai all'interno della stanza fino a raggiungere lo sgabuzzino dove presi la paletta scacciamosche, la mia arma.
Purtroppo, però, nell'inginocchiarmi a richiudere lo sportello dell’armadietto, l’asciugamano scivolò giù, scoprendomi la fronte e lei mi attaccò più violenta del solito.
Io saltellavo sulle caviglie, per mettermi in salvo dai suoi attacchi ma lei, vigliacca, compiva dei blitz di alcuni secondi e poi tornava a svolazzare, così da lasciarmi libero d’illudermi di poter scappare dalla stanza, ma, appena provavo a muovermi, lei mi ripiombava di nuovo addosso sbattendo su di me e provocandomi una nausea terribile.
Quando finalmente quel giorno riuscii a raggiungere il divano mi sentii al sicuro: avevo la paletta mi sarebbe bastato poco per ucciderla e riprendere possesso della mia casa.
La sera preparai la mia vendetta: richiusi tutte le finestre della casa e la vetrata che dalla sala che entrava nel corridoio, lei non avrebbe trovato una via di fuga e io l’avrei uccisa.
Così nonostante l’afa di ferragosto, chiuso ermeticamente nel mio appartamento, afferrai la paletta e mi buttai in cucina muovendomi più velocemente che potevo per non darle un’appiglio. Tenevo saldamente il manico, nelle mie dita strette a pugno, non vedendo l’ora di vibrarlo in aria per colpirla al volo e quando la scorsi appoggiata sul piano in marmo di carrara bianco, della cucina, sentii una stretta al petto.
Il braccio destro si mosse da solo ma lo trattenni con la ragione, dovevo darle un colpo solo, secco, potente, preciso e così feci.
Guardai quel corpicino, nero, cadere sul pavimento, allora mi sentii felice e aprii il frigorifero per prendere, finalmente, da mangiare e da bere, presi tutto e lo portai in salotto. Dovevo festeggiare!
Avevo appena addentato un crecher con una fetta di formaggio quando mi parve di sentire il solito ronzio, scoppiai a ridere, sapevo di averla fatta fuori, la solitudine e la stanchezza mi stavano dando alla testa. Guardai un po’ di tele e uscii dalla stanza, sarei tornato a dormire nel mio letto, non era quella una sera come le altre. Dormii tutta la notte e mi svegliai presto convinto che quello era il giorno perfetto per scrivere il mio racconto, ce l’avevo tutto in testa dall'inizio alla fine.
Andai in bagno a pisciare e entrai nella sala che faceva un caldo terribile, aprii le finestre e respirai con calma poi accesi il pc, la musichetta di windows mi rasserenò, digitai sul’icona del programma di scrittura e quando si aprì scrissi in grassetto “Racconto di Pietro prima stesura”.
Mi fermai e rilessi quelle parole con estremo piacere, poi mmi arrotolai le maniche della camicia, l’unico indumento che avevo addosso, e cercai di riordinare i fatti in testa quando un ronzio mi fece sobbalzare sulla sedia: era tornata.
Mi spostai lentamente, alzandomi appena dalla sedia: dovevo sorprenderla e finirla una volta per tutte. Mentre il mio corpo si muoveva la mia mente congetturava:
1 E’ impossibile che l’insetto sia “la mosca”.
2 Ho aperto le finestre ne dev'essere entrata un’altra, le mosche non resuscitano.
3 No, calmo è un’allucinazione non ci sono mosche in questa stanza.
Detti un'occhiata il divano, dove ormai abbandonavo di tutto e vidi la paletta, incastrata sotto i piatti sporchi, un libro di Pavese,i miei pantaloni, due posaceneri pieni, una scarpa.
Forse sarebbe stato meglio meglio ucciderla a mani nude!
Pensai anche all'eventualità di muovere tutti quegli oggetti, per tirare fuori la paletta senza far rumore e intanto mi muovevo con circospezione, udendo il ronzio che si allontanava verso la cucina…
- La cucina no? - Urlai correndole dietro ma quando aprii la porta di lei non v’era traccia.
Rientrai in me riflettendo sulla solitudine che mi faceva strani scherzi e mi rimisi a sedere. Appena le mie dita si mossero sulla tastiera rieccola.
Chiusi gli occhi schifato; di nuovo, da quel ronzio, a un palmo dal mio viso.
Lei si appoggiò sul mio naso, repressi l’istinto di muovermi per il voltastomaco che quel contatto mi provocava, ma il solletico esercitato dalle sue zampette sulle mie narici mi fece starnutire e tutto fu vano perché lei si allontanò volando.
Mi diressi di corsa verso il divano, buttai i piatti, il posacenere e tutte le altre cose che avevano sommerso la paletta ammazza-mosche, per terra, e corsi in cucina.
Guardai in ogni angolo poi riesaminai daccapo tutto il perimetro del muro della cucina, ma di quella bestia nessuna traccia, allora mi bloccai, immobile in piedi di fronte all'acquaio, sperando che lei sentendo il mio corpo tranquillo si posasse, ancora, su di me.
Dopo un bel po’ di tempo così accadde: ferma sulla mia mano destra, strofinava le zampette alla bocca solleticandomi la pelle ed emettendo quel suono così disgustoso. Non potevo colpirla con la sinistra, non era sicura quella mano, allora rimasi in attesa. Lei si incamminò verso il mio polso, sembrava che quasi stesse in procinto di spiccare il volo, quando tornò indietro e si fermò nella stessa posizione, io ormai tremavo per la stanchezza e la tensione, sentivo che presto mi sarei mosso.
D’un tratto, quando capii che non avrei resistito un secondo in più, lei volò in salotto. Le andai dietro muovendomi con cautela, per prenderla alle spalle, ma inciampai sul cuscino del divano, sul pavimento, e caddi a terra.
Sdraiato sul marmo riflettei: se quell'animale era sfuggito alla morte e alla mia intelligenza e essendo risaputo che l’essere umano è più intelligente di un insetto, lei non era una mosca, o perlomeno non era una mosca come le altre.
Non sapevo che fare, come agire per sconfiggerla definitivamente, considerando che: nonostante fossi certo di averla schiacciata con forza e uccisa, lei era qui.
Adesso ronzava sopra la mia testa, percepivo il rumore delle sue piccole ali che si muovevano. Aveva vinto lei, non potevo fare altro che arrendermi.
Non mi diedi per vinto e, con un guizzo di orgoglio, provai a fingermi morto per scoprire il suo piano.
Provai a controllare la respirazione, muovendo meno che potevo il diaframma, e quando ci riuscii avvertii, dal suo ronzio, che si stava avvicinando.
Tenevo gli occhi socchiusi ma quando lei entrò nel mio campo visivo sobbalzai impaurito: era enorme:
Chiusi definitivamente gli occhi:potevo solo arrendermi, ero stanco, non mangiavo e non dormivo da giorni, il mio corpo e la mia mente si stavano lasciando andare, che lei facesse di me quello che voleva.
A un certo punto mi svegliai di soprassalto, era notte ed erano passate molte ore. Dovevo rimettere in ordine i miei pensieri; - Io sto bene?- Pensai,ascoltando il mio corpo che a, un tratto, m’informò di un dolore lancinante alla caviglia:.
Ero stato attaccato, maledetta!
Temendo che mi attaccasse di nuovo, prestai attenzione ai rumori che provenivano da fuori: un’auto stava passando proprio sotto il palazzo perché vibrarono i vetri, una ragazza rideva sguaiata, in strada, ma nessun ronzio.
Era quello il momento di provare a alzarmi e correre alla finestra a chie dere aiuto, ci provai.
La caviglia non riusciva a sorreggermi allora saltellai su un piede fino alla finestra guardai giù e urlai a squarciagola - Aiuto venite a aiutarmi !-
Una ragazza, che stava passeggiando in strada, alzò la testa verso la mia direzione e mi sorrise poi se ne andò ridendo.-
Mi lasciai andare sul pavimento piangendo come un bambino, il dolore alla gamba era fortissimo, avevo sforzato la caviglia mettendomi in piedi. Ma suonò il telefono: non ero ancora finito.
Con uno sforzo sovrumano mi girai sulla pancia e muovendomi a carponi strisciai fino al telefono, afferrai la cornetta con una mano ma poi il dolore alla gamba mi fece scivolare giù, sul pavimento, mentre mia madre urlava nella cornetta, che ciondolava fino a terra:
- Pietro ma sei a casa? Stai poco bene? Rispondimi..-
Ero pietrificato.
La mosca era tornata: si era appoggiata sull'apparecchio telefonico e mi guardava severa, mentre, la voce di mia madre gridava: - Sto arrivando, la portiera mi ha dato le chiavi..-
La mosca mi svolazzò sulla testa e io cercai di farla fuggire, muovendo le braccia in aria e scivolando col corpo, sul pavimento, più velocemente che potevo, ma lei continuava a minacciare di attaccarmi, con la sua bocca assetata di sangue. Ero fottuto, lei sapeva che presto sarebbero venuti a soccorrermi, mi doveva finire.
A un certo punto mentre cercavo di difendermi da lei, rannicchiandomi con gli arti stretti al corpo e bloccando ogni muscolo, mi parve di sentir trafficare con la serratura: trattenni il fiato. Avevo paura per mia mamma, se fosse entrata anche lei sarebbe stata in trappola, ma non feci in tempo a rimettermi in piedi e a correrle incontro, per avvisarla di tutto, che lei e la portiera erano nella stanza.
Girai la testa verso di loro, terrorizzato, quando sentii mia madre pronunciare nel suo strano dialetto: - Mo te guarda qua quante mosche !
-billa-
Allora ho preso anch'io le ferie, ma non per fuggire chissà dove, ma per restare a casa da solo, nel mio rifugio al terzo e ultimo piano: televisione accesa, aria condizionata a palla, tutti i libri che non sono mai riuscito a leggere, un racconto che ho in testa da una vita e che non ho mai avuto il coraggio di buttare su carta.
Dopo la prima settimana di clausura, mi sono accorto che quella vita mi stava cambiando.
Ho smesso di mangiare tutti i giorni, di uscire, di lavarmi, di pulire la casa, di svuotare i posaceneri, di vestirmi, di guardarmi allo specchio, di radermi, di telefonare a mia moglie, di chiamare mia madre; e sono diventato il me stesso puro, il me senza contorno, senza sovrastrutture.
Ho lasciato allora che anche i pensieri mi fluissero liberi, senza inibizione, e così anche le voglie, ma, a un certo punto, non avevo più pensieri ne voglie.
Mi sedevo, appena alzato, alla scrivania, accendevo il pc per scrivere il mio best seller, ma niente: rimanevo lì immobile per tutta la giornata.
Tutto il giorno in stand by, senza fare niente, rinchiuso nel mio quartier generale, compiendo soltanto rapidi raid in cucina per nutrirmi. Poi è accaduta una cosa...
Ogni volta che lasciavo il soggiorno e entravo nel cucinino, venivo assalito da una mosca, una sola fottutissima, mosca, che iniziava a ronzarmi attorno e a volarmi su tutte le parti del mio corpo scoperte e, nonostante io provassi a muovermi molto, per togliermela di torno, lei non se ne andava e io dovevo uscire dalla stanza in fretta per levarmela definitamente dai piedi, e rifugiarmi in salotto, lì lei fino ad'ora non aveva osato entrarci.
Allora indossai il pigiama, quello con le maniche lunghe, poi un paio di guanti di lana, infine mi coprii la testa con un asciugamano ben calato fin sopra le orecchie per ovattare il ronzio così fastidioso e mi buttai in cucina.
Lei naturalmente, anche quella volta mi assalì ma io non indietreggiai, come facevo sempre,dandomela a gambe, anzi avanzai all'interno della stanza fino a raggiungere lo sgabuzzino dove presi la paletta scacciamosche, la mia arma.
Purtroppo, però, nell'inginocchiarmi a richiudere lo sportello dell’armadietto, l’asciugamano scivolò giù, scoprendomi la fronte e lei mi attaccò più violenta del solito.
Io saltellavo sulle caviglie, per mettermi in salvo dai suoi attacchi ma lei, vigliacca, compiva dei blitz di alcuni secondi e poi tornava a svolazzare, così da lasciarmi libero d’illudermi di poter scappare dalla stanza, ma, appena provavo a muovermi, lei mi ripiombava di nuovo addosso sbattendo su di me e provocandomi una nausea terribile.
Quando finalmente quel giorno riuscii a raggiungere il divano mi sentii al sicuro: avevo la paletta mi sarebbe bastato poco per ucciderla e riprendere possesso della mia casa.
Così nonostante l’afa di ferragosto, chiuso ermeticamente nel mio appartamento, afferrai la paletta e mi buttai in cucina muovendomi più velocemente che potevo per non darle un’appiglio. Tenevo saldamente il manico, nelle mie dita strette a pugno, non vedendo l’ora di vibrarlo in aria per colpirla al volo e quando la scorsi appoggiata sul piano in marmo di carrara bianco, della cucina, sentii una stretta al petto.
Il braccio destro si mosse da solo ma lo trattenni con la ragione, dovevo darle un colpo solo, secco, potente, preciso e così feci.
Guardai quel corpicino, nero, cadere sul pavimento, allora mi sentii felice e aprii il frigorifero per prendere, finalmente, da mangiare e da bere, presi tutto e lo portai in salotto. Dovevo festeggiare!
Avevo appena addentato un crecher con una fetta di formaggio quando mi parve di sentire il solito ronzio, scoppiai a ridere, sapevo di averla fatta fuori, la solitudine e la stanchezza mi stavano dando alla testa. Guardai un po’ di tele e uscii dalla stanza, sarei tornato a dormire nel mio letto, non era quella una sera come le altre. Dormii tutta la notte e mi svegliai presto convinto che quello era il giorno perfetto per scrivere il mio racconto, ce l’avevo tutto in testa dall'inizio alla fine.
Andai in bagno a pisciare e entrai nella sala che faceva un caldo terribile, aprii le finestre e respirai con calma poi accesi il pc, la musichetta di windows mi rasserenò, digitai sul’icona del programma di scrittura e quando si aprì scrissi in grassetto “Racconto di Pietro prima stesura”.
Mi fermai e rilessi quelle parole con estremo piacere, poi mmi arrotolai le maniche della camicia, l’unico indumento che avevo addosso, e cercai di riordinare i fatti in testa quando un ronzio mi fece sobbalzare sulla sedia: era tornata.
Mi spostai lentamente, alzandomi appena dalla sedia: dovevo sorprenderla e finirla una volta per tutte. Mentre il mio corpo si muoveva la mia mente congetturava:
1 E’ impossibile che l’insetto sia “la mosca”.
2 Ho aperto le finestre ne dev'essere entrata un’altra, le mosche non resuscitano.
3 No, calmo è un’allucinazione non ci sono mosche in questa stanza.
Detti un'occhiata il divano, dove ormai abbandonavo di tutto e vidi la paletta, incastrata sotto i piatti sporchi, un libro di Pavese,i miei pantaloni, due posaceneri pieni, una scarpa.
Forse sarebbe stato meglio meglio ucciderla a mani nude!
Pensai anche all'eventualità di muovere tutti quegli oggetti, per tirare fuori la paletta senza far rumore e intanto mi muovevo con circospezione, udendo il ronzio che si allontanava verso la cucina…
- La cucina no? - Urlai correndole dietro ma quando aprii la porta di lei non v’era traccia.
Rientrai in me riflettendo sulla solitudine che mi faceva strani scherzi e mi rimisi a sedere. Appena le mie dita si mossero sulla tastiera rieccola.
Chiusi gli occhi schifato; di nuovo, da quel ronzio, a un palmo dal mio viso.
Lei si appoggiò sul mio naso, repressi l’istinto di muovermi per il voltastomaco che quel contatto mi provocava, ma il solletico esercitato dalle sue zampette sulle mie narici mi fece starnutire e tutto fu vano perché lei si allontanò volando. Mi diressi di corsa verso il divano, buttai i piatti, il posacenere e tutte le altre cose che avevano sommerso la paletta ammazza-mosche, per terra, e corsi in cucina.
Guardai in ogni angolo poi riesaminai daccapo tutto il perimetro del muro della cucina, ma di quella bestia nessuna traccia, allora mi bloccai, immobile in piedi di fronte all'acquaio, sperando che lei sentendo il mio corpo tranquillo si posasse, ancora, su di me.
Dopo un bel po’ di tempo così accadde: ferma sulla mia mano destra, strofinava le zampette alla bocca solleticandomi la pelle ed emettendo quel suono così disgustoso. Non potevo colpirla con la sinistra, non era sicura quella mano, allora rimasi in attesa. Lei si incamminò verso il mio polso, sembrava che quasi stesse in procinto di spiccare il volo, quando tornò indietro e si fermò nella stessa posizione, io ormai tremavo per la stanchezza e la tensione, sentivo che presto mi sarei mosso.
D’un tratto, quando capii che non avrei resistito un secondo in più, lei volò in salotto. Le andai dietro muovendomi con cautela, per prenderla alle spalle, ma inciampai sul cuscino del divano, sul pavimento, e caddi a terra.
Sdraiato sul marmo riflettei: se quell'animale era sfuggito alla morte e alla mia intelligenza e essendo risaputo che l’essere umano è più intelligente di un insetto, lei non era una mosca, o perlomeno non era una mosca come le altre.
Non sapevo che fare, come agire per sconfiggerla definitivamente, considerando che: nonostante fossi certo di averla schiacciata con forza e uccisa, lei era qui.
Adesso ronzava sopra la mia testa, percepivo il rumore delle sue piccole ali che si muovevano. Aveva vinto lei, non potevo fare altro che arrendermi.
Non mi diedi per vinto e, con un guizzo di orgoglio, provai a fingermi morto per scoprire il suo piano.
Provai a controllare la respirazione, muovendo meno che potevo il diaframma, e quando ci riuscii avvertii, dal suo ronzio, che si stava avvicinando.
Tenevo gli occhi socchiusi ma quando lei entrò nel mio campo visivo sobbalzai impaurito: era enorme:
Chiusi definitivamente gli occhi:potevo solo arrendermi, ero stanco, non mangiavo e non dormivo da giorni, il mio corpo e la mia mente si stavano lasciando andare, che lei facesse di me quello che voleva.
A un certo punto mi svegliai di soprassalto, era notte ed erano passate molte ore. Dovevo rimettere in ordine i miei pensieri; - Io sto bene?- Pensai,ascoltando il mio corpo che a, un tratto, m’informò di un dolore lancinante alla caviglia:.
Ero stato attaccato, maledetta!
Temendo che mi attaccasse di nuovo, prestai attenzione ai rumori che provenivano da fuori: un’auto stava passando proprio sotto il palazzo perché vibrarono i vetri, una ragazza rideva sguaiata, in strada, ma nessun ronzio.
Era quello il momento di provare a alzarmi e correre alla finestra a chie dere aiuto, ci provai.
La caviglia non riusciva a sorreggermi allora saltellai su un piede fino alla finestra guardai giù e urlai a squarciagola - Aiuto venite a aiutarmi !-
Una ragazza, che stava passeggiando in strada, alzò la testa verso la mia direzione e mi sorrise poi se ne andò ridendo.-
Mi lasciai andare sul pavimento piangendo come un bambino, il dolore alla gamba era fortissimo, avevo sforzato la caviglia mettendomi in piedi. Ma suonò il telefono: non ero ancora finito.
Con uno sforzo sovrumano mi girai sulla pancia e muovendomi a carponi strisciai fino al telefono, afferrai la cornetta con una mano ma poi il dolore alla gamba mi fece scivolare giù, sul pavimento, mentre mia madre urlava nella cornetta, che ciondolava fino a terra:
- Pietro ma sei a casa? Stai poco bene? Rispondimi..-
Ero pietrificato.
La mosca era tornata: si era appoggiata sull'apparecchio telefonico e mi guardava severa, mentre, la voce di mia madre gridava: - Sto arrivando, la portiera mi ha dato le chiavi..-
La mosca mi svolazzò sulla testa e io cercai di farla fuggire, muovendo le braccia in aria e scivolando col corpo, sul pavimento, più velocemente che potevo, ma lei continuava a minacciare di attaccarmi, con la sua bocca assetata di sangue. Ero fottuto, lei sapeva che presto sarebbero venuti a soccorrermi, mi doveva finire.
A un certo punto mentre cercavo di difendermi da lei, rannicchiandomi con gli arti stretti al corpo e bloccando ogni muscolo, mi parve di sentir trafficare con la serratura: trattenni il fiato. Avevo paura per mia mamma, se fosse entrata anche lei sarebbe stata in trappola, ma non feci in tempo a rimettermi in piedi e a correrle incontro, per avvisarla di tutto, che lei e la portiera erano nella stanza.
Girai la testa verso di loro, terrorizzato, quando sentii mia madre pronunciare nel suo strano dialetto: - Mo te guarda qua quante mosche !
-billa-
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martedì 8 gennaio 2013
Il cappellino di mio nonno
Il nonno è sempre uguale. Ogni volta che lo vedo ho la netta sensazione che la vecchiaia si sia dimenticata di lui. Sì, le fotografie di lui esposte in cucina che lo ritraggono dicono un'altra cosa, ma ..... fisicamente non mi spingono a pensare al tempo che passa.
Come ora, vedendolo laggiù, con il suo cappellino della Nike in testa che non ce la fa a trattenere la sua miriade di capelli, dove quelli bianchi la fanno da padrone, la camicia di jeans con l’ultimo bottone del colletto sempre ben agganciato sotto il collo, infilato nei suoi eterni jeans, non mi viene di pensare a un vecchio, ma al mio compagno di giochi, a quelle interminabili partite a scopa seduti sulle nostre sedie con in mezzo un altra usata per tavolino.
Era capace di impegnarmi mio nonno. Soprattutto quando a inizio partita mi chiedeva con tono irrisorio: “Ti faccio vincere?”
E io prontamente gli rispondevo, con uno sguardo minaccioso: “Non provarci Nonno!”
Ferito nell’orgoglio sapevo che da quel momento in poi dovevo stare attento a non andare sotto scopa, perché , come diceva il nonno “ Quello é il tuo punto debole!”
Spesso mi metteva alla prova. Voleva capire fino a dove il mio orgoglio si spingeva. Come quella volta che, avrò avuto si e no sette anni, si presentò in casa, mentre facevo i compiti, con un bellissimo berrettino ben calzato sulla testa della sua squadra del cuore. Senza tanti convenevoli si avvicinò e mi domandò con tono secco e deciso :“Ti piace?”. Era bello quel cappellino, me lo ricordo ancora. A strisce rosse e blu con lo stemma della squadra sul davanti.
Mi sarebbe piaciuto molto averlo. “Sì” gli dissi prontamente.
Mio nonno sorrise, se lo tolse e me lo porse, ma mentre me lo gustavo già nelle mani, con un gesto fulmineo lo ritrasse per dirmi prontamente: “A patto che da oggi in poi tu tenga per il Bologna!”.
Ci rimasi male per quel tiro mancino. Il nonno sapeva bene che non avrei svenduto la mia squadra del cuore, ma ci provò lo stesso: voleva mettermi alla prova.
Vedendomi in seria difficoltà mi sorrise, in modo consolatorio e mi gettò il cappellino sul tavolo dicendomi: ” non importa, te lo regalo lo stesso “, tornando così sui suoi passi.
Non so a distanza di tanti anni se allora feci bene a non accettare quel regalo del nonno, perchè lo rincorsi restituendoglielo dicendo che non potevo accettare: la mia squadra del cuore rimaneva la mia Fiorentina e per questo non lo potevo indossare.
Quella risposta piacque al nonno, lo so.
Riprese il suo cappellino, se lo rincalzò ben bene sulla sua testa, e, scricchiandomi l'occhio in segno di approvazione, mi ditte un buffetto sulla guancia, tornandosene via.
Racconti - Gomitolo
Come ora, vedendolo laggiù, con il suo cappellino della Nike in testa che non ce la fa a trattenere la sua miriade di capelli, dove quelli bianchi la fanno da padrone, la camicia di jeans con l’ultimo bottone del colletto sempre ben agganciato sotto il collo, infilato nei suoi eterni jeans, non mi viene di pensare a un vecchio, ma al mio compagno di giochi, a quelle interminabili partite a scopa seduti sulle nostre sedie con in mezzo un altra usata per tavolino.
Era capace di impegnarmi mio nonno. Soprattutto quando a inizio partita mi chiedeva con tono irrisorio: “Ti faccio vincere?”
E io prontamente gli rispondevo, con uno sguardo minaccioso: “Non provarci Nonno!”
Ferito nell’orgoglio sapevo che da quel momento in poi dovevo stare attento a non andare sotto scopa, perché , come diceva il nonno “ Quello é il tuo punto debole!”
Spesso mi metteva alla prova. Voleva capire fino a dove il mio orgoglio si spingeva. Come quella volta che, avrò avuto si e no sette anni, si presentò in casa, mentre facevo i compiti, con un bellissimo berrettino ben calzato sulla testa della sua squadra del cuore. Senza tanti convenevoli si avvicinò e mi domandò con tono secco e deciso :“Ti piace?”. Era bello quel cappellino, me lo ricordo ancora. A strisce rosse e blu con lo stemma della squadra sul davanti.
Mi sarebbe piaciuto molto averlo. “Sì” gli dissi prontamente.
Mio nonno sorrise, se lo tolse e me lo porse, ma mentre me lo gustavo già nelle mani, con un gesto fulmineo lo ritrasse per dirmi prontamente: “A patto che da oggi in poi tu tenga per il Bologna!”.
Ci rimasi male per quel tiro mancino. Il nonno sapeva bene che non avrei svenduto la mia squadra del cuore, ma ci provò lo stesso: voleva mettermi alla prova.
Vedendomi in seria difficoltà mi sorrise, in modo consolatorio e mi gettò il cappellino sul tavolo dicendomi: ” non importa, te lo regalo lo stesso “, tornando così sui suoi passi.
Non so a distanza di tanti anni se allora feci bene a non accettare quel regalo del nonno, perchè lo rincorsi restituendoglielo dicendo che non potevo accettare: la mia squadra del cuore rimaneva la mia Fiorentina e per questo non lo potevo indossare.
Quella risposta piacque al nonno, lo so.
Riprese il suo cappellino, se lo rincalzò ben bene sulla sua testa, e, scricchiandomi l'occhio in segno di approvazione, mi ditte un buffetto sulla guancia, tornandosene via.
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giovedì 3 gennaio 2013
BUON ANNO, COMPAGNI!
Ora mangiare avemo mangiato, amo bevuto e amo digerito, ce siamo fatti pure lo cenone grazie al nonnetto e alla sua pensione.
Ma nello core mi domando e dico: pure le maya ci son messi torti, ci avevan detto che saremmo morti e invece ce ritroviamo ancora quì.
Nella mia testa m’ero detto tosto: addio alle bollette da pagare, al mutuo, all’Imu, alle vacanze al mare, e invece cazzo manco sono morto.
E mi fratello prete che mi fa, "Dio ci ha mandato in terra tribolare ma goderemo quando ce ne andremo”.
Ecco perché li ho visti sul tv quelli delle primarie del piddì, i comunisti che magnano i bambini.
-Io me rifò al Cardinal Martini– Ha detto quello che ci hà l’orecchino.
-Io me rifò a Papa Giovanni, quello che mandava i baci ai ragazzini-.
Ha detto l’artro, un poco a collo torto.
Che forse abbian paura dell’inferno che stanno già a pregare al padre eterno?.
Mo dico Gramsci per non dì
Togliatti, mo dico Enrico che morì sul palco, facciamo Marx, un giorno era de nostri, e, se voi proprio parlare dei clericali, tiriamo fori forse Don Milani.
O porco mondo tutto rivoltato io ero rosso e ora voto in bianco, la religione é una spina al fianco, avea ragione il poro Carlo Marx , "gli oppi alle genti annebbiano le menti…".
Tanto per mantené lo status quo.. .
"come disse il bifolco a dorso de mulo:.
vado a votare e che vi faccia pro.. .
però ve mando tutti a fare in...."
-billa-
Ma nello core mi domando e dico: pure le maya ci son messi torti, ci avevan detto che saremmo morti e invece ce ritroviamo ancora quì.
Nella mia testa m’ero detto tosto: addio alle bollette da pagare, al mutuo, all’Imu, alle vacanze al mare, e invece cazzo manco sono morto.
E mi fratello prete che mi fa, "Dio ci ha mandato in terra tribolare ma goderemo quando ce ne andremo”.
Ecco perché li ho visti sul tv quelli delle primarie del piddì, i comunisti che magnano i bambini.
-Io me rifò al Cardinal Martini– Ha detto quello che ci hà l’orecchino.
-Io me rifò a Papa Giovanni, quello che mandava i baci ai ragazzini-.
Ha detto l’artro, un poco a collo torto.
Che forse abbian paura dell’inferno che stanno già a pregare al padre eterno?.
Mo dico Gramsci per non dì
Togliatti, mo dico Enrico che morì sul palco, facciamo Marx, un giorno era de nostri, e, se voi proprio parlare dei clericali, tiriamo fori forse Don Milani.
O porco mondo tutto rivoltato io ero rosso e ora voto in bianco, la religione é una spina al fianco, avea ragione il poro Carlo Marx , "gli oppi alle genti annebbiano le menti…".
Tanto per mantené lo status quo.. .
"come disse il bifolco a dorso de mulo:.
vado a votare e che vi faccia pro.. .
però ve mando tutti a fare in...."
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giovedì 27 dicembre 2012
Un titolo ingombrante: il nome della rosa
Un narratore non deve fornire interpretazioni della propria opera, altrimenti non avrebbe scritto un romanzo, che è una macchina per generare interpretazioni.
Ma uno dei principali ostacoli alla realizzazione di questo virtuoso proposito è proprio il fatto che un romanzo deve avere un titolo.
Il nome della rosa - Umberto Eco
Edizione Bompiani
Postille Pag. 507
Ma uno dei principali ostacoli alla realizzazione di questo virtuoso proposito è proprio il fatto che un romanzo deve avere un titolo.
Il nome della rosa - Umberto Eco
Edizione Bompiani
Postille Pag. 507
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sabato 8 dicembre 2012
IN DUECENTO GIORNI
Lo sciacquio delle onde e il rumore che esse provocavano, sbattendo e abbattendo gli ostacoli che sbarravano il loro passaggio, le urla degli uomini, che, lungo il fiume, tentavano di rinforzare gli argini per proteggere quel che restava del borgo, il rombo dei tuoni e i bagliori dei lampi, che illuminavano a tratti la miseria di quella gente, riecheggiavano nella vallata.
Se l’inverno appena trascorso se n’era andato con il suo carico di morte per le febbri stagionali, la primavera si stava preannunciando altrettanto fosca.
Ormai le baracche dei tintori ,o quel che ne restava, galleggiavano sul fiume, e i corpi delle capre, con gli addomi colmi d’acqua, scivolavano vorticosamente verso valle, come lenzuoli gonfiati dall'acqua sfuggiti dalle mani d’una lavandaia poco attenta.
Jerome, che per tutta la notte aveva lavorato a ricostruire gli argini, con l’acqua fino alle cosce, continuava a ripetere automaticamente gli stessi movimenti, affastellando pietre, terra e rami che subito scivolavano via nel gorgo impetuoso.
Eppure quella era stata una terra felice, il vecchio vi aveva cresciuto i suoi sei figli, mettendo a poco a poco in piedi la arazzeria più famosa di Francia.
Quel fiume in piena, una volta, era stato un crocevia di mercanti d’arte e di chiatte ricolme di filati che provenivano da Parigi o addirittura dall'Italia, di nobili imbellettati con i taschini pieni di soldi da spendere, di chiatte di gitani, che dai loro barconi richiamavano la gente per vendere i loro utensili introvabili.
E in quei ricordi gli parve di riconoscere il suono del bel canto di Pilar.
Il duecentesimo giorno di lavorazione, l’arazzo era finalmente terminato.
A Jerome toccava il compito più bello quello di tagliare i fili, e così anche quella volta, mentre i suoi figli tenevano ben teso l’ordito, aveva impugnato le forbici facendo cadere il filato d'inizio del lavoro, per terra.
Poi i ragazzi avevano srotolato l'arazzo dal subbio, dov'era avvolto, e steso sulle lastre del pavimento.
Era quello il momento più bello e Jerome lo ricorda come fosse ora; finivano tutti insieme a controllare le sfumature dei colori e la precisione dei tratteggi che, se non erano ben demarcati, finivano con il confondersi con le mezze tinte delle ombreggiature. Il "millefleurs" era perfetto e bellissimo:
in primo piano una donna bruna se ne stava seduta su un tronco, sulla riva di un fiume gonfio d’acqua; l’ombrellino aperto, sotto un cielo plumbeo, abbandonato in un angolo. In lontananza, il panorama di una splendida città fortificata e tutto intorno le piante che crescono sulle rive della Loira.
La prima volta che i "lissieur" vedono il lavoro finito, dopo essersi spaccati la schiena sui telai, con il naso e la testa piena dell’odore acre di piscio di capra, che serve a fissare i colori, le mani spaccate dai filati più forti, è il giusto premio per il loro lavoro o la delusione più grande.
Quel giorno se ne stavano tutti insieme in contemplazione da non accorgersi che Madame Carpenter , che per prima voleva vedere tutti I lavori di Jerome, non era arrivata, e nemmeno il pittore Lassalle.
Quella assenza donò loro come un brivido di soddisfazione, si potevano godere tanta bellezza esclusiva.
Ciò che accadde, nei momenti successivi, s’iscrisse per sempre nella memoria dell’uomo.
Fu un accrescersi di rumori, dapprima alcune parole urlate dalla strada, poi il frastuono dei pugni che sbattevano sulle porte del tessitore, infine, quando l’uomo e i suoi figli uscirono all'aperto, un forte crepitio di passi, che correvano sui ciottoli, verso la riva.
L’uomo e i suoi figli maschi seguirono il gruppo, correndo anch'essi. verso la riva.
La chiatta dei gitani era trattenuta, immobile, in un mulinello d’acqua che ora la tirava a fondo per spingerla subito dopo a galla. I flutti spingevano verso riva tutte le suppellettili, che erano a bordo, e le loro strane mercanzie, e la gente, a riva, si affrettava a raccogliere tutti quegli oggetti e a metterli a riparo.
Gli uomini, inermi, fissavano il fiume e la barca sperando di poter intervenire e mettere in salvo quella povera gente, eppure il vortice si era ripetuto diverse volte, davanti ai loro occhi.
Molte ore dopo, quando l’ombra lunga della sera stava calando, il furore delle acque si calmò, ma ormai negli occhi della gente non v’era più speranza per quelle vite, era tutto un muovere di bocche silenziose intente a pregare per quelle povere anime.
Jerome fu l’ultimo a lasciare il fiume, aspettò e aspettò che il volere di Dio si compisse e rimase in ascolto sperando di sentire un grido, un lamento.
Quando ormai anch'egli s’era rassegnato, s’alzò un canto nel buio. Una voce di donna cantava.
L’uomo chiamò sperando che ella gli desse delle indicazioni per farsi raggiungere.- Chi siete? -
- Chi siete?-
- Ditemi vi prego dove vi trovate, vi porterò in salvo..-
Non ebbe nessuna risposta.
Allora cominciò a correre lungo l’argine, avvicinandosi più che poteva all'acqua, cercando di scorgere, una sagoma, un’ombra, qualcosa..
Fu il silenzio.
L’uomo, che non si voleva dar pace, si gettò in acqua muovendo le braccia da tutte le parti, per cercare di afferrare quel corpo.
Quando quasi aveva perso le forze, gli sembrò di sfiorare qualcosa con le dita, allora cercò una presa, più salda, e lo trasportò a galla.
I figli, che erano corsi a cercarlo, gli andarono in aiuto e portarono il corpo a riva.
Jerome ascoltò il petto della donna, che era ancora viva, e disse ai figli di portarla a casa.L’adagiarono sulla tavola della cucina e cominciarono a frizionarle le gambe con l’olio di lino, per scaldarla. Quando finalmente gli sembrò che si stesse riprendendo, l’uomo provò a chiamarla.
- Siete al sicuro, siete salva.. -.
L’addome, della donna, si mosse all'improvviso e cominciò a buttar fuori acqua mista a fango, e, quando il suo ventre sembrava essersi prosciugato, ricominciava daccapo a pisciar fuori melma.
Le figlie di Jerome, correvano a svuotare fuori il secchio che ella ricominciava.
L’uomo non voleva arrendersi, ma il volto bellissimo della donna, piano, piano, si stava adombrando di morte.
Capì che presto se ne sarebbe andata.
La strinse a se aspettando che chiudesse gli occhi per l’eternità e lei ricominciò il suo canto incomprensibile.
""De esplendor se doran los aires y el cristal del Ebro se argenta, que a media noche un sol su curso
empieza. Las luces se avecinan, se ahuyentan las tinieblas, el prado ostenta flores, el Cielo esconde estrellas."".
Erano morti tutti, si seppe il giorno dopo, li trovarono sulla sponda opposta di Bourgneuf: un uomo anziano, con la bocca piena di pesci, una vecchia, forse sua moglie, e una bambina molto piccola. Qualcuno disse che non erano forestieri e che , qualche volta, si erano fermati a vendere gli aghi per i telai. Il vecchio, lo chiamavano Negro, e la ragazza era la popolare Pilar, la voce più bella dell’Andalusìa.
Seppellirono quella famiglia di girovaghi sulle sponde del fiume, così che, la giovane, potesse cantare le sue canzoni ai viandanti.
Non volle sentir ragione Jerome, e non consegnò il lavoro ordinato, a madame Carpenter e al suo pittore, se lo appese davanti al letto in ricordo della Gitana.
Infine, consegnò ai figli tutto quello che aveva e disse loro che ormai era vecchio, che andassero per il mondo.
Quella notte di Primavera mentre gettava, inutilmente, le pietre, la sabbia e i rami nel fiume, neanche si accorse che era giunto il suo giorno, così ammaliato dal canto.
-billa-
Se l’inverno appena trascorso se n’era andato con il suo carico di morte per le febbri stagionali, la primavera si stava preannunciando altrettanto fosca.
Ormai le baracche dei tintori ,o quel che ne restava, galleggiavano sul fiume, e i corpi delle capre, con gli addomi colmi d’acqua, scivolavano vorticosamente verso valle, come lenzuoli gonfiati dall'acqua sfuggiti dalle mani d’una lavandaia poco attenta.
Jerome, che per tutta la notte aveva lavorato a ricostruire gli argini, con l’acqua fino alle cosce, continuava a ripetere automaticamente gli stessi movimenti, affastellando pietre, terra e rami che subito scivolavano via nel gorgo impetuoso.
Eppure quella era stata una terra felice, il vecchio vi aveva cresciuto i suoi sei figli, mettendo a poco a poco in piedi la arazzeria più famosa di Francia.
Quel fiume in piena, una volta, era stato un crocevia di mercanti d’arte e di chiatte ricolme di filati che provenivano da Parigi o addirittura dall'Italia, di nobili imbellettati con i taschini pieni di soldi da spendere, di chiatte di gitani, che dai loro barconi richiamavano la gente per vendere i loro utensili introvabili.
E in quei ricordi gli parve di riconoscere il suono del bel canto di Pilar.
Il duecentesimo giorno di lavorazione, l’arazzo era finalmente terminato.
A Jerome toccava il compito più bello quello di tagliare i fili, e così anche quella volta, mentre i suoi figli tenevano ben teso l’ordito, aveva impugnato le forbici facendo cadere il filato d'inizio del lavoro, per terra.
Poi i ragazzi avevano srotolato l'arazzo dal subbio, dov'era avvolto, e steso sulle lastre del pavimento.
Era quello il momento più bello e Jerome lo ricorda come fosse ora; finivano tutti insieme a controllare le sfumature dei colori e la precisione dei tratteggi che, se non erano ben demarcati, finivano con il confondersi con le mezze tinte delle ombreggiature. Il "millefleurs" era perfetto e bellissimo:
in primo piano una donna bruna se ne stava seduta su un tronco, sulla riva di un fiume gonfio d’acqua; l’ombrellino aperto, sotto un cielo plumbeo, abbandonato in un angolo. In lontananza, il panorama di una splendida città fortificata e tutto intorno le piante che crescono sulle rive della Loira.
La prima volta che i "lissieur" vedono il lavoro finito, dopo essersi spaccati la schiena sui telai, con il naso e la testa piena dell’odore acre di piscio di capra, che serve a fissare i colori, le mani spaccate dai filati più forti, è il giusto premio per il loro lavoro o la delusione più grande.
Quel giorno se ne stavano tutti insieme in contemplazione da non accorgersi che Madame Carpenter , che per prima voleva vedere tutti I lavori di Jerome, non era arrivata, e nemmeno il pittore Lassalle.
Quella assenza donò loro come un brivido di soddisfazione, si potevano godere tanta bellezza esclusiva.
Ciò che accadde, nei momenti successivi, s’iscrisse per sempre nella memoria dell’uomo.
Fu un accrescersi di rumori, dapprima alcune parole urlate dalla strada, poi il frastuono dei pugni che sbattevano sulle porte del tessitore, infine, quando l’uomo e i suoi figli uscirono all'aperto, un forte crepitio di passi, che correvano sui ciottoli, verso la riva.
L’uomo e i suoi figli maschi seguirono il gruppo, correndo anch'essi. verso la riva.
La chiatta dei gitani era trattenuta, immobile, in un mulinello d’acqua che ora la tirava a fondo per spingerla subito dopo a galla. I flutti spingevano verso riva tutte le suppellettili, che erano a bordo, e le loro strane mercanzie, e la gente, a riva, si affrettava a raccogliere tutti quegli oggetti e a metterli a riparo.
Gli uomini, inermi, fissavano il fiume e la barca sperando di poter intervenire e mettere in salvo quella povera gente, eppure il vortice si era ripetuto diverse volte, davanti ai loro occhi.
Molte ore dopo, quando l’ombra lunga della sera stava calando, il furore delle acque si calmò, ma ormai negli occhi della gente non v’era più speranza per quelle vite, era tutto un muovere di bocche silenziose intente a pregare per quelle povere anime.
Jerome fu l’ultimo a lasciare il fiume, aspettò e aspettò che il volere di Dio si compisse e rimase in ascolto sperando di sentire un grido, un lamento.
Quando ormai anch'egli s’era rassegnato, s’alzò un canto nel buio. Una voce di donna cantava.
L’uomo chiamò sperando che ella gli desse delle indicazioni per farsi raggiungere.- Chi siete? -
- Chi siete?-
- Ditemi vi prego dove vi trovate, vi porterò in salvo..-
Non ebbe nessuna risposta.
Allora cominciò a correre lungo l’argine, avvicinandosi più che poteva all'acqua, cercando di scorgere, una sagoma, un’ombra, qualcosa..Fu il silenzio.
L’uomo, che non si voleva dar pace, si gettò in acqua muovendo le braccia da tutte le parti, per cercare di afferrare quel corpo.
Quando quasi aveva perso le forze, gli sembrò di sfiorare qualcosa con le dita, allora cercò una presa, più salda, e lo trasportò a galla.
I figli, che erano corsi a cercarlo, gli andarono in aiuto e portarono il corpo a riva.
Jerome ascoltò il petto della donna, che era ancora viva, e disse ai figli di portarla a casa.L’adagiarono sulla tavola della cucina e cominciarono a frizionarle le gambe con l’olio di lino, per scaldarla. Quando finalmente gli sembrò che si stesse riprendendo, l’uomo provò a chiamarla.
- Siete al sicuro, siete salva.. -.
L’addome, della donna, si mosse all'improvviso e cominciò a buttar fuori acqua mista a fango, e, quando il suo ventre sembrava essersi prosciugato, ricominciava daccapo a pisciar fuori melma.
Le figlie di Jerome, correvano a svuotare fuori il secchio che ella ricominciava.
L’uomo non voleva arrendersi, ma il volto bellissimo della donna, piano, piano, si stava adombrando di morte.
Capì che presto se ne sarebbe andata.
La strinse a se aspettando che chiudesse gli occhi per l’eternità e lei ricominciò il suo canto incomprensibile.
""De esplendor se doran los aires y el cristal del Ebro se argenta, que a media noche un sol su curso
empieza. Las luces se avecinan, se ahuyentan las tinieblas, el prado ostenta flores, el Cielo esconde estrellas."".
Erano morti tutti, si seppe il giorno dopo, li trovarono sulla sponda opposta di Bourgneuf: un uomo anziano, con la bocca piena di pesci, una vecchia, forse sua moglie, e una bambina molto piccola. Qualcuno disse che non erano forestieri e che , qualche volta, si erano fermati a vendere gli aghi per i telai. Il vecchio, lo chiamavano Negro, e la ragazza era la popolare Pilar, la voce più bella dell’Andalusìa.
Seppellirono quella famiglia di girovaghi sulle sponde del fiume, così che, la giovane, potesse cantare le sue canzoni ai viandanti.
Non volle sentir ragione Jerome, e non consegnò il lavoro ordinato, a madame Carpenter e al suo pittore, se lo appese davanti al letto in ricordo della Gitana.
Infine, consegnò ai figli tutto quello che aveva e disse loro che ormai era vecchio, che andassero per il mondo.
Quella notte di Primavera mentre gettava, inutilmente, le pietre, la sabbia e i rami nel fiume, neanche si accorse che era giunto il suo giorno, così ammaliato dal canto.
-billa-
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venerdì 5 ottobre 2012
Scazzo d'Agosto
Sto scrivendo e allo stesso tempo ascolto musica dalle mie cuffiette: un buon sistema per isolarmi divertendomi.
Non faccio caso a chi ho attorno. Ciò che ho preparato appena arrivato, quando in spiaggia non c'era che un un innocuo omino intento a leggersi un tomo da mezzochilo, eviterà che durante la scrittura capitino distrazioni: davanti a me il lettino aperto sotto il sole, come lo sono del resto due cislonghe ai miei fianchi, e in mezzo, sotto l'ombrellone, una sedia con me sopra: un antidoto che permetterà a me di star bello fresco, evitare ai poveri Vu cumprà di venirmi eccessivamente vicino per farmi improbabili offerte e ai bagnanti di occupare parte di un territorio già delimitato.
Mentre scrivo le vedo arrivare queste pattuglie domenicali con lo scopo esclusivo di rendere appagante un giorno di festa.
A tutto si può pensare, vedendo il passo sonnolento e claudicante di questi zombie della domenica, che il sole che si sono venuti a prendere possa entro poco stravolgere le loro mattutiniere intenzioni.
E non basta cospargersi tutte le parti del corpo con unguenti protettivi a esorcizzare gli effetti isterici collaterali che esso può provocare nelle loro menti. Capiterà. Basta aspettare. E io sono pronto con un editor aperto sul mio iPad a registrare il sicuro evento.
Capita anche nelle redazioni dei giornali, il giorno prima di una manifestazione sportiva, di lanciarsi in azzardate previsioni. E anche io nel mio piccolo ci voglio provare: a chi toccheranno isteriche incandescenze questa volta? A quei bambini che hanno sfiorato tre o quattro volte le mie cislonghe inseguendosi l'uno con l'altro? A questa signora di mezza età alla mia destra che mal sopporta il mio lettino aperto sotto il sole, d'intralcio alle sue manovre per accudire una vecchietta, probabilmente sua madre, bofonchiante di rimproveri nei suoi confronti? O forse a chi ho davanti? Moro abbronzato nero catrame, lui; rossa di capelli e dalla pelle bianco cadavere, lei; oppure al loro pargolo, capelli rossi come mamy, e non ancora da età da scuola? Sarà forse proprio Pel di carota a svalvolare per primo, mentre ora è tutto tranquillo a giocare con paletta e secchiello, ma chissà se lo sarà ancora quando il sole graverà perpendicolare sulla sua teste? O forse a qualcuno dell'insospettabile coppia di russi arrivati subito dopo di me in spiaggia, belli impomatati con crema solare protezione centocinquanta - questi coglioni mi sa che non se la danno ai piedi il , cazzo, sembra che tutti ed due si siano infilate pantofole rosse -, e con un paio di gemelli al seguito? Chi perderà le staffe in modo tale da rendere indimenticabile la loro domenica e a me dare il pretesto di scrivere qualcosa?
Penso sempre che in questi casi basta attendere. Non è questione di crudeltà, intendiamoci. Sta nell'animo umano e soprattutto nel segno dei tempi. In una società capitalista come la nostra che trovato il sistema di soddisfare i bisogni primari non si accontenta solo di loro, ma desidera andare oltre anche se questo pregiudica il fabbisogno di chi ha accanto con mezzi più o meno leciti, è chiaro che dimostri la sua voracità anche in una giornata di festa al mare. Sì, basta attendere.
E mentre mi dilungo su premesse filosofiche, lasciando scorrere i brani degli Acoustic Alchemy sul mio iPod in un susseguirsi di melodie spagnoleggianti e non solo, non faccio caso al braccio destro allungato del babbo nero catrame verso la coppia dei russi di cui non mi ero accorto essersi alzati dai loro lettini.
Col disappunto di essermi fatto sfuggire qualcosa d'importante, un po' come un pescatore distratto strattona la sua canna già conscio di avere perso l'attimo fuggente, sfilo dall'orecchio un auricolare quel tanto che basta per afferrare un "ti uccidooo" proveniente dal babbo di Pel di carota sotto i sei anni.
"Cazzo!" Mi dico. "A tanto siamo arrivati. E tutto in pochi attimi". Era successo qualcosa che mi ero perso; la trota che aveva mangiato il lombrico senza farsi accorgere dal pescatore.
La disputa era già iniziata e io stavo cercando, almeno di capirci qualcosa.
"Hai capito o no , brutto pancione coglione, che tuo figlio voleva strozzare il mio?" A chi si riferisce il moro incazzato lo percepisco dalla proiezione del suo braccione teso; chiaramente invece capisco cosa pensa di lui, lo sta ribattezzando, in preda a un sadico ghigno, con una sequela di aggettivi fuori fascia area protetta; escono a ripetizione dalla sua bocca, e così tanti da farmeli risultare dopo un po'quasi insignificanti, come penso lo siano anche per tutti i bagnanti del nostro stabilimento balneare, di quelli adiacenti, ma anche di voi se li sentireste, fidatevi. Da quanto urla mi sa che mezzo Tirreno è venuto già a sapere come il moro nero catrame vede il russo, non così grassone come sta dicendo lui, ma di certo in sovrappeso.
A questo punto, capite bene, sono curioso di scoprire chi sono stati i contendenti, fratelli di giochi e contese. Abele mi sembra di averlo individuato: facile, perché il padre, sempre incazzato, non accenna a togliergli dalla spalla la sua manona libera rimastagli; l'altro, terminale di un braccio ancora bello offensivo, non accenna a sbloccarsi da una ormai stucchevole attività di additamento.
E il Caino dov'è? Gli indiziati sono i gemelli russi. Uno di loro è innocente e l'altro è colpevole. Cazzo, la cosa si fa complicata! Non è che visto la loro esasperata assomiglianza si possa fare di tutta l'erba un fascio!
Il nero incazzato, e mentre scrivo vi assicuro lo è ancora, non è che poi sbraitando e urlando mi aiuti poi così tanto a capire chi fra i gemelli ha compiuto il gesto; l'altro, al limite, può essere stato il complice, tipo reggergli un gomito per alleviargli la fatica durante lo stritolamento, o che so altro.
Quindi chi tra i due è il marmocchio dalle manie omicide?
Quello con la paletta che scava? - Oh cazzo, guarda che bel bucone che ha fatto -
Quello che infila la terra del bucone nei secchielli per far formelle con cui sta circondando una coppia di vecchietti accanto sotto l'ombrellone? Voglio poi capire quando decidono di tornarsene a casa, come fanno a passare senza calpestarne qualcuna.
Quello con la paletta o quello col secchiello?
Insomma, dubbi d'estate, che se qualcuno non si decide a lanciare qualche indizio, lasciano per l'aria il profumo del caso irrisolto, roba da "inchiesta sotto il sole" da vedersela apparire in qualche trasmissione attorno alla mezzanotte, in un palinsesto televisivo alla Carlo Lucarelli, tanto per capirsi.
"Io direi di farla finita" sento dire tutto a un tratto in mezzo alla fila di improperi.
"Carneade chi è costui?" Viene da dirmi mentre scrivo. Percepisco che la voce è baritonale, e forse familiare. Sollevando il dubbio per iscritto, non ho il tempo di cogliere ancora un altra volta l'attimo. Ergo, se non alzo il mio capoccione non saprò mai chi è chi si è intromesso nella "singolar tenzone".
Scorgo alle prese con uno sdraio con l'intento di piegarlo e metterlo a posto sotto un ombrellone poco distante. "Cribbio" mi dico, "è proprio il posto di quell'anziano signore col gusto di legger tomi da mezzo chilo, chiaramente datosela a gambe per non aver tollerato il diverbio domenicale in corso", dico scorgo, il sicuro emittente dell'invito baritonale.
Si è rialzato. E di spalle è ancora più mostruoso: sarà forse quella scritta bianca "SALVATAGGIO" a stagliarsi sul caniotterone rosso a darle una caratterizzazione mistica. Mi ricorda tanto Simone, questo bagnino. Simone, si dai, quel santo che col bambino sulla collottola sprofonda e affoga nelle acque durante la traversata di un fiume dalla corrente mortale, non senza prima portare in salvo la creatura soccorsa.
"E tu che vuoi?" gli domanda l'incazzato abbassando il braccio, be' almeno in questo il bagnino c'è riuscito. "Hai visto che quel bimbo ..."
"E dillo chi" mi e gli domando sottovoce, "lo scavatore o il raccoglitore?"
"Ha messo le mani attorno al collo a PierPaolo. Lì c'è la carotide. È pericoloso, cazzo. E lui stingeva! E suoi genitori, del cazzo, quei pidocchiosi russi del cazzo, lo lasciavano fare, loro ....."
"Si dia una calmata, perché se no a morire è lei"
"Ma come ti permetti. Tu hai visto tutto. Da lassù che guardavi. E senza far niente, tu ..."
"Son cose che i ragazzi devono sbrigarsi da loro" gli dice il bagnino con una flemma da lord inglese che cozza con la logorroica passione offensiva espressa dall'incazzato, questo mentre il bagnino chiude l'ombrellone del lettore mattutino.
E con gli inferociti di uno che ha da poco appreso che il mondo ce l'ha con lui. Il braccio comincia a roteare a trecento sessanta gradi, riparte "Tu, loro, voi ....." alla ricerca di un verbo per placare la coniugazione in cui si è incaponito.
Le sue meningi sono chiamate all'unanime sforzo: trovare un verbo, un aggettivo non ancora uscito nella sequela di ingiurie già sparate, sta provocando al suo testone un tremolio che col passare dei secondi è sempre più evidente; la sua invidiabile abbronzatura si sta trasformando in un rosso porpora tipico di chi al mare ci viene un giorno solo; il braccio teso, una volta rigido e risoluto, sta diventando insicuro e barcollante.
E mentre io, noi, tutti siamo in attesa di conoscere com'è diventato il mondo per lui, tanto che ogni attività balneare si è fermata per saperlo: i bambini non giocano più, i vecchietti non leggono più, i russi non ridono e io non scrivo più visto che tutto, dico proprio tutto, si è fermato .... Ebbene lui, raggiunto l'apogeo della disperazione, apre la bocca e sapete cosa fa? Alita. E lo fa per parecchi volte. E dopo una mezza dozzina di iper ventilati respiri gli occhi tornano essere quelli della tigre, il viso torna paonazzo, il braccio è bello teso come il dito indice degno suo prolungamento che ci addita proprio tutti.
"Tu" inizia a dire indicando il bagnino; "e voi" spostando il dito sui russi; "e loro" saltando ai gemelli, ma anche ai passanti e forse anche a me - vuoi vedere che gli sto sulle palle anche io-, "voi" ripete spostando il braccio e il dito a chi tocca tocca come se fosse una mitragliatrice "voi siete cattivi". Proprio così parlò Zarathustra.
E l'aria soddisfatta scaccia il ghigno; gli occhi si placano, il braccio e il dito si prendono pace e tornano ad aiutare l'altro in operazioni più pacifiche: ripiegare il suo telo; chiudere lo sdraio; abbassare l'ombrellone; riempire borse e borsettine, portarsi ai piedi le ciabatte, e come un vigile, invita la famiglia a raccattare tutto e avviarsi alla passerella.
Questa struggente capitolazione me lo fa apparire di colpo come Napoleone Buonaparte che, persa la battaglia decisiva, non gli resta che varcare la porta dell'esilio.
Rassegnato, col collo a penzoloni, si avvia dietro la sua truppa già partita davanti in fila indiana verso la passerella, dietro di loro un lento movimento delle gambe.
E io non posso fare altro che prepararmi a iniziare a scrivere l'epilogo e a far scorrere l'elenco dei nomi dei personaggi principali e secondari che si sono successi di questa fantastica domenica.
Ma come capita in un giallo di alta suspence, succede quello che non ti aspetti: il trambusto di sdraio contro sdraio,di ombrelloni divelti, lettini che si schiantano; tutto ciò a farmi capire che devo sospendere la scrittura dell'epilogo, rialzare la capoccia perché Napolenone è fuggito dall'isola d'Elba e quei rumori ne sono la dimostrazione.
Era tutta una messa in scena, cari miei lettori. L'avere lasciato andare avanti la famiglia era un pretesto, e la pensilina, il suo cavallo di Troia: percorrendola si sarebbe avvicinato nel campo nemico, nel territorio russo, e quindi più facile sferrare l'attacco.
Obiettivo? Restituire pan per focaccia, ossia, tradotto in soldoni: raggiungere il collo del padre del Caino russo: non mi dite come a fatto ad arrivarci ad afferrarlo lassù, magari a omicidio concluso lo chiederò di certo a qualcuno.
Non so come ce l'ha fatta a montargli sulla schiena e ad agganciarsi al collo del russo, con questo che cerca inutilmente di disarcionarlo. Sarà dura, su questo non c'è dubbio: il collo taurino del russo è tanta roba, e prima di fargli esalare l'ultimo respiro a Napoleone occorrerà impegnarsi, anche se ciò non sembra preoccuparlo più di tanto.
Nel campo di battaglia che è diventato il lato destro del Bagno Adele i personaggi principali e secondari risfilano dai titoli di coda per tornare a essere vividi nella scena, tutti dietro Napoleone e il suo destriero che corre, corre in su e giù per il bagno in cerca di aria vitale. Chi l'avrà vinta? Sará Austeritz o Waterlo?
E mentre vedo passarmi davanti per la terza volta il destriero con sopra Napoleone, con dietro la moglie e i bambini del cavallo, la moglie e il bambino del cavaliere, i bagnanti del lato destro del bagno Adele, tutti urlanti e preoccupati, in una scena già vista in un filmone dei fratelli Marx, mi viene il dubbio se non devo fare anch'io qualcosa, quel qualcosa che forse mi aspetterei dal bagnino.
E quel tangano con la grossa scritta SALVATAGGIO sulla schiena dalla voce baritonale, che fino a quel momento non aveva mosso un piede o un dito, contemplando ciò che stava succedendo, appoggiato su un manico di un ombrellone sapete cosa fa? Al nuovo passaggio davanti a lui solleva il bastone e "stock" te lo schianta sul cranio di Napoleone disarcionandolo.
Fine della corsa.
Tutti fermi,
tutti zitti,
fine di tutto.
Il silenzio calato nel bagno si infrange solo dai deboli lamenti di Napoleone disteso immobile sul campo di battaglia. Sollevato da terra dal bagnino neanche fosse un fuscello, il bagnino se lo porta sulle spalle e, afferrato per mani e piedi, manco fosse una capretta, inizia una camminata verso l'infermeria del bagno Adele.
Mutismo e rassegnazione e ciò che avvolge il bagno, tranne il sottoscritto che in preda a risate, rimessosi le cuffiette dell'iPod, mette un punto su questo fantastico scazzo d'Agosto.
Racconti - Gomitolo
Non faccio caso a chi ho attorno. Ciò che ho preparato appena arrivato, quando in spiaggia non c'era che un un innocuo omino intento a leggersi un tomo da mezzochilo, eviterà che durante la scrittura capitino distrazioni: davanti a me il lettino aperto sotto il sole, come lo sono del resto due cislonghe ai miei fianchi, e in mezzo, sotto l'ombrellone, una sedia con me sopra: un antidoto che permetterà a me di star bello fresco, evitare ai poveri Vu cumprà di venirmi eccessivamente vicino per farmi improbabili offerte e ai bagnanti di occupare parte di un territorio già delimitato.
Mentre scrivo le vedo arrivare queste pattuglie domenicali con lo scopo esclusivo di rendere appagante un giorno di festa.
A tutto si può pensare, vedendo il passo sonnolento e claudicante di questi zombie della domenica, che il sole che si sono venuti a prendere possa entro poco stravolgere le loro mattutiniere intenzioni.
E non basta cospargersi tutte le parti del corpo con unguenti protettivi a esorcizzare gli effetti isterici collaterali che esso può provocare nelle loro menti. Capiterà. Basta aspettare. E io sono pronto con un editor aperto sul mio iPad a registrare il sicuro evento.
Capita anche nelle redazioni dei giornali, il giorno prima di una manifestazione sportiva, di lanciarsi in azzardate previsioni. E anche io nel mio piccolo ci voglio provare: a chi toccheranno isteriche incandescenze questa volta? A quei bambini che hanno sfiorato tre o quattro volte le mie cislonghe inseguendosi l'uno con l'altro? A questa signora di mezza età alla mia destra che mal sopporta il mio lettino aperto sotto il sole, d'intralcio alle sue manovre per accudire una vecchietta, probabilmente sua madre, bofonchiante di rimproveri nei suoi confronti? O forse a chi ho davanti? Moro abbronzato nero catrame, lui; rossa di capelli e dalla pelle bianco cadavere, lei; oppure al loro pargolo, capelli rossi come mamy, e non ancora da età da scuola? Sarà forse proprio Pel di carota a svalvolare per primo, mentre ora è tutto tranquillo a giocare con paletta e secchiello, ma chissà se lo sarà ancora quando il sole graverà perpendicolare sulla sua teste? O forse a qualcuno dell'insospettabile coppia di russi arrivati subito dopo di me in spiaggia, belli impomatati con crema solare protezione centocinquanta - questi coglioni mi sa che non se la danno ai piedi il , cazzo, sembra che tutti ed due si siano infilate pantofole rosse -, e con un paio di gemelli al seguito? Chi perderà le staffe in modo tale da rendere indimenticabile la loro domenica e a me dare il pretesto di scrivere qualcosa?
Penso sempre che in questi casi basta attendere. Non è questione di crudeltà, intendiamoci. Sta nell'animo umano e soprattutto nel segno dei tempi. In una società capitalista come la nostra che trovato il sistema di soddisfare i bisogni primari non si accontenta solo di loro, ma desidera andare oltre anche se questo pregiudica il fabbisogno di chi ha accanto con mezzi più o meno leciti, è chiaro che dimostri la sua voracità anche in una giornata di festa al mare. Sì, basta attendere.
E mentre mi dilungo su premesse filosofiche, lasciando scorrere i brani degli Acoustic Alchemy sul mio iPod in un susseguirsi di melodie spagnoleggianti e non solo, non faccio caso al braccio destro allungato del babbo nero catrame verso la coppia dei russi di cui non mi ero accorto essersi alzati dai loro lettini.
Col disappunto di essermi fatto sfuggire qualcosa d'importante, un po' come un pescatore distratto strattona la sua canna già conscio di avere perso l'attimo fuggente, sfilo dall'orecchio un auricolare quel tanto che basta per afferrare un "ti uccidooo" proveniente dal babbo di Pel di carota sotto i sei anni.
"Cazzo!" Mi dico. "A tanto siamo arrivati. E tutto in pochi attimi". Era successo qualcosa che mi ero perso; la trota che aveva mangiato il lombrico senza farsi accorgere dal pescatore.
La disputa era già iniziata e io stavo cercando, almeno di capirci qualcosa.
"Hai capito o no , brutto pancione coglione, che tuo figlio voleva strozzare il mio?" A chi si riferisce il moro incazzato lo percepisco dalla proiezione del suo braccione teso; chiaramente invece capisco cosa pensa di lui, lo sta ribattezzando, in preda a un sadico ghigno, con una sequela di aggettivi fuori fascia area protetta; escono a ripetizione dalla sua bocca, e così tanti da farmeli risultare dopo un po'quasi insignificanti, come penso lo siano anche per tutti i bagnanti del nostro stabilimento balneare, di quelli adiacenti, ma anche di voi se li sentireste, fidatevi. Da quanto urla mi sa che mezzo Tirreno è venuto già a sapere come il moro nero catrame vede il russo, non così grassone come sta dicendo lui, ma di certo in sovrappeso.
A questo punto, capite bene, sono curioso di scoprire chi sono stati i contendenti, fratelli di giochi e contese. Abele mi sembra di averlo individuato: facile, perché il padre, sempre incazzato, non accenna a togliergli dalla spalla la sua manona libera rimastagli; l'altro, terminale di un braccio ancora bello offensivo, non accenna a sbloccarsi da una ormai stucchevole attività di additamento.
E il Caino dov'è? Gli indiziati sono i gemelli russi. Uno di loro è innocente e l'altro è colpevole. Cazzo, la cosa si fa complicata! Non è che visto la loro esasperata assomiglianza si possa fare di tutta l'erba un fascio!
Il nero incazzato, e mentre scrivo vi assicuro lo è ancora, non è che poi sbraitando e urlando mi aiuti poi così tanto a capire chi fra i gemelli ha compiuto il gesto; l'altro, al limite, può essere stato il complice, tipo reggergli un gomito per alleviargli la fatica durante lo stritolamento, o che so altro.
Quindi chi tra i due è il marmocchio dalle manie omicide?
Quello con la paletta che scava? - Oh cazzo, guarda che bel bucone che ha fatto -
Quello che infila la terra del bucone nei secchielli per far formelle con cui sta circondando una coppia di vecchietti accanto sotto l'ombrellone? Voglio poi capire quando decidono di tornarsene a casa, come fanno a passare senza calpestarne qualcuna.
Quello con la paletta o quello col secchiello?
Insomma, dubbi d'estate, che se qualcuno non si decide a lanciare qualche indizio, lasciano per l'aria il profumo del caso irrisolto, roba da "inchiesta sotto il sole" da vedersela apparire in qualche trasmissione attorno alla mezzanotte, in un palinsesto televisivo alla Carlo Lucarelli, tanto per capirsi.
"Io direi di farla finita" sento dire tutto a un tratto in mezzo alla fila di improperi.
"Carneade chi è costui?" Viene da dirmi mentre scrivo. Percepisco che la voce è baritonale, e forse familiare. Sollevando il dubbio per iscritto, non ho il tempo di cogliere ancora un altra volta l'attimo. Ergo, se non alzo il mio capoccione non saprò mai chi è chi si è intromesso nella "singolar tenzone".
Scorgo alle prese con uno sdraio con l'intento di piegarlo e metterlo a posto sotto un ombrellone poco distante. "Cribbio" mi dico, "è proprio il posto di quell'anziano signore col gusto di legger tomi da mezzo chilo, chiaramente datosela a gambe per non aver tollerato il diverbio domenicale in corso", dico scorgo, il sicuro emittente dell'invito baritonale.
Si è rialzato. E di spalle è ancora più mostruoso: sarà forse quella scritta bianca "SALVATAGGIO" a stagliarsi sul caniotterone rosso a darle una caratterizzazione mistica. Mi ricorda tanto Simone, questo bagnino. Simone, si dai, quel santo che col bambino sulla collottola sprofonda e affoga nelle acque durante la traversata di un fiume dalla corrente mortale, non senza prima portare in salvo la creatura soccorsa.
"E tu che vuoi?" gli domanda l'incazzato abbassando il braccio, be' almeno in questo il bagnino c'è riuscito. "Hai visto che quel bimbo ..."
"E dillo chi" mi e gli domando sottovoce, "lo scavatore o il raccoglitore?"
"Ha messo le mani attorno al collo a PierPaolo. Lì c'è la carotide. È pericoloso, cazzo. E lui stingeva! E suoi genitori, del cazzo, quei pidocchiosi russi del cazzo, lo lasciavano fare, loro ....."
"Si dia una calmata, perché se no a morire è lei"
"Ma come ti permetti. Tu hai visto tutto. Da lassù che guardavi. E senza far niente, tu ..."
"Son cose che i ragazzi devono sbrigarsi da loro" gli dice il bagnino con una flemma da lord inglese che cozza con la logorroica passione offensiva espressa dall'incazzato, questo mentre il bagnino chiude l'ombrellone del lettore mattutino.
E con gli inferociti di uno che ha da poco appreso che il mondo ce l'ha con lui. Il braccio comincia a roteare a trecento sessanta gradi, riparte "Tu, loro, voi ....." alla ricerca di un verbo per placare la coniugazione in cui si è incaponito.
Le sue meningi sono chiamate all'unanime sforzo: trovare un verbo, un aggettivo non ancora uscito nella sequela di ingiurie già sparate, sta provocando al suo testone un tremolio che col passare dei secondi è sempre più evidente; la sua invidiabile abbronzatura si sta trasformando in un rosso porpora tipico di chi al mare ci viene un giorno solo; il braccio teso, una volta rigido e risoluto, sta diventando insicuro e barcollante.
E mentre io, noi, tutti siamo in attesa di conoscere com'è diventato il mondo per lui, tanto che ogni attività balneare si è fermata per saperlo: i bambini non giocano più, i vecchietti non leggono più, i russi non ridono e io non scrivo più visto che tutto, dico proprio tutto, si è fermato .... Ebbene lui, raggiunto l'apogeo della disperazione, apre la bocca e sapete cosa fa? Alita. E lo fa per parecchi volte. E dopo una mezza dozzina di iper ventilati respiri gli occhi tornano essere quelli della tigre, il viso torna paonazzo, il braccio è bello teso come il dito indice degno suo prolungamento che ci addita proprio tutti.
"Tu" inizia a dire indicando il bagnino; "e voi" spostando il dito sui russi; "e loro" saltando ai gemelli, ma anche ai passanti e forse anche a me - vuoi vedere che gli sto sulle palle anche io-, "voi" ripete spostando il braccio e il dito a chi tocca tocca come se fosse una mitragliatrice "voi siete cattivi". Proprio così parlò Zarathustra.
E l'aria soddisfatta scaccia il ghigno; gli occhi si placano, il braccio e il dito si prendono pace e tornano ad aiutare l'altro in operazioni più pacifiche: ripiegare il suo telo; chiudere lo sdraio; abbassare l'ombrellone; riempire borse e borsettine, portarsi ai piedi le ciabatte, e come un vigile, invita la famiglia a raccattare tutto e avviarsi alla passerella.
Questa struggente capitolazione me lo fa apparire di colpo come Napoleone Buonaparte che, persa la battaglia decisiva, non gli resta che varcare la porta dell'esilio.
Rassegnato, col collo a penzoloni, si avvia dietro la sua truppa già partita davanti in fila indiana verso la passerella, dietro di loro un lento movimento delle gambe.
E io non posso fare altro che prepararmi a iniziare a scrivere l'epilogo e a far scorrere l'elenco dei nomi dei personaggi principali e secondari che si sono successi di questa fantastica domenica.
Ma come capita in un giallo di alta suspence, succede quello che non ti aspetti: il trambusto di sdraio contro sdraio,di ombrelloni divelti, lettini che si schiantano; tutto ciò a farmi capire che devo sospendere la scrittura dell'epilogo, rialzare la capoccia perché Napolenone è fuggito dall'isola d'Elba e quei rumori ne sono la dimostrazione.
Era tutta una messa in scena, cari miei lettori. L'avere lasciato andare avanti la famiglia era un pretesto, e la pensilina, il suo cavallo di Troia: percorrendola si sarebbe avvicinato nel campo nemico, nel territorio russo, e quindi più facile sferrare l'attacco.
Obiettivo? Restituire pan per focaccia, ossia, tradotto in soldoni: raggiungere il collo del padre del Caino russo: non mi dite come a fatto ad arrivarci ad afferrarlo lassù, magari a omicidio concluso lo chiederò di certo a qualcuno.
Non so come ce l'ha fatta a montargli sulla schiena e ad agganciarsi al collo del russo, con questo che cerca inutilmente di disarcionarlo. Sarà dura, su questo non c'è dubbio: il collo taurino del russo è tanta roba, e prima di fargli esalare l'ultimo respiro a Napoleone occorrerà impegnarsi, anche se ciò non sembra preoccuparlo più di tanto.
Nel campo di battaglia che è diventato il lato destro del Bagno Adele i personaggi principali e secondari risfilano dai titoli di coda per tornare a essere vividi nella scena, tutti dietro Napoleone e il suo destriero che corre, corre in su e giù per il bagno in cerca di aria vitale. Chi l'avrà vinta? Sará Austeritz o Waterlo?
E mentre vedo passarmi davanti per la terza volta il destriero con sopra Napoleone, con dietro la moglie e i bambini del cavallo, la moglie e il bambino del cavaliere, i bagnanti del lato destro del bagno Adele, tutti urlanti e preoccupati, in una scena già vista in un filmone dei fratelli Marx, mi viene il dubbio se non devo fare anch'io qualcosa, quel qualcosa che forse mi aspetterei dal bagnino.
E quel tangano con la grossa scritta SALVATAGGIO sulla schiena dalla voce baritonale, che fino a quel momento non aveva mosso un piede o un dito, contemplando ciò che stava succedendo, appoggiato su un manico di un ombrellone sapete cosa fa? Al nuovo passaggio davanti a lui solleva il bastone e "stock" te lo schianta sul cranio di Napoleone disarcionandolo.
Fine della corsa.
Tutti fermi,
tutti zitti,
fine di tutto.
Il silenzio calato nel bagno si infrange solo dai deboli lamenti di Napoleone disteso immobile sul campo di battaglia. Sollevato da terra dal bagnino neanche fosse un fuscello, il bagnino se lo porta sulle spalle e, afferrato per mani e piedi, manco fosse una capretta, inizia una camminata verso l'infermeria del bagno Adele.
Mutismo e rassegnazione e ciò che avvolge il bagno, tranne il sottoscritto che in preda a risate, rimessosi le cuffiette dell'iPod, mette un punto su questo fantastico scazzo d'Agosto.
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