mercoledì 25 luglio 2012

The Number Of The Beast- Iron Maiden


Giovedì 19 luglio, nella mia via, si è svolta una festa. Essa era nel complesso molto carina: i tavoli per mangiare, le belle cameriere e il gelataio. Ma in questa festicciola, l’unica cosa brutta era la musica che il Dj passava sul suo giradischi. La Macarena, pezzi anni 40 e quella spazzatura della musica tunz tunz odierna.
Quel Fottuto Dj voleva proprio rovinarmi la serata con le sue “perle” di musica. Non potevo stare ben tre ore ad ascoltare quelle orribili mer… (dato che questo sito è letto da parecchie persone, la mia famiglia non approva questo linguaggio barbaro).
Ironia della sorte: mi trovo davanti il Cd della mia vita, quello che mi ha fatto sballare più di ogni altro. Sto parlando di The Number Of The Beast dei fantastici Iron Maiden! Il CD è un mix di rock e metal che se lo ascolti per la prima volta pensi che sia meglio del canto delle sirene che Ulisse ascoltò nell‘Odissea.
Il CD parte subito con Invaders. Il testo parla di invasori che vogliono attaccare la terra. Il pezzo è molto rock ed è perfetto come inizio album. 
La prima traccia però, serve a preparare l’ascoltatore alla canzone seguente, ovvero Children Of The Damned. Un lento che ti fa venire voglia di piangere da quanto è bello. Il testo parla di un bambino condannato ad una profezia (non ho capito molto bene quale profezia, ma non è questo il punto :D ).
La traccia seguente è The Prisonier, che come la traccia dopo (22 Acacia Avenue) non fa sognare l’ascoltatore come le prime.
Ma poi arriva il punto migliore dell’album, e qui vi devo raccontare una storia: allora… immaginatevi  di essere davanti ad un essere onnipotente che vi sta per uccidere. Avete paura. Sgomento.Terrore. Improvvisamente vedete una luce arrivare. La lava dei vulcani vicini vi impedisce di scorgere per bene la figura .Ma poi vi accorgete che è un uomo. Lo sconosciuto inizia a cantare un ritornello spettacolare  che riesce a scacciare via il mostro. Proprio così, lo scaccia. Allora il vostro salvatore vi racconta la storia della creatura ch vi voleva mangiare. Qui fate partire la traccia e… BOOOM! Nel giro di pochi secondi sentite l’adrenalina salirvi su per la schiena e, durante il ritornello, la sprigionate! Ed ecco il mitico Bruce Dickinson che urla: “666 THE NUMBER OF THE BEAST!” e lì non c’è DJ che tenga, non c’è Macarena, non c’è Beatles e nemmeno tunz tunz, ma c’è Bruce che vi carica con The Number of The Beast!
La traccia successiva è una delle più belle canzoni che la band abbia mai scritto. Parte con un tempo di batteria molto singolare. Poi arriva un riff di chitarra che spacca di brutto. E poi c’è il ritornello. Ahhhh il ritornello: un mix di gioia, adrenalina e piacere allo stato P-U-R-O!! La canzone si chiama Run To The Hills, ed è una bomba!!
Le tracce dopo non sono un granché: Gangland è un tentativo mal riuscito di un pezzo rock anni 70 e Total Eclipse…. Non so a cosa paragonarlo dalla tanta  schifezza.
Ma poi c’è il Rush finale: Hallowed By The Name. La canzone parte con un arpeggio di chitarra stupendamente fantasmagorico. E poi non vi rovino la sorpresa, sennò durante l’ascolto saprete già tutto ;)

Siamo giunti al capolinea del CD. Ricordate che non c’è nessun FOTTUTISSIMO (cazzo l’ho detto…) DJ che tenga alla magia del metal e degli Iron Maiden. Nessuna Tunzata che regga la magia del rock n’roll! C’è solo un cazzo di genere musicale che vi riempirà l’anima di felicità fino alla morte…

martedì 12 giugno 2012

Lager Italiani

           Cercherò di razionalizzare, per quanto possa essere possibile, il mio sconvolgimento dopo avere letto “Lager italiani” di Marco Rovelli. Un pugno in faccia, non ci sono altre definizioni.
           “Tutto per un documento” è il filo conduttore di ogni drammatica testimonianza che compone questo libro. Nella società capitalista siamo ormai abituati a subordinare l’essere vivente a un pezzo di carta che di volta in volta può essere una banconota o, come in questo caso, un documento come il permesso di soggiorno.
          Fino a quando ci insegneranno il rispetto delle regole prima del rispetto per il prossimo? È proprio questo il punto, non solo la burocrazia sottomette la solidarietà e l’empatia che dovrebbero essere caratteristiche fondamentali per una società equa e basata sull’uguaglianza, ma l’apolide, l’immigrato, lo straniero non è neanche considerato un individuo. È nell’ombra, invisibile e, soprattutto, muto, come ogni schiavo che si rispetti.
          Niente proprietà privata, niente documenti, niente cittadinanze e lo Stato, ormai perso nei suoi cavilli formalisti, si chiede se questo è un uomo. Chiude gli occhi di fronte a chi ha bisogno, a chi ha avuto il coraggio di abbandonare tutto rischiando di essere incarcerato nel proprio paese, di non rivedere più i propri familiari, di affogare nel Mare Nostrum, la fossa comune dei nuovi schiavi. Lo stesso Stato che inneggia alla sicurezza additando il degrado dei campi Rom e delle piazze affollate da persone di un colore diverso dal nostro, non esita a compiere abusi di ogni tipo, nascondendosi dietro a società di tutto rispetto come la Croce Rossa e, addirittura, dietro alle Cooperative.
          Quanta gente saprebbe rispondere alla domanda “che cos’è un CPT o un CIE?” ? Purtroppo o per fortuna, credo siano in pochi a conoscere questo scempio e spero che questo deleterio silenzio sia dovuto all’ignoranza circa questo argomento. A questo proposito bisogna aggiungere che questi luoghi, per i quali l’appellativo “Lager” usato nel titolo non è certo un’iperbole, sono assolutamente off-limits e che elemento eccezionale di questo libro è stato proprio quello di fornire testimonianze altrimenti destinate all’oblio.
          Ci indigniamo di fronte alle violazioni dei diritti umani in paesi lontani dal nostro, auto convincendoci che quello che succede a loro è sintomo di “inciviltà”, ma non sappiamo cosa succede nel nostro bel paese, evoluto e progressista. Bari, Bologna, Crotone, Caltanissetta, Gradisca, Lamezia Terme, Lampedusa, Milano, Modena, Ragusa, Roma, Torino, Trapani a cui si aggiungono i CPT adesso chiusi di San Foca (il Regina Pacis, forse il più tragicamente famoso) e quello di Agrigento sono questi i luoghi in cui ogni giorno vengono violati i diritti umani in nome di una legge, che di umano ha ben poco.
          Ma cosa sono, quindi, i CPT? Introdotti dalla legge Turco-Napolitano, secondo la quale ogni straniero sottoposto a “provvedimenti di espulsione e/o respingimento con accompagnamento coattivo alla frontiera non immediatamente eseguibile” deve essere trattenuto dalle forze di polizia in uno di questi centri (nel corso del libro si potrà facilmente intuire la noncuranza verso i richiedenti asilo e quanto sia facile essere vittime di un provvedimento di espulsione, che spesso avviene per un equivoco e senza un reale pretesto) per sessanta giorni che, teoricamente, dovrebbero essere 30 più altri 30 di proroga eventuale. Inutile sottolineare che l’assistenza legale, per quanto prevista, è spesso assente o totalmente simbolica.
          Cos’ha portato alla creazione di questi campi? Scorrendo le principali leggi in materia di immigrazione possiamo vedere che c’è stata una graduale disumanizzazione dell’immigrato. La legge 943 del 1986, in cui si tentava di disciplinare il fenomeno migratorio prevedendo il ricongiungimento famigliare e l’equiparazione giuridica fra lavoratori italiani e lavoratori stranieri, rimandava a vaghi principi di pubblica sicurezza l’eventuale espulsione del migrante. Successivamente, nel 1990, la legge Martelli prevedeva chiaramente l’espulsione, effettuata a discrezione della prefettura per irregolarità e condanne penali. È doveroso ricordare un drammatico episodio del 1991, sicuramente un’immagine eloquente che ben traduce in fatti quello che con la lettura di una legge sembra rimanere astratto: sono vittime i profughi albanesi che arrivano in 21mila sulle coste di Bari, a suon di manganelli vengono internati nello stadio senza servizi igienici, acqua, innaffiati dagli idranti della polizia e con lo scarsissimo cibo calato dagli elicotteri. In tutto questo, la neonata Lega Nord da Milano strepita che devono essere ricacciati in mare. Arriviamo così al 1998, con la legge Turco-Napolitano vengono istituiti i CPT,la cui gestione è affidata al miglior offerente (poca spesa, poca resa) e alle forze di polizia. Nel luglio 2002, con la legge Bossi-Fini si tocca il fondo: nessuna politica di integrazione, ma una demagogica equiparazione di clandestinità e criminalità, viene ridotta la durata del permesso di soggiorno e, soprattutto, quest’ultimo viene legato al contratto di lavoro (un’utopia anche per i cittadini Italiani, figuriamoci per quelli che non lo sono!), con l’ovvia conseguenza di ottenere manodopera docile, sotto costante ricatto, senza alcun diritto e costretta ad accettare ogni compromesso a testa china. Dalla ben più eufemistica denominazione CPT (Centri di Permanenza Temporanea), si arriva a quelle ben più esplicative come CDI (Centri Di Identificazione) per poi culminare con CIE (Centri di Identificazione ed Espulsione).
          La clandestinità diventa reato, bastante per l’arresto e la detenzione. E il diritto d’asilo, fondamentale visto che la maggior parte dei migranti fugge da dittature, regimi o situazioni politiche aberranti? Lasciato alla discrezionalità dei giudici, che è un po’ come affidarsi alla dea bendata, cieca di fronte alle richieste di quelli che vengono chiamati gli “ospiti” dei CIE, in quanto difficilmente sarà conveniente mettersi a difendere un migrante che non può garantire niente in cambio e che, tuttavia, raramente potrà permettersi un avvocato che non sia quello d’istituto dei CPT.
           "Non avete capito che qui comanda la polizia? Che questo è un territorio separato dall’Italia? Che la legge l’hanno fatta per noi? Non avete capito che possiamo fare tutto quello che vogliamo? Se non volete andare al vostro paese in carne e ossa, vi ci facciamo andare noi a pezzi, pezzi di merda."
Questo è un CPT, un CIE. Stati, confini, cittadini, non cittadini, comunitari, extra comunitari, stranieri … basta una riga tracciata su una carta geografica per dirci chi e cosa è diverso da noi? e perché quello che ci sembra “diverso” deve essere sempre da condannare? Perché siamo obbligati a sentirci vicini ad altri stati solo quando leggiamo “Made in China”, quando entriamo in una catena di Fast Food o in qualche altra multinazionale, uguale a se stessa in ogni parte del mondo?
          Occhi chiusi e ripetete con me: SICUREZZA-Homo homini lupus
XENOFOBIA-figurati se è “straniero”
RAZZISMO-sono popoli incivili
APATIA-vengono qua per rubarci il lavoro, che si stiano a casa!
INDIFFERENZA-e chi li conosce? Non capita a me, alla mia famiglia e ai miei amici. …E CHISSENE FREGA!

Ruggiti-Letizia_e_rivoluzione

domenica 10 giugno 2012

Seta Reale color Savoia


Mi chiamo Furio Garioia e lavoro nella merceria di mia proprietà in via S. Lorenzo a Firenze. Tutti i giorni ho a che fare con signore e signorine ostinate che mi fanno arrampicare su per scaffali o scendere negli scantinati a cercare un macramè antico o un filato di lino purissimo.
Due giorni fa ho scorto la ragazza della mia vita. E’ entrata nel negozio e si è subito bloccata, stupefatta,  a guardare gli scaffali ricolmi di merce. Io allora mi sono mosso, da dietro il banco  e le sono andato incontro.   Lei si è girata di scatto, come se si risvegliasse di colpo da un sogno, e mi ha sorriso.
-          Si, grazie.  Sto cercando della seta di un colore particolare, non so se lei può aiutarmi. – Disse coprendosi per un istante la bocca con la mano destra .
-          Potrei controllare, se mi premette – Sussurrai, quasi scusandomi per il troppo zelo.
Alzai gli occhi su di lei: era bellissima.  Indossava un abito di mussolina color geranio,stretto in vita da una cintura dello stesso tessuto,  sui capelli scurissimi, tagliati "alla maschietta", portava un cappello bizzarro con la tesa corta, chiuso da due fiocchi neri alla gola, non avevo mai visto cappelli così.
-          Se pensa, di esserne capace, grazie.  Ha presente il colore del cielo? – Bisbigliò    avvicinandosi per farsi sentire meglio, ed io percepii un profumo di violette che tutt'ora, quando lo sento, m’inebria i sensi.
-          Azzurro. – risposi istantaneamente.
Lei mosse la sua bella testolina facendo segno di no ed io arrossii.
-          Ha ragione ci sono tante tonalità d’azzurro se mi segue le faccio vedere qualcosa. – Dissi, cercando di recuperare la mia aria professionale, e  sperando, in cuor mio, che lei non si decidesse mai e che quindi mi rimanesse vicina per molto tempo. 
-          La precedo! – Esclamai e raggiunsi il bancone, quasi di corsa, provando a nascondere l'emozione sconosciuta che mi stava pervadendo.
Salii sulla scala di legno,sempre più emozionato, inciampando sui gradini levigati, e, quando arrivai di fronte alle mensole più alte, presi sottobraccio due pezze di tessuto di seta e ridiscesi di sotto dove li aprii, sapientemente, stendendole sul banco.   Timidamente osai guardarla di nuovo, cercando di scoprire dai suoi occhi se li gradisse, e spiegai.
-           Sono due sete diverse ed è diverso anche il tono … -  
Lei mi interruppe di colpo .
-       Non so,  potrebbe  andare ma…..-  E girò  di nuovo lo sguardo a destra e sinistra  come se cercasse ancora qualcosa.
-           Pensa che un po’ più scura la tinta sarebbe meglio? – Esclamai, cercando di attirare l’attenzione della donna più bella che io avessi mai visto, e lei annuì, allora tornai su  per  la scala.  Cercai più in fondo nell'ultima scansia, allungandomi col busto e con le braccia ,e quando trovai la pezza di seta  Reale, del tipo extra sottile, la più bella che avevamo in negozio, tornai giù e andai al banco, dove ne stesi una parte facendola frusciare  sul bancone.
-          Questa è una seta Reale purissima,  la più preziosa in commercio. Guardi  se le aggrada il colore, è  un blu Savoia;      secondo me è  molto bella! – Dissi sorridendole.
-          Sì, mi piace.  Ne prendo quattro metri-Dichiarò senza alzare lo sguardo su di me poi aggiunse:
-          Mi servirebbe anche del pizzo inglese, ne avete? – Enunciò con la sua voce  roca e io mi mossi  di nuovo.
Mi chinai sotto il banco e tirai fuori,  da un cassett,o  due scatole  piatte di cartone ondulato color cremisi,   ne presi una la aprii e  tirai fuori un antico merletto ,ad ago, inglese e glielo mostrai tenendolo fra le dita per dimostrarle la finezza del ricamo. I suoi occhi, d’improvviso,  s’illuminarono ed io mi sentii al settimo cielo.
-          E’ bellissimo, non ne ho mai visti di così belli, complimenti.  Va bene l’intera pezza.. -
-          Grazie, lei è stato preziosissimo – Mi salutò infine, raggiungendo la cassa dove le fecero il conto, e   uscì  in strada.
Io la seguii, spiandola  dalle vetrine per capire dove fosse diretta,  ma   lei sparì ai miei occhi ed io dovetti rimettermi al lavoro, con il cuore a pezzi. Da quel giorno quella ragazza non è mai più entrata nel mio negozio.  Ho inseguito molte volte, nelle strade della  mia città, signore vestite d’azzurro  Savoia o di rosso ma lei non l’ho mai più incontrata.
Poi il tempo è passato, mia madre è morta ed io mi sono dovuto sposare, per avere un aiuto in negozio.  A mia moglie però ho regalato l’abito per le nozze che ho fatto confezionare nello stesso pizzo inglese di quel giorno. 


note di lana di billa

martedì 5 giugno 2012

Note di lana

Se non avessi visto con i miei occhi, Luisa, la ribelle di casa Belletta, tentare di sferruzzare sui ferri della nonna, non ci avrei creduto.
Non perché non fossi certo che ella ne fosse capace ma per la repulsione che lei aveva mostrato da sempre per tutti i lavori femminili , tranne quello ovviamente.
Il giorno stesso, dopo la cena, che mi fu servita come sempre alle sette, la feci chiamare e lei mi raggiunse di buon grado, irrompendo nella mia stanza cupa, abbagliante come la primavera. Si accomodò sulla spalliera della mia poltrona di velluto blu, guardandomi di sottecchi, curiosa di sapere il motivo di quella convocazione imprevista.
- Vorrei che tu riuscissi a spiegarmi , con una parola, – Dissi, cercando di dare enfasi alla mia voce.
- Perché le signore amano lavorare a maglia. - Ma bada bene, birbona, che non avrai il premio che ho in serbo per te se non mi darai una risposta convincente.- Aggiunsi.
Lei mi studiò , perplessa, essendo certa che io non le avevo posto quella domanda a caso ma poiché l’avevo vista sferruzzare con il lavoro sulle ginocchia, allora sorrise beffarda e mi piantò i suoi grandi occhi azzurri , impertinenti, nei miei e scoppiò a ridere.
- E’ per la musica! -.
- Ma che storia è mai questa? La rimbrottai severo, e scoppiai a ridere prendendola in giro per l’assurdità della sua risposta.
- Nonnino mio, quante cose non sai, ma aspetta che ti spiego.- Disse lei orgogliosa poi si alzò in piedi e uscì dalla stanza correndo.
Ritornò dopo qualche minuto con le braccia ricolme del lavoro della nonna e si mise a sedere sul poggiapiedi davanti alla mia poltrona.
Si aggiustò le pieghe della gonna ed iniziò a lavorare intrecciando le maglie sui ferri mentre io la guardavo in silenzio.
E me ne accorsi anch’io, povero vecchio sordo: il ticchettare delle punte dei ferri che sbattevano insieme producevano una strana melodia, ritmata.
Allora lei, resasi conto della mia scoperta, richiamò la mia attenzione sussurrando.
- Ascolta nonno, questo punto è veloce perché è facile ed io lo lavoro in fretta, ma senti questo come è lento, ci metto un sacco a farlo perché è difficile, e ce ne sono tanti altri in un ferro più o meno complicati, se sei paziente ti faccio la musica! –.
La osservai orgoglioso, mentre tutta soddisfatta terminava il lavoro, ripensando alla sua spiegazione.

Allora presi dalla tasca il portafoglio a fisarmonica e tirai fuori una bella banconota nuova di zecca e gliela porsi.
Lei mi studiò ed esaminò bene il suo premio allora sorrise , sfrontata, ed esclamò.

- Vedrai nonnino quando imparo meglio che concertini ti faccio!-.



-billa-

lunedì 21 maggio 2012

Senz'altro questo

Un brutto periodo è senz'altro questo.
Già al mattino l'ansia  avvolge  gli stessi nodi da sciogliere del giorno prima.
Capita sempre in un brutto momento,
come è senz'altro questo.

Non ci sei più negli occhi di tuo figlio:
una sensazione, certo,
sai che non è così,
ma che vuoi farci, capita,
magari anche spesso,
in un brutto periodo,
come senz'altro in questo.

Pensi che forse è questo il tuo problema.
Allora cosa fai?  Cerchi una  svolta.
Ti impegni di più,
tenti di dare il meglio in ogni cosa che fai,
anche se  non ti riesce così tanto bene,
in periodi come questo.

Cerchi allora il confronto con tua moglie.
"Sono cose che succedono anche agli altri.
Rassegnati" ti dice. Ma a te non va giù.
Tu vuoi  lottare,
vuoi provare a cambiare un brutto periodo,
come è senz'altro questo.

E' sì, i conti si fanno sempre al mattino,
quando allo specchio ti guardi e non ti riconosci più
capita sempre in un certo periodo,
come senz'altro questo.


Poesie - Gomitolo

lunedì 30 aprile 2012

Nonno Bondi

          Cosa faceva il resto della giornata? Si è già detto dormire. Ma giova ripeterlo, perché se una giornata è di ventiquattr'ore due terzi buoni buoni eran già belle e persi, anche se lui sentirli definire tali lo faceva molto incazzare.
"Ci vuole tenacia e dedizione"  rispondeva a chi gli chiedeva come riusciva a farcela anche quattordici ore di filato. E c'era da credergli. Per la costanza di sicuro,  visto che cascasse il mondo alle nove era belle a letto; stessa cosa dopo pranzo. Ma anche per la dedizione: bastava fare una giratina dalle parti della sua camera per sentirlo russare come una trattore. Appena sveglio, poi era uno spettacolo!
Dopo tutto quel tempo passato a dormire era ovvio che la vescica gli si riempisse come un pallone. E allora, eccotelo! Si sentiva aprire la porta di camera con delicatezza, seguito da un lento frusciare: adorava strisciare le sue ciabatte per terra quando era ancora stordito dal sonno. Dovete sapere che per raggiungere il bagno il nostro Oblomov del ventunesimo secolo, doveva percorrere l'intero corridoio, per giunta passando davanti alla cucina.

Chi aveva la fortuna  di trovarsi da quelle parti e  percepire quei passi felpati, non poteva fare a meno di mettersi comodo sulla prima sedia che si trovava vicino, e attendere: ne valeva di certo la pena, anche se ci voleva un minuto buono per assistere alla sua passata. Ce l'avete presente un gallo cedrone con la parrucca? Vai, ci siamo!  Stesso collo dritto,  stesso sguardo, stesso passo ma molto, molto più rallentato.
I capelli però erano il piatto forte:  ricci e ispidi; appena sveglio erano dritti come girasoli in aperta campagna. Tornato dal bagno, lo spasso continuava. Com'era? Lo stesso di prima, ma senza girasoli in testa. Non si sa perché se li pettinava lisci in quel modo,  adoperando per gli irriducibili la sua  "pettinella" bagnata.

          Di ritorno dal bagno, il posto dove riprendere tutte le forze, era il solito: sulla sedia accanto al frigorifero.
In preda ai lunghi sbadigli, il gallo cedrone senza parrucca, cercava di svegliarsi, lì seduto nel silenzio generale. Poi, cominciava stropicciarsi gli occhi fino a ridurli alle lacrime.
Successero le guerre puniche una volta che si sentì un tonfo disumano provenire dalla cucina. La nonna aveva deciso di fare il cambio dell'armadio, e siccome non arrivata alla parta più alta, aveva pensato bene di farsi aiutare proprio da quella sedia, inutilizzata per tutto il giorno tranne che per cinque minuti dal  Nonno Bondi, dopo la pennichella del pomeriggio, e dopo il letargo notturno. Quando una volta rizzato da nuore e figli si accorse di essere pieno di dolori e con un grosso bernoccolo in testa, ma  per fortuna con niente di rotto, non ebbe pace fino a che non riuscì ad agguantare il collo della nonna, forse per anticiparle la morte sicura provocata dalle sue soffocanti risate.

           Chi si trovava in cucina sapeva bene che entro poco si sarebbe messo gli occhiali, e quindi si sarebbe accorto di lui. Chiunque tu fossi uomo, donna, bambino, bambina non c'era differenza,  dopo tre secondi, non di più, gli sarebbe arrivata la madre di tutte le domande: "'iccheesifà da mangiare stasera?"
Oppure: "com'è?" Questa invece era la seconda: diciamo la madrina, to! Non si faceva tempo a mettersi a tavola, lui che già da un bel pezzo era al suo posto col suo bel grembialone per non insudiciarsi al collo, che quella domanda scattava:"com'è?"
Com'è cosa? Il tempo atmosferico, veniva da pensare. Com'è la vita, il lavoro, la macchina nuova appena comprata, il rapporto con il figlio, la figlia, la moglie, il marito, com'è la situazione politica italiana, o che so altro.
Non si era ancora sfiorato la sedia su cui ci si metteva a sedere che lui "stachiò", si piazzava in mezzo, senza nemmeno salutarti. E anche se eri da poco entrato in casa, ti poneva la solita domanda: "com'è?"
E se non rispondevi, per fargli capire, che non era ancora il momento, non è che aspettasse, continuava, però questa volta guardandoti nel viso:"com'è?"

          Se poi a cena, c'era gente che non si vedeva da una vita, quel "com'è?", diventava irresistibile, un po' come l'ultima volta che aveva fatto il cacciucco. "Allora Silvia come va il tuo nuovo lavoro?" Chiese Sonia a sua nuora subito dopo essersi messe a tavola.
"Com'è?" chiese il nonno Bondi a Silvia, prendendo la palla la balzo.
"E' buono, non mi posso lamentare" rispose a Sonia.
"E perché dovresti lamentarti?" gli domandò suo padre.
"Rispondevo a Sonia!" disse Silvia.
"E che centra Sonia, l'ho fatto io il caciucco!" Rispose risentito il nonno, per quella risposta che non gli tornava affatto.
"Che centra il caciucco?" Gli chiese Silvia, facendo il giro dello sguardo su tutti quelli seduti a tavola.
"Come che centra il cacciucco? Ehi bella, se non ti piace lo lasci. Anzi me lo mangio io" gli rispose risentito, allungando un braccio verso la sua scodella.
"Guarda che non parlavo del cacciucco, parlavo di altro" lo riprese Silvia, facendo resistenza con la sua mano sulla scodella, sulla quale c'erano un po' troppe mani.
"Se ti andava altro, me lo dovevi dire stamani. O non sei stata proprio tu a dirmi che t'andava?
"Lascia fare!"
"Lascia fare te. Molla sto cacciucco per la miseria" e dicendo così inizio un tiro alla fune tra di loro, soltanto che al posto di una corda c'era il piatto conteso.

          Schetch così erano all'ordine del giorno. Bastava che uno entrasse in una di quelle spirali e il nonno Bondi ti portava con se, in un mondo in cui la logica che regnava era soltanto la sua.

Racconti - Gomitolo
 

venerdì 27 aprile 2012

Tema di quinta elementare di Antonio Gramsci


"Se un tuo compagno benestante e molto intelligente ti avesse espresso il proposito di abbandonare gli studi, che cosa gli rispon­deresti?"
Ghilarza, addì 15 luglio 1903
Carissimo amico,
Poco fa ricevetti la tua carissima lettera, e molto mi rallegra il sapere che tu stai bene di salute.
Un punto solo mi fa stupire di te; dici che non ripren­derai più gli studi, perché ti sono venuti a noia.
Come, tu che sei tanto intelli­gente, che, grazie a Dio, non ti manca il necessario, tu vuoi abbandonare gli studi?
Dici a me di far lo stesso, perché è molto meglio scorrazzare per i campi, andare ai balli e ai pubblici ritrovi, anziché rinchiudersi per quattro ore al giorno in una camera, col maestro che ci predica sempre di studiare perché se no reste­remo zucconi.
Ma io, caro amico, non potrò mai abbandonare gli studi che sono la mia unica speranza di vivere onoratamente quando sarò adulto, perché come sai, la mia famiglia non è ricca di beni di fortuna.
Quanti ragazzi poveri ti invidiano;loro che avrebbero voglia di studiare, ma a cui Dio non ha dato il necessario, non solo per studiare, ma molte volte, neanche per sfamarsi.
Io li vedo dalla mia finestra, con che occhi guardano i ragazzi che passano con la cartella a tracolla, loro che non possono andare che alla scuola serale.
Tu dici che sei ricco, che non avrai bisogno degli studi per camparti, ma bada al proverbio "l'ozio è il padre dei vizi." Chi non studia in gioventù se ne pentirà amaramente nella vecchiaia.
Un rovescio di fortuna, una lite perduta, possono portare alla miseria il più ricco degli uomini.
Ricordati del signor Fran­cesco; egli era figlio di una famiglia abbastanza ricca; passò una gioventù brillan­tissima, andava ai teatri, alle bische, e finì per rovinarsi completamente, ed ora fa lo scrivano presso un avvocato che gli da sessanta lire al mese, tanto per vivacchiare.
Questi esempi dovrebbero bastare a farti dissuadere dal tuo proposito. Torna agli studi, caro Giovanni, e vi troverai tutti i beni possibili.
Non pigliarti a male se ti parlo col cuore alla mano, perché ti voglio bene, e uso dire tutto in faccia, e non adularti come molti.
Addio, saluta i tuoi genitori e ricevi un bacio dal Tuo aff.mo amico Antonio

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