venerdì 6 aprile 2012
Una passione che dura una vita
 Un pescatore a mosca veramente in gamba assomiglia moltissimo a un uomo di cultura enciclopedica.
Conosce il pesce e la sua biologia, studia la vita degli insetti dentro e fuori dell'acqua, conosce la chimica e la fisica dell'acqua, e si occupa anche della meteorologia, dei venti e dei problemi idrografici.
 Nonostante abbia una buona conoscenza del suo ambiente non smette mai di apprendere: c'è sempre qualcosa di nuovo da scoprire e nuove esperienze da provare.
 Questi sono i motivi fondamentali che suscitano a molti di noi della pesca a mosca una passione che dura una vita intera e per alcuni addirittura rappresenta una religione.
Steen Ulnitz
sabato 24 marzo 2012
Cosa è la pesca a mosca?
Non si può negare che la pesca a mosca è più un modo di vita che un puro e semplice sport.
Essere un pescatore a mosca spesso vuol dire possedere una speciale attitudine verso le sfumature della natura sopra e sotto la superficie dell'acqua.
Una buona capacità di osservazione, pazienza, immaginazione e rapidità di riflessi sono doti essenziali per essere considerati bravi pescatori a mosca.
A tutto questo va aggiunta una conoscenza quasi scientifica di cosa, dove, come e quando si cibano i pesci.
Göran Cederberg
Essere un pescatore a mosca spesso vuol dire possedere una speciale attitudine verso le sfumature della natura sopra e sotto la superficie dell'acqua.
Una buona capacità di osservazione, pazienza, immaginazione e rapidità di riflessi sono doti essenziali per essere considerati bravi pescatori a mosca.
A tutto questo va aggiunta una conoscenza quasi scientifica di cosa, dove, come e quando si cibano i pesci.
Göran Cederberg
sabato 17 marzo 2012
Un amico che adesso non ho più
Anche io ho avuto un amico della mia età con cui andavo d'accordo: si chiamava Carlo, Carlo Bresciani.
Biondo con i riccioli e gli occhi azzurri. Uno che alle ragazze piaceva per forza. Un tipo tranquillo, col quale mi piaceva un mondo parlare. Di che? Cose semplici: calcio, famiglia, ma mai di scuola, quello era un patto; ma di politica eccome, e anche qui la si pensava uguale.
Anche nel dare di coglionazzi ai nostri compagni di scuola, andavamo d'accordo. A dire il vero forse lui si accendeva un po' di più di me ad apostrofarli come tali. Sono sicuro che se anche la si fosse vista diversamente, probabilmente, grazie al suo modo pacato di affrontare le cose, dico probabilmente, avremmo superato anche eventuali diverbi.
Probabilmente, sì.
Perché dico ciò? Perché di scazzi o presunti tali non ne avevamo mai avuti, ma non so dirvi se ciò sarebbe valso anche per il futuro: questo rimane l'unico dubbio da quel maledetto Giovedì.
Tutto filava liscio tra di noi. Non vedevamo l'ora di finire le lezioni per incontrarci. Non era necessario porsi un obiettivo: una cosa da fare la si trovava sempre: si fissava e basta.
"Passi tu? Passo io?" Erano le solite domande che ci si faceva a un quarto alle due non appena si scendeva dal Trenta, partito dal capolinea di Piazza Stazione all'una e venti spaccate.
"A che ora finisci di studiare?" Una domanda del cazzo, è si perché sapevo bene che mi avrebbe risposto sempre alla solita maniera: "alle cinque e mezzo!"
Per lui che avesse tanto o poco da studiare erano sempre le cinque e mezzo. Anche se c'era da dire che, da circa un mese prima di quel maledetto Giovedì, non è che poi ci si vedeva così spesso.
Sembrava che dal liceo, era lo scientifico quello che frequentava, i suoi professori si organizzassero nel dargli dosi di lezione da potersi sbrigarsi entro quell'ora.
"Facciamo alle sei?" Talvolta gli rispondevo, se non addirittura alle sei e mezzo o anche le sette, non capendo come mai i miei professori, io che di licei facevo il classico, non usassero identiche dosi.
Comunque che fossero le cinque e mezzo, le sei, le sei e mezzo, le sette, noi ci si ritrovava, questo era sicuro, e da quel momento fino a cena si stava insieme. Per un anno è mezzo circa durò, fino di quel maledetto Giovedì.
Una volta fu fantastico! Avemmo il coraggio di andare da quelle teste di cazzo della sezione del partito socialista di Campi, inventandogli che volevamo iscriversi, perché, ci inventammo, affascinati dall'idea del nuovo corso craxiano, così tanto per prenderli un po' per il culo.
Un altra ci infilammo in un ritrovo di ragazzi di Comunione e Liberazione, fingendoci folgorati da una verità colta all'improvviso. E anche quella volta fu da sballo.
L'unica cosa che differiva tra noi erano i tenori di vita. Nonostante le nostre due famiglie avessero su per giù lo stesso status sociale, lui aveva dei soldi in tasca che io mi sognavo: mentre nel mio portafoglio, a farsi compagnia, erano banconote da mille lire, quelle del portafoglio di Carlo erano da diecimila.
Una bella differenza non trovate?
"Certo i tuoi ti trattano proprio bene, è?" gli chiesi una volta, quando mi sopravanzò, alla cassa del fornaio in mezzo a Campi. Capitava spesso, se non sempre, che a pagarmi il mio pezzo di schiacciata fosse il buon Carlo: vigliaccamente subivo bello zitto quell'utile prepotenza.
Fu sempre dal fornaio che mi scappo quell' "Urca!" Nel suo portafogli c'erano tanti bei cinquantini che avevano preso il posto ai pur sempre decorosi decini.
È che stamani ho riscosso, un credituccio" commentò, facendo spallucce di fronte alla mia più che legittima sorpresa.
"Ecco perché ormai ti si vede poco al tram dell'una e venti, è?" Rilanciai, non so se per scusare la sua fortuna o la mia intromissione.
"Giusto!" Rimarcò con molta naturalezza, dandomi una bella pacca sulla spalla.
Mentre mangiavamo quella schiacciata parlavamo spesso, ma da quell' "Urca!" le cose cambiarono. Non ce la facevo più a dargli una mano a individuare chi erano i prossimi da prendere per il culo: mentre mi incalzava, mi sorprendevo spesso a riflettere su cosa potevano essere i suoi "lavoretti".
Sì, mi sa che fu proprio da quel giorno che qualcosa cambiò. O meglio lui rimase lo stesso, fui io che cambiai. Avevo una sola cosa in testa: vederci chiaro. Capite? Non era per gelosia dei suoi soldi, è che volevo sapere come se li procurava, tutto qua.
Per questo una mattina, nel tram delle sette e dieci partenza Campi con arrivo alla stazione alle sette e mezzo, gli dissi che il giorno dopo sarei uscito prima da scuola. Usci veramente un ora prima il giorno dopo, me lo ricordo bene, ma a Carlo non dissi che era da lui che
Era di Giovedì. Era l'una. Mi accorsi che il suono della campanella era identica a quella classico, o forse no, ma comunque ugualmente liberatoria. Passarono dieci minuti prima di scorgere Carlo: fu l'ultimo a uscire.
Mi accorsi che ad attenderlo eravamo in due: io e un tipo losco arrivato subito dopo di me, piazzatosi subito dietro un albero bello grosso quasi quanto quello dove ero nascosto io.
Carlo sapeva bene che il losco era lì: appena uscito fu proprio da lui che si diresse.
Non so come non accorse di me: io ce la feci a scansarmi, ma non con la mia cartella, rimasta lì in bella vista, roba che lui conosceva benissimo.
Da dove ero nascosto sentivo tutto.
"L'hai portato il grano?" disse Carlo in modo irridente..
"Dammi le mie bustine, cazzo, fai presto!" Gli rispose il losco con una voce metallica e impastata.
"Prima scucimi quattro cinquantini"
"Erano tre, bastardo!"
"Si ma ora sono quattro!" Gli rispose lasciandoci andare a una risatina che così sardonica non gli avevo mai sentito uscire dalla bocca. "Ma sai, la domanda supera l'offerta ce ne altri come te che che me la pagano il doppio, per cui prendere o lasciare" intimò Carlo con una determinazione che stentavo a riconoscergli.
"Sei una merda!" Gli rispose rassegnato il losco, e a quel punto non sapevo chi mi faceva più schifo.
Ciò mi bastò.
Era di Giovedì me lo ricordo bene. Girai le spalle e me ne andai. Di sicuro so che mi vide. Ma di dopo non ricordo più niente: come ritornai a casa, se poi mi richiamò, o se lo richiamai io, se ci siamo riparlati, o se da allora ci siamo rivisti .
Niente. Proprio niente. Buffo, no? Eppure è andata così, che ci crediate o no. Una amicizia finita senza aver mai litigato. Una amicizia chiusa nonostante si sia andati sempre d'accordo.
Buffo, veramente buffo.
ANNI '70 - Gomitolo
Capitolo: Un amico che adesso non ho più
Biondo con i riccioli e gli occhi azzurri. Uno che alle ragazze piaceva per forza. Un tipo tranquillo, col quale mi piaceva un mondo parlare. Di che? Cose semplici: calcio, famiglia, ma mai di scuola, quello era un patto; ma di politica eccome, e anche qui la si pensava uguale.
Anche nel dare di coglionazzi ai nostri compagni di scuola, andavamo d'accordo. A dire il vero forse lui si accendeva un po' di più di me ad apostrofarli come tali. Sono sicuro che se anche la si fosse vista diversamente, probabilmente, grazie al suo modo pacato di affrontare le cose, dico probabilmente, avremmo superato anche eventuali diverbi.
Probabilmente, sì.
Perché dico ciò? Perché di scazzi o presunti tali non ne avevamo mai avuti, ma non so dirvi se ciò sarebbe valso anche per il futuro: questo rimane l'unico dubbio da quel maledetto Giovedì.
Tutto filava liscio tra di noi. Non vedevamo l'ora di finire le lezioni per incontrarci. Non era necessario porsi un obiettivo: una cosa da fare la si trovava sempre: si fissava e basta.
"Passi tu? Passo io?" Erano le solite domande che ci si faceva a un quarto alle due non appena si scendeva dal Trenta, partito dal capolinea di Piazza Stazione all'una e venti spaccate.
"A che ora finisci di studiare?" Una domanda del cazzo, è si perché sapevo bene che mi avrebbe risposto sempre alla solita maniera: "alle cinque e mezzo!"
Per lui che avesse tanto o poco da studiare erano sempre le cinque e mezzo. Anche se c'era da dire che, da circa un mese prima di quel maledetto Giovedì, non è che poi ci si vedeva così spesso.
Sembrava che dal liceo, era lo scientifico quello che frequentava, i suoi professori si organizzassero nel dargli dosi di lezione da potersi sbrigarsi entro quell'ora.
"Facciamo alle sei?" Talvolta gli rispondevo, se non addirittura alle sei e mezzo o anche le sette, non capendo come mai i miei professori, io che di licei facevo il classico, non usassero identiche dosi.
Comunque che fossero le cinque e mezzo, le sei, le sei e mezzo, le sette, noi ci si ritrovava, questo era sicuro, e da quel momento fino a cena si stava insieme. Per un anno è mezzo circa durò, fino di quel maledetto Giovedì.
Una volta fu fantastico! Avemmo il coraggio di andare da quelle teste di cazzo della sezione del partito socialista di Campi, inventandogli che volevamo iscriversi, perché, ci inventammo, affascinati dall'idea del nuovo corso craxiano, così tanto per prenderli un po' per il culo.
Un altra ci infilammo in un ritrovo di ragazzi di Comunione e Liberazione, fingendoci folgorati da una verità colta all'improvviso. E anche quella volta fu da sballo.
L'unica cosa che differiva tra noi erano i tenori di vita. Nonostante le nostre due famiglie avessero su per giù lo stesso status sociale, lui aveva dei soldi in tasca che io mi sognavo: mentre nel mio portafoglio, a farsi compagnia, erano banconote da mille lire, quelle del portafoglio di Carlo erano da diecimila.
Una bella differenza non trovate?
"Certo i tuoi ti trattano proprio bene, è?" gli chiesi una volta, quando mi sopravanzò, alla cassa del fornaio in mezzo a Campi. Capitava spesso, se non sempre, che a pagarmi il mio pezzo di schiacciata fosse il buon Carlo: vigliaccamente subivo bello zitto quell'utile prepotenza.
Fu sempre dal fornaio che mi scappo quell' "Urca!" Nel suo portafogli c'erano tanti bei cinquantini che avevano preso il posto ai pur sempre decorosi decini.
È che stamani ho riscosso, un credituccio" commentò, facendo spallucce di fronte alla mia più che legittima sorpresa.
"Ecco perché ormai ti si vede poco al tram dell'una e venti, è?" Rilanciai, non so se per scusare la sua fortuna o la mia intromissione.
"Giusto!" Rimarcò con molta naturalezza, dandomi una bella pacca sulla spalla.
Mentre mangiavamo quella schiacciata parlavamo spesso, ma da quell' "Urca!" le cose cambiarono. Non ce la facevo più a dargli una mano a individuare chi erano i prossimi da prendere per il culo: mentre mi incalzava, mi sorprendevo spesso a riflettere su cosa potevano essere i suoi "lavoretti".
Sì, mi sa che fu proprio da quel giorno che qualcosa cambiò. O meglio lui rimase lo stesso, fui io che cambiai. Avevo una sola cosa in testa: vederci chiaro. Capite? Non era per gelosia dei suoi soldi, è che volevo sapere come se li procurava, tutto qua.
Per questo una mattina, nel tram delle sette e dieci partenza Campi con arrivo alla stazione alle sette e mezzo, gli dissi che il giorno dopo sarei uscito prima da scuola. Usci veramente un ora prima il giorno dopo, me lo ricordo bene, ma a Carlo non dissi che era da lui che
Era di Giovedì. Era l'una. Mi accorsi che il suono della campanella era identica a quella classico, o forse no, ma comunque ugualmente liberatoria. Passarono dieci minuti prima di scorgere Carlo: fu l'ultimo a uscire.
Mi accorsi che ad attenderlo eravamo in due: io e un tipo losco arrivato subito dopo di me, piazzatosi subito dietro un albero bello grosso quasi quanto quello dove ero nascosto io.
Carlo sapeva bene che il losco era lì: appena uscito fu proprio da lui che si diresse.
Non so come non accorse di me: io ce la feci a scansarmi, ma non con la mia cartella, rimasta lì in bella vista, roba che lui conosceva benissimo.
Da dove ero nascosto sentivo tutto.
"L'hai portato il grano?" disse Carlo in modo irridente..
"Dammi le mie bustine, cazzo, fai presto!" Gli rispose il losco con una voce metallica e impastata.
"Prima scucimi quattro cinquantini"
"Erano tre, bastardo!"
"Si ma ora sono quattro!" Gli rispose lasciandoci andare a una risatina che così sardonica non gli avevo mai sentito uscire dalla bocca. "Ma sai, la domanda supera l'offerta ce ne altri come te che che me la pagano il doppio, per cui prendere o lasciare" intimò Carlo con una determinazione che stentavo a riconoscergli.
"Sei una merda!" Gli rispose rassegnato il losco, e a quel punto non sapevo chi mi faceva più schifo.
Ciò mi bastò.
Era di Giovedì me lo ricordo bene. Girai le spalle e me ne andai. Di sicuro so che mi vide. Ma di dopo non ricordo più niente: come ritornai a casa, se poi mi richiamò, o se lo richiamai io, se ci siamo riparlati, o se da allora ci siamo rivisti .
Niente. Proprio niente. Buffo, no? Eppure è andata così, che ci crediate o no. Una amicizia finita senza aver mai litigato. Una amicizia chiusa nonostante si sia andati sempre d'accordo.
Buffo, veramente buffo.
ANNI '70 - Gomitolo
Capitolo: Un amico che adesso non ho più
sabato 3 marzo 2012
Palle che talvolta riemergono
 Avevo pensato troppo allo sciopero del giorno dopo. L'emozione mi aveva giocato un brutto tiro: non riuscivo più ad addormentarmi, e quando capita si sa: se ne inventa di tutte.
Per un po' ho usato anche una tattica speciale: mi fingevo dentro il mio letto, e fin qui non è che poi ci voleva molta fantasia, ma aspettate perché il letto era piazzato in una inarrivabile nicchia di un ultimo piano di un grande ipermercato, con vista sui piani in basso.
Da non credersi, lo so, ma vi assicuro che questo sistema di mettermi lì a immaginare il passaggio di gente tutta diversa, mi ha permesso di combattere tante insonnie: soporifere erano le ragazze prese nel reparto profumi a provarsi su di loro trucchi e belletti; narcotizzanti, i giovani e meno giovani intenti a osservare televisori e computer nello spazio dedicato agli strumenti tecnologici; da sonno sicuro, vecchi signori mentre provano trapani e cacciavite nel corridoi del bricolage.  Una bella strategia durata fino a quando una notte finii nello spazio dedicato agli alimentari. Invece di adottare il solito sistema di collocarmi nel piano più alti, volli piazzare il mio letto a pianterreno nel supermercato di Campi, in attesa di vedere arrivare le massaie con i loro carrelli.
Lì per lì l'idea mi sembrava geniale!
Non avevo fatto però i conti con ciò che mi era successo in un certo periodo, proprio in quella Coop.
I miei genitori avevano preso in affitto una casa in campagna con dei loro amici. Mai scelta fu così azzeccata, soprattutto per un sedicenne che nel fine settimana aveva campo libero per starsene da solo. E quando il gatto non c'è, si sa, i topi ballano. Buttavo tutto all'aria, ma poi ero bravo a rimettere tutto a posto, proprio come mi avevano chiesto: il letto tornava rifatto; camice e maglie sparivano belle piegate nell'armadio; pentole e coperchi, dopo lavate e asciugate, rientravano nella credenza. È sì, perché nella mia totale indipendenza non solo cucinavo, ma mi compravo, con i soldi lasciati da mamma e papà, anche l'occorrente per farlo; per questo avevo preso ogni sabato sera ad andare al supermercato!   Fu in quel periodo che mi imbattei in una vecchia signora. L'avevo presa ad osservare perché toccava di tutto; con un sorriso bello stampato sul volto; con degli occhi che se avessero avuto denti avrebbero mangiato di tutto.
La prima volta che la incrociai non feci caso a cosa aveva nel carrello, ma quella successiva eccome: c'era un pezzetto di pane e una mela.
Il Sabato dopo, e quello dopo ancora, la rincontrai. Una coincidenza non c'è che dire: alle sei di sera di ogni sabato, me la ritrovavo sempre davanti. E io, magneticamente, non potevo fare a meno di avvicinarmi per vedere cosa avesse comprato, sicuro che i suoi acquisti sarebbero stati gli stessi, se non incrementati con poco altro.
Dopo un po' presi a controllare anche il suo abbigliamento: capii presto che quella vecchia signora dal bel sorriso e vestita sempre uguale, non se la passava un gran che bene.
 Da allora, cominciai a fare più caso alle persone che frequentavano i supermercati: mi accorsi presto che molti vecchie e anziani se la passavano male. Sì, più che una rivelazione fu una vera e propria scossa.
Per farla breve, tutte quelle signore e quei signori incontrati al supermarket avevano deciso di darsi appuntamento attorno al mio letto insieme ai loro dispiaceri: un passa parola che aveva allontanato la possibilità di una serena dormita.
Esattamente come mi stava capitando quella notte prima del mio primo sciopero.
 Al mattino, davanti alla scuola, erano tutti entrati in classe, meno quattro. Ma non me ne fregava una mazza.
  "Sarti, se qualcuno lo chiedesse, me lo dici perché facciamo sciopero?” Mi domandò con un tono a presa di culo il Bianchi; ancora non si raccapezzava perché invece di scegliere come lui un bar o che so altro, io spendessi una forca per un comizio di un sindacalista in piazza S.S. Annunziata.
  "Vieni alla manifestazione e te lo scopri da te“, gli risposi seccato.
  "Hai ragione, ma come faccio a rifiutare un invito dalle ragazze della II C?” Controbatté scricchiolando un occhio in cerca di approvazione al Pera e al Magris che, impazienti, con il loro bel ciuffo e nelle loro Belstaff nere nuove di zecca, avevano già innestato la prima marcia dei loro vesponi PX.
  "Ma vieni con noi?" Rilanciò abbandonando il tono scherzoso. " Stai sicuro che se ti dai da fare, te la danno quelle della "C" una bella manifestazione sì, ma d’affetto."
  "Sarà per un'altra volta" gli risposi girandogli le spalle.
  "Come vuoi tu" aggiunse divertito, per poi raggiungere con una bella apertura di gas gli altri due.
  Mentre guardavo la mia immagine riflessa sulla porta posteriore del tram, ero sempre più convinto che su di me cosa da fare ce n'erano eccome.
A partite dai capelli per esempio. Ubbidivano solo alle forbici e il phon di Toni; loro, che prima di sottoporsi al suo trattamento, seppur tenuti sempre corti, facevano con me quello che volevano. Solo quando mi ci mettevo d'impegno riuscivo a domarli: gli lavavo e gli pettinavo con l'aiuto di una spazzola e dell'immancabile phon; li stiravo proprio come mi aveva suggerito Toni, addirittura fino a carbonizzarmi il cuoio capelluto. Ma poi sapevo bene che una parte di loro, gli irriducibili, dopo due giorni, si sarebbero rizzati come girasoli alla vista del sole.
Quanto fatica inutile!
D'altronde erano ricci e quindi perché andare contro corrente? Non ce l'avrei mai fatta a renderli lisci come quelli di tutti i miei compagni di scuola!
Anche sul mio modo di vestire c'era da lavorarci. Partendo dal mio inseparabile loden verde bottiglia, che nei meandri interni nascondeva, in un paio di tasche strategiche cucite ad hoc da mia madre, le mie cose più care: una tasca piccolina all'altezza dell'ascella era riservata ai miei Rayban, unico vezzo di cui andavo fiero; un altra più grande all'altezza della gamba, dava spazio invece al mio quotidiano ben ripiegato in tre parti.
  Mi ero aperto il cappotto completamente per continuare a rimirarmi. Sentendomi osservato, svolazzai una mano all'altezza del viso, simulando una sopraggiunta sofferenza di caldo, con la speranza di sviare ipotesi su quella mia condotta indecente. I pantaloni erano in velluto marrone: mi accorsi che erano gli stessi dei giorno prima; se non fosse stato per una sbadataggine mattutina a base di latte e caffè, anche il maglione beige sarebbe stato rispecchiato dal posto di quello celeste avuto in dosso. Anche le mie polacchine erano dello stesso colore dei pantaloni, ma quelle per me erano intoccabili.
Ma perché quella mattina dedicavo il viaggio in tram verso la stazione da dove entro poco sarebbe partita il corteo, a rimirarmi, invece di dedicarlo a leggere il mio quotidiano fresco di stampa? Era colpa del pensiero inchiodato sulle ragazze della II C; alla possibilità forse, dico forse, di accettare la proposta provocatoria del Bianchi. Ma quel viaggio su me stesso, il vicino arrivo alla stazione con l'imminente partenza della manifestazione contro il governo Craxi che per decreto aveva messo in discussione il valore della contingenza nella busta paga di impiegati e operai, mi convinse che la scelta fatta era quella giusta.
 Girato l'angolo, in fondo al lungo viale della Stazione, mi si presentò davanti la Fortezza. Mi accorsi che non ero il solo giovane ad aver deciso di fare sciopero; ce ne erano anche altri che come me aveva lo zaino in spalla; ma la gran parte aveva tute blu e al posto degli zaini sulla schiena aveva un grossa scritta "Pignone" quasi a coprirgliela per intero.
Non sapendo ancora come aggregarmi, mi venne quindi d'istinto liberare il mio giornale dal cappotto, dargli un paio di belle stirate lungo le tre piegature, e aprirlo. Volevo dedicarmi finalmente alla sua lettura, o meglio quella era la prima intenzione, ma dopo poco la mia curiosità volò oltre su ciò che i giornalisti scrivevano sullo sciopero: desideravo vivere la realtà in diretta. Assaporare quell'aria mista di malcontento della vita quotidiana con cui si doveva fare i conti; e di speranza, data dalla forza della convinzione di problemi condivisibili con tutta quella gente che aveva fatto a meno di una giornata di salario pur di esserci.
Bastava drizzare le orecchie e sentire i commenti che risuonavano in giro per scoprire che nessun articolo di giornale avrebbe mai trattato delle doti matematiche di chi scende in piazza: chi usa la sottrazione per individuare i soldi che possono rimanergli alla fine del mese; chi si affida a elementi di statistica, per analizzare nell'ultimo anno quanto volte ha portato la famiglia al ristorante; chi azzarda previsioni su quando potrà ritornare con la famiglia al cinema.
 Neanche sul mio giornale preferito si era mai parlato di emozioni; eppure, secondo me, di cose da scrivere su queste, ce n'era eccome.
Il mio giornale avrebbe dovuto parlare dei cambi repentini di umore che si provano quando una piazza gremita viene intravista.
Quando si volta l'angolo e si vede tanta gente, così tutta insieme che non ti aspetti.
E' allora che le analisi saltano, e i problemi si dissolvono in speranza.
È lì che capisci che le tue difficoltà sono anche di altri. Che insieme a loro qualcosa si può fare.
Si deve fare!
Vedendo tanta gente, gli animi si rasserenano.
E se il mio giornale non ce la faceva a capire, a descrivere quei volti, secondo me doveva pensare a tante palla gonfie tenute con forza sott'acqua, ma che purtroppo, solo delle volte, ahimè, e solo per magia, si riscattano emergendo con tutta la forza possibile.
  Tante palle messesi in moto tutte insieme, formando una interminabile lunga fila per raggiungere una piazza, dove c'è chi conosce bene i suoi problemi ed è pronto a parlare per offrirgli, almeno con parole, un filo di speranza.
Tutti a sentirlo, per applaudirlo, per condividere tutti insieme quello che dice.
Per commuoversi e sentirsi finalmente felici.
Anche se poi, girato l'angolo della Fortezza, tornando al lavoro e a scuola, la mano del destino si sarebbe appoggiata su di loro riportandoli, purtroppo, con forza sott'acqua.
ANNI '70 - Gomitolo
Capitolo: Palle che talvolta riemergono
Per un po' ho usato anche una tattica speciale: mi fingevo dentro il mio letto, e fin qui non è che poi ci voleva molta fantasia, ma aspettate perché il letto era piazzato in una inarrivabile nicchia di un ultimo piano di un grande ipermercato, con vista sui piani in basso.
Da non credersi, lo so, ma vi assicuro che questo sistema di mettermi lì a immaginare il passaggio di gente tutta diversa, mi ha permesso di combattere tante insonnie: soporifere erano le ragazze prese nel reparto profumi a provarsi su di loro trucchi e belletti; narcotizzanti, i giovani e meno giovani intenti a osservare televisori e computer nello spazio dedicato agli strumenti tecnologici; da sonno sicuro, vecchi signori mentre provano trapani e cacciavite nel corridoi del bricolage.  Una bella strategia durata fino a quando una notte finii nello spazio dedicato agli alimentari. Invece di adottare il solito sistema di collocarmi nel piano più alti, volli piazzare il mio letto a pianterreno nel supermercato di Campi, in attesa di vedere arrivare le massaie con i loro carrelli.
Lì per lì l'idea mi sembrava geniale!
Non avevo fatto però i conti con ciò che mi era successo in un certo periodo, proprio in quella Coop.
I miei genitori avevano preso in affitto una casa in campagna con dei loro amici. Mai scelta fu così azzeccata, soprattutto per un sedicenne che nel fine settimana aveva campo libero per starsene da solo. E quando il gatto non c'è, si sa, i topi ballano. Buttavo tutto all'aria, ma poi ero bravo a rimettere tutto a posto, proprio come mi avevano chiesto: il letto tornava rifatto; camice e maglie sparivano belle piegate nell'armadio; pentole e coperchi, dopo lavate e asciugate, rientravano nella credenza. È sì, perché nella mia totale indipendenza non solo cucinavo, ma mi compravo, con i soldi lasciati da mamma e papà, anche l'occorrente per farlo; per questo avevo preso ogni sabato sera ad andare al supermercato!   Fu in quel periodo che mi imbattei in una vecchia signora. L'avevo presa ad osservare perché toccava di tutto; con un sorriso bello stampato sul volto; con degli occhi che se avessero avuto denti avrebbero mangiato di tutto.
La prima volta che la incrociai non feci caso a cosa aveva nel carrello, ma quella successiva eccome: c'era un pezzetto di pane e una mela.
Il Sabato dopo, e quello dopo ancora, la rincontrai. Una coincidenza non c'è che dire: alle sei di sera di ogni sabato, me la ritrovavo sempre davanti. E io, magneticamente, non potevo fare a meno di avvicinarmi per vedere cosa avesse comprato, sicuro che i suoi acquisti sarebbero stati gli stessi, se non incrementati con poco altro.
Dopo un po' presi a controllare anche il suo abbigliamento: capii presto che quella vecchia signora dal bel sorriso e vestita sempre uguale, non se la passava un gran che bene.
 Da allora, cominciai a fare più caso alle persone che frequentavano i supermercati: mi accorsi presto che molti vecchie e anziani se la passavano male. Sì, più che una rivelazione fu una vera e propria scossa.
Per farla breve, tutte quelle signore e quei signori incontrati al supermarket avevano deciso di darsi appuntamento attorno al mio letto insieme ai loro dispiaceri: un passa parola che aveva allontanato la possibilità di una serena dormita.
Esattamente come mi stava capitando quella notte prima del mio primo sciopero.
 Al mattino, davanti alla scuola, erano tutti entrati in classe, meno quattro. Ma non me ne fregava una mazza.
  "Sarti, se qualcuno lo chiedesse, me lo dici perché facciamo sciopero?” Mi domandò con un tono a presa di culo il Bianchi; ancora non si raccapezzava perché invece di scegliere come lui un bar o che so altro, io spendessi una forca per un comizio di un sindacalista in piazza S.S. Annunziata.
  "Vieni alla manifestazione e te lo scopri da te“, gli risposi seccato.
  "Hai ragione, ma come faccio a rifiutare un invito dalle ragazze della II C?” Controbatté scricchiolando un occhio in cerca di approvazione al Pera e al Magris che, impazienti, con il loro bel ciuffo e nelle loro Belstaff nere nuove di zecca, avevano già innestato la prima marcia dei loro vesponi PX.
  "Ma vieni con noi?" Rilanciò abbandonando il tono scherzoso. " Stai sicuro che se ti dai da fare, te la danno quelle della "C" una bella manifestazione sì, ma d’affetto."
  "Sarà per un'altra volta" gli risposi girandogli le spalle.
  "Come vuoi tu" aggiunse divertito, per poi raggiungere con una bella apertura di gas gli altri due.
  Mentre guardavo la mia immagine riflessa sulla porta posteriore del tram, ero sempre più convinto che su di me cosa da fare ce n'erano eccome.
A partite dai capelli per esempio. Ubbidivano solo alle forbici e il phon di Toni; loro, che prima di sottoporsi al suo trattamento, seppur tenuti sempre corti, facevano con me quello che volevano. Solo quando mi ci mettevo d'impegno riuscivo a domarli: gli lavavo e gli pettinavo con l'aiuto di una spazzola e dell'immancabile phon; li stiravo proprio come mi aveva suggerito Toni, addirittura fino a carbonizzarmi il cuoio capelluto. Ma poi sapevo bene che una parte di loro, gli irriducibili, dopo due giorni, si sarebbero rizzati come girasoli alla vista del sole.
Quanto fatica inutile!
D'altronde erano ricci e quindi perché andare contro corrente? Non ce l'avrei mai fatta a renderli lisci come quelli di tutti i miei compagni di scuola!
Anche sul mio modo di vestire c'era da lavorarci. Partendo dal mio inseparabile loden verde bottiglia, che nei meandri interni nascondeva, in un paio di tasche strategiche cucite ad hoc da mia madre, le mie cose più care: una tasca piccolina all'altezza dell'ascella era riservata ai miei Rayban, unico vezzo di cui andavo fiero; un altra più grande all'altezza della gamba, dava spazio invece al mio quotidiano ben ripiegato in tre parti.
  Mi ero aperto il cappotto completamente per continuare a rimirarmi. Sentendomi osservato, svolazzai una mano all'altezza del viso, simulando una sopraggiunta sofferenza di caldo, con la speranza di sviare ipotesi su quella mia condotta indecente. I pantaloni erano in velluto marrone: mi accorsi che erano gli stessi dei giorno prima; se non fosse stato per una sbadataggine mattutina a base di latte e caffè, anche il maglione beige sarebbe stato rispecchiato dal posto di quello celeste avuto in dosso. Anche le mie polacchine erano dello stesso colore dei pantaloni, ma quelle per me erano intoccabili.
Ma perché quella mattina dedicavo il viaggio in tram verso la stazione da dove entro poco sarebbe partita il corteo, a rimirarmi, invece di dedicarlo a leggere il mio quotidiano fresco di stampa? Era colpa del pensiero inchiodato sulle ragazze della II C; alla possibilità forse, dico forse, di accettare la proposta provocatoria del Bianchi. Ma quel viaggio su me stesso, il vicino arrivo alla stazione con l'imminente partenza della manifestazione contro il governo Craxi che per decreto aveva messo in discussione il valore della contingenza nella busta paga di impiegati e operai, mi convinse che la scelta fatta era quella giusta.
 Girato l'angolo, in fondo al lungo viale della Stazione, mi si presentò davanti la Fortezza. Mi accorsi che non ero il solo giovane ad aver deciso di fare sciopero; ce ne erano anche altri che come me aveva lo zaino in spalla; ma la gran parte aveva tute blu e al posto degli zaini sulla schiena aveva un grossa scritta "Pignone" quasi a coprirgliela per intero.
Non sapendo ancora come aggregarmi, mi venne quindi d'istinto liberare il mio giornale dal cappotto, dargli un paio di belle stirate lungo le tre piegature, e aprirlo. Volevo dedicarmi finalmente alla sua lettura, o meglio quella era la prima intenzione, ma dopo poco la mia curiosità volò oltre su ciò che i giornalisti scrivevano sullo sciopero: desideravo vivere la realtà in diretta. Assaporare quell'aria mista di malcontento della vita quotidiana con cui si doveva fare i conti; e di speranza, data dalla forza della convinzione di problemi condivisibili con tutta quella gente che aveva fatto a meno di una giornata di salario pur di esserci.
Bastava drizzare le orecchie e sentire i commenti che risuonavano in giro per scoprire che nessun articolo di giornale avrebbe mai trattato delle doti matematiche di chi scende in piazza: chi usa la sottrazione per individuare i soldi che possono rimanergli alla fine del mese; chi si affida a elementi di statistica, per analizzare nell'ultimo anno quanto volte ha portato la famiglia al ristorante; chi azzarda previsioni su quando potrà ritornare con la famiglia al cinema.
 Neanche sul mio giornale preferito si era mai parlato di emozioni; eppure, secondo me, di cose da scrivere su queste, ce n'era eccome.
Il mio giornale avrebbe dovuto parlare dei cambi repentini di umore che si provano quando una piazza gremita viene intravista.
Quando si volta l'angolo e si vede tanta gente, così tutta insieme che non ti aspetti.
E' allora che le analisi saltano, e i problemi si dissolvono in speranza.
È lì che capisci che le tue difficoltà sono anche di altri. Che insieme a loro qualcosa si può fare.
Si deve fare!
Vedendo tanta gente, gli animi si rasserenano.
E se il mio giornale non ce la faceva a capire, a descrivere quei volti, secondo me doveva pensare a tante palla gonfie tenute con forza sott'acqua, ma che purtroppo, solo delle volte, ahimè, e solo per magia, si riscattano emergendo con tutta la forza possibile.
  Tante palle messesi in moto tutte insieme, formando una interminabile lunga fila per raggiungere una piazza, dove c'è chi conosce bene i suoi problemi ed è pronto a parlare per offrirgli, almeno con parole, un filo di speranza.
Tutti a sentirlo, per applaudirlo, per condividere tutti insieme quello che dice.
Per commuoversi e sentirsi finalmente felici.
Anche se poi, girato l'angolo della Fortezza, tornando al lavoro e a scuola, la mano del destino si sarebbe appoggiata su di loro riportandoli, purtroppo, con forza sott'acqua.
ANNI '70 - Gomitolo
Capitolo: Palle che talvolta riemergono
domenica 19 febbraio 2012
Timidezza
Il rapporto con la notte fin da bambino mi ha sempre creato problemi.
Da piccolo, per prendere sonno, era necessario che mia madre mi lanciasse dal suo letto non so quante “buonanotti”, e il mio risentimento non trovava pace fino a quando non percepivo tutto l’affetto che volevo. Poi, appagato, le luci si spegnevano, ma il sonno non arrivava, e io rimanevo solo con me stesso.
Era allora che iniziava un viaggio introspettivo pieno di mille perché. Arrivavo a interrogarmi praticamente su tutto, persino sugli odori che percepivo. Anche la notte sembrava avere un odore diverso, indefinibile e irreale; ne avevo anche parlato con mia madre: le sue sorridenti rassicurazioni finivano sempre nel farla facile, affermando che la notte aveva lo stesso sapore del giorno. A nulla valsero le mie obiezioni basate su semplici percezioni, tanto da arrivare presto a capire che quelle fobie dovevo cominciare a tenerle per me.
Al buio, solo nelle mie convinzioni, i miei occhi vagavano per la camera, capaci di vedere le cose dilatate, ma anche di inventarne di nuove.
Per un bel pezzo, per impormi di prendere sonno, chiudevo gli occhi con forza e posavo l’orecchio buono sul cuscino per permettere all’altro sordo di costruire la mio piccolo spazio insonorizzato.
Un sfortuna utilizzata bene direte, se non che un battito insistente tornava sempre a farsi sentire: temevo il suo ritmo che progressivamente aumentava con l’ansia accumulata nell'ascoltarlo.
Quante volte mi sono domandato che cosa fosse quel battito! Solo anni dopo scoprii che quel rumore con cui avevo convissuto con terrore, non era altro che il rumore del mio cuore.
Nonostante tutto fin da piccolo ho sempre confidato nella notte per prendere decisioni importanti.
Fu in una di queste che stabilii di farmi avanti con una ragazza. Ci eravamo scambiati un paio di sorrisi alla fermata del tram, e facendomi più vicino al gruppo di amiche con cui si trovava di solito, avevo anche capito dove abitava: pressappoco vicino alla casa di una signora che mi faceva ripetizioni di tedesco.
Quella notte avevo studiato un piano di attacco nei minimi particolari, compreso la tattica per combattere la mia nemica numero uno: la timidezza. Perché sorridere di quel ragazzo e descrivere un suo problema oggi morto e sepolto? Perché la timidezza di allora era il tarlo che torceva ogni attimo della mia vita!
Quell’insicurezza di non piacere alla famiglia, agli amici, alle ragazze e soprattutto a me stesso, mi faceva sentire un diverso e come tale mi trattavo. Solo nella notte, avvolto tra le lenzuola, in un modo o in un altro, riuscivo a scacciare tutti i miei disagi prendendomi tutto il tempo necessario per riflettere. Tutto di notte era più semplice! Ma con l’arrivo del giorno le cose si complicavano: dalla teoria si doveva passare alla pratica.
All'una e un quarto, cinque minuti prima che la campanella mi liberasse da quella giornata di scuola, il cuore prese a battermi forte. Alla fermata del tram l’avrei rivista, mi sarei avvicinato, gli avrei rivolto parola con la scusa di chiedere se era lei che potevo avere visto dalla parti di piazza San Iacopino.
Da lì dovevo fare appello a tutta la mia incoscienza per arrivare a chiederle se gli andava di vedersi subito dopo la mia ora di ripetizione, magari davanti alla banca di quella piazza: era lì dove avevo idealizzato il nostro incontro. Nella notte però sembrava tutto più semplice, ma ora le cose non sembravano più tali.
"Perché lei e non un'altra?" Mi domandai non sapendo darmi risposta, mentre prendevo il viale che mi avrebbe portato alla fermata del tram. Perché lei non era bellissima, non per questo brutta, ma non bellissima. Questo lo sapevo anche allora, ma non era questo il punto e oggi lo so lo posso dire: è che il coglioncello di allora sperava con lei di non fare fiasco.
Quel giorno davanti alla fermata del tram c'era già il Brizzi, quello con cui entro un paio d’anni sarei diventato più che amico, insieme a dei nostri comuni compagni di scuola, tra i quali un certo Magris, era con lui che faceva ritorno verso casa a San Donnino.
I capelli del Brizzi erano freschi di parrucchiere, cadevano lunghi sulle spalle andando a coprire il colletto coreano della sua Belstaff. E mentre realizzavo che tutto di lui mostrava scaltrezza e sicurezza nei propri mezzi, mi accorsi che a quel gruppetto dove si stava pavoneggiando, si erano aggiunte quattro o cinque ragazze tra le quali la Pirrottina, proprio lei, della quale conoscevo solo il cognome: era lei a cui sarei dovuto propormi.
Appena gli raggiunsi la guardai, provocando in me sensazioni contrastanti: felicità, fu lei la prima a salutarmi, ma poi sgomento: non sapevo più se era il caso di abbordarla.
Non so bene spiegarvi come andò sul tram, fatto sta che contro l'ultima sensazione che l’aveva fatta da padrone e mi spingeva da un altra parte, una serie di avvicendamenti fatali sul tram, mi portarono ad averla accanto. Fu allora che trovai la forza di cacciare il cuore in gola, smettere di tramare e, alla meno peggio, mettere in pratica il piano studiato nella notte.
Nel pomeriggio, cinque minuti prima che la ripetizione finisse, come tre ore prima era successo al suono della campanella, il mio cuore riprese a battere velocemente.
Avviandomi verso la banca, sperai che lei non ci fosse: ciò che mi ero preparato di dirle mi sembravano un monte di sciocchezze; non mi ricordavo nemmeno quando era previsto di farle capire i miei sentimenti.
Per fortuna non c’era! Pensai che era doveroso aspettare almeno dieci minuti, e così feci, non sapendo perché visto che la fortuna girava dalla mia parte.
Mentre mi proponevo di fuggire, la vidi da lontano arrivare. Era sorridente, e camminava col suo solito passo lento, sprofondata nei suoi jeans dai larghi gambali a coprire le sue scarpe dal tacco alto, incapaci di slanciarla più di tanto; spinta verso terra dalla cosa che mi aveva affascinato anche di più dei suoi grossi occhi tondi: il suo gran culo.
Sapevo che in quell’incontro non avrei potuto guardarglielo così come facevo sul tram quando lei era voltata di spalle, intenta a parlare con le sue compagne di classe.
Prima del suo arrivo mi sorpresi a immaginarmi abbracciato a lei, con i compagni di scuola pronti a prenderci in giro per il suo culo e le mie sbadataggini.
"Ciao, scusa il ritardo!” mi disse teneramente, appoggiando il suo zaino sul muretto dove ero seduto. “Ciao, non importa” gli risposi in modo impacciato, preoccupato solo a pensare cosa avrei dovuto dirle dopo.
“Come è andata la lezione? Di tedesco vero?” mi chiese con voce incalzante.
Sì, di tedesco” gli riposi.
“È dura la seconda?”
"Sì, abbastanza" dissi facendomi forza.
E poi, con estrema fatica, chiesi “e la tua prima come va?”
“Non benissimo. Penso che anche io avrò bisogno
di qualche ripetizione. O forse no, visto che vado male in tutte le materie” affermò sorridendo.
E così iniziò a parlare dei suoi guai, e non solo scolastici. Mentre parlava, la mia mente ritornava a miei compagni che ridevano alle nostre spalle. Sì, lei non era un gran che, ma a me non dispiaceva; avevo notato che era vestita come la mattina, ma in più si era truccata forse con un po’ troppo rimmel, e nelle sue grandi labbra aveva notato anche del rossetto.
A me sarebbe anche piaciuta, lo ammetto, ma il peso delle possibili critiche dei compagni di cui non mi fregava assolutamente niente, fece si che, esaurita la presentazione dei suoi argomenti, lo spazio che avrei dovuto occupare con la mia parole, lo coprii da un insignificante sospirone.
"È’ tardi!” mi disse, forse accortasi del mio imbarazzo.
“Rientri a casa?” domandai.
“Sì” mi rispose.
Dopo quella lapidarie parole, ci stringemmo la mano. E, prima di lasciarmi ricevetti, da colei di cui conoscevo solo il cognome, il suo ultimo tenero sorriso, a suggello di una occasione persa per avere la prima ragazza della mia vita.
ANNI '70 - Gomitolo
Capitolo: Timidezza
Da piccolo, per prendere sonno, era necessario che mia madre mi lanciasse dal suo letto non so quante “buonanotti”, e il mio risentimento non trovava pace fino a quando non percepivo tutto l’affetto che volevo. Poi, appagato, le luci si spegnevano, ma il sonno non arrivava, e io rimanevo solo con me stesso.
Era allora che iniziava un viaggio introspettivo pieno di mille perché. Arrivavo a interrogarmi praticamente su tutto, persino sugli odori che percepivo. Anche la notte sembrava avere un odore diverso, indefinibile e irreale; ne avevo anche parlato con mia madre: le sue sorridenti rassicurazioni finivano sempre nel farla facile, affermando che la notte aveva lo stesso sapore del giorno. A nulla valsero le mie obiezioni basate su semplici percezioni, tanto da arrivare presto a capire che quelle fobie dovevo cominciare a tenerle per me.
Al buio, solo nelle mie convinzioni, i miei occhi vagavano per la camera, capaci di vedere le cose dilatate, ma anche di inventarne di nuove.
Per un bel pezzo, per impormi di prendere sonno, chiudevo gli occhi con forza e posavo l’orecchio buono sul cuscino per permettere all’altro sordo di costruire la mio piccolo spazio insonorizzato.
Un sfortuna utilizzata bene direte, se non che un battito insistente tornava sempre a farsi sentire: temevo il suo ritmo che progressivamente aumentava con l’ansia accumulata nell'ascoltarlo.
Quante volte mi sono domandato che cosa fosse quel battito! Solo anni dopo scoprii che quel rumore con cui avevo convissuto con terrore, non era altro che il rumore del mio cuore.
Nonostante tutto fin da piccolo ho sempre confidato nella notte per prendere decisioni importanti.
Fu in una di queste che stabilii di farmi avanti con una ragazza. Ci eravamo scambiati un paio di sorrisi alla fermata del tram, e facendomi più vicino al gruppo di amiche con cui si trovava di solito, avevo anche capito dove abitava: pressappoco vicino alla casa di una signora che mi faceva ripetizioni di tedesco.
Quella notte avevo studiato un piano di attacco nei minimi particolari, compreso la tattica per combattere la mia nemica numero uno: la timidezza. Perché sorridere di quel ragazzo e descrivere un suo problema oggi morto e sepolto? Perché la timidezza di allora era il tarlo che torceva ogni attimo della mia vita!
Quell’insicurezza di non piacere alla famiglia, agli amici, alle ragazze e soprattutto a me stesso, mi faceva sentire un diverso e come tale mi trattavo. Solo nella notte, avvolto tra le lenzuola, in un modo o in un altro, riuscivo a scacciare tutti i miei disagi prendendomi tutto il tempo necessario per riflettere. Tutto di notte era più semplice! Ma con l’arrivo del giorno le cose si complicavano: dalla teoria si doveva passare alla pratica.
All'una e un quarto, cinque minuti prima che la campanella mi liberasse da quella giornata di scuola, il cuore prese a battermi forte. Alla fermata del tram l’avrei rivista, mi sarei avvicinato, gli avrei rivolto parola con la scusa di chiedere se era lei che potevo avere visto dalla parti di piazza San Iacopino.
Da lì dovevo fare appello a tutta la mia incoscienza per arrivare a chiederle se gli andava di vedersi subito dopo la mia ora di ripetizione, magari davanti alla banca di quella piazza: era lì dove avevo idealizzato il nostro incontro. Nella notte però sembrava tutto più semplice, ma ora le cose non sembravano più tali.
"Perché lei e non un'altra?" Mi domandai non sapendo darmi risposta, mentre prendevo il viale che mi avrebbe portato alla fermata del tram. Perché lei non era bellissima, non per questo brutta, ma non bellissima. Questo lo sapevo anche allora, ma non era questo il punto e oggi lo so lo posso dire: è che il coglioncello di allora sperava con lei di non fare fiasco.
Quel giorno davanti alla fermata del tram c'era già il Brizzi, quello con cui entro un paio d’anni sarei diventato più che amico, insieme a dei nostri comuni compagni di scuola, tra i quali un certo Magris, era con lui che faceva ritorno verso casa a San Donnino.
I capelli del Brizzi erano freschi di parrucchiere, cadevano lunghi sulle spalle andando a coprire il colletto coreano della sua Belstaff. E mentre realizzavo che tutto di lui mostrava scaltrezza e sicurezza nei propri mezzi, mi accorsi che a quel gruppetto dove si stava pavoneggiando, si erano aggiunte quattro o cinque ragazze tra le quali la Pirrottina, proprio lei, della quale conoscevo solo il cognome: era lei a cui sarei dovuto propormi.
Appena gli raggiunsi la guardai, provocando in me sensazioni contrastanti: felicità, fu lei la prima a salutarmi, ma poi sgomento: non sapevo più se era il caso di abbordarla.
Non so bene spiegarvi come andò sul tram, fatto sta che contro l'ultima sensazione che l’aveva fatta da padrone e mi spingeva da un altra parte, una serie di avvicendamenti fatali sul tram, mi portarono ad averla accanto. Fu allora che trovai la forza di cacciare il cuore in gola, smettere di tramare e, alla meno peggio, mettere in pratica il piano studiato nella notte.
Nel pomeriggio, cinque minuti prima che la ripetizione finisse, come tre ore prima era successo al suono della campanella, il mio cuore riprese a battere velocemente.
Avviandomi verso la banca, sperai che lei non ci fosse: ciò che mi ero preparato di dirle mi sembravano un monte di sciocchezze; non mi ricordavo nemmeno quando era previsto di farle capire i miei sentimenti.
Per fortuna non c’era! Pensai che era doveroso aspettare almeno dieci minuti, e così feci, non sapendo perché visto che la fortuna girava dalla mia parte.
Mentre mi proponevo di fuggire, la vidi da lontano arrivare. Era sorridente, e camminava col suo solito passo lento, sprofondata nei suoi jeans dai larghi gambali a coprire le sue scarpe dal tacco alto, incapaci di slanciarla più di tanto; spinta verso terra dalla cosa che mi aveva affascinato anche di più dei suoi grossi occhi tondi: il suo gran culo.
Sapevo che in quell’incontro non avrei potuto guardarglielo così come facevo sul tram quando lei era voltata di spalle, intenta a parlare con le sue compagne di classe.
Prima del suo arrivo mi sorpresi a immaginarmi abbracciato a lei, con i compagni di scuola pronti a prenderci in giro per il suo culo e le mie sbadataggini.
"Ciao, scusa il ritardo!” mi disse teneramente, appoggiando il suo zaino sul muretto dove ero seduto. “Ciao, non importa” gli risposi in modo impacciato, preoccupato solo a pensare cosa avrei dovuto dirle dopo.
“Come è andata la lezione? Di tedesco vero?” mi chiese con voce incalzante.
Sì, di tedesco” gli riposi.
“È dura la seconda?”
"Sì, abbastanza" dissi facendomi forza.
E poi, con estrema fatica, chiesi “e la tua prima come va?”
“Non benissimo. Penso che anche io avrò bisogno
di qualche ripetizione. O forse no, visto che vado male in tutte le materie” affermò sorridendo.
E così iniziò a parlare dei suoi guai, e non solo scolastici. Mentre parlava, la mia mente ritornava a miei compagni che ridevano alle nostre spalle. Sì, lei non era un gran che, ma a me non dispiaceva; avevo notato che era vestita come la mattina, ma in più si era truccata forse con un po’ troppo rimmel, e nelle sue grandi labbra aveva notato anche del rossetto.
A me sarebbe anche piaciuta, lo ammetto, ma il peso delle possibili critiche dei compagni di cui non mi fregava assolutamente niente, fece si che, esaurita la presentazione dei suoi argomenti, lo spazio che avrei dovuto occupare con la mia parole, lo coprii da un insignificante sospirone.
"È’ tardi!” mi disse, forse accortasi del mio imbarazzo.
“Rientri a casa?” domandai.
“Sì” mi rispose.
Dopo quella lapidarie parole, ci stringemmo la mano. E, prima di lasciarmi ricevetti, da colei di cui conoscevo solo il cognome, il suo ultimo tenero sorriso, a suggello di una occasione persa per avere la prima ragazza della mia vita.
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Capitolo: Timidezza
sabato 28 gennaio 2012
Nuvole in cielo azzurro
Le nuvole a contrasto col cielo: una combinazione di azzurro e di bianco che nell'essere umano da sempre è sinonimo di libertà.
Ma per un bambino la cosa è diversa. Quel cielo visto all'insù, con la schiena appoggiata a terra, sprofondato nell'erba alta da non consentire di vedere altro che quella immensità azzurra, vuol dire anche mistero.
Che senso ha la sua esistenza di fronte alla sua immensità?
Quel pensiero lo rincorre e si aggiunge ad altri dubbi. Sono questi che lo dividono dall'assaporare la pienezza di una felicità cosmica: l'incapacità di non riuscire a essere veramente felici.
Sente il vento dell'autunno, quello che gli ha fatto mettere il primo maglione dopo una lunga calda estate. E' solo con lui: unico compagno dei suoi pensieri. Sì, solo con lui, ma è contento di esserlo. Col suo maglione non potrà fargli male più di tanto.
Forse saranno proprio le sue intense folate a portargli l'aiuto che cerca. Un po' come sta facendo con le nuvole, sostenendole nel cammino lungo la strada sconfinata del cielo.
Come i genitori fanno con i loro bambini, aiutandoli nei loro primi passi: la loro prima importante avventura della loro vita.
Il frusciare dell'erba accompagna l'ultima folata di vento. Il vento fischia attraverso di lei, emettendo un suono, un sibilo, scambiato in un messaggio che solo l'immaginazione dei bambini riesce a scioglierne il significato.
Questo è ciò che il bambino con la schiena a terra aspettava: un messaggio di speranza, di felicità, che solo i piccoli riescono a capire dietro un soffio di vento.
È l'ora di alzarsi. Di mettersi in moto. Di tornare a casa. Magari correndo, perché no! Col desiderio traboccante di andare ad abbracciare babbo e mamma. Lasciandosi andare alle loro tenerezze, felice di avere passato un momento in compagnia del cielo azzurro, delle nuvole e del vento.
Racconti - Gomitolo
Ma per un bambino la cosa è diversa. Quel cielo visto all'insù, con la schiena appoggiata a terra, sprofondato nell'erba alta da non consentire di vedere altro che quella immensità azzurra, vuol dire anche mistero.
Che senso ha la sua esistenza di fronte alla sua immensità?
Quel pensiero lo rincorre e si aggiunge ad altri dubbi. Sono questi che lo dividono dall'assaporare la pienezza di una felicità cosmica: l'incapacità di non riuscire a essere veramente felici.
Sente il vento dell'autunno, quello che gli ha fatto mettere il primo maglione dopo una lunga calda estate. E' solo con lui: unico compagno dei suoi pensieri. Sì, solo con lui, ma è contento di esserlo. Col suo maglione non potrà fargli male più di tanto.
Forse saranno proprio le sue intense folate a portargli l'aiuto che cerca. Un po' come sta facendo con le nuvole, sostenendole nel cammino lungo la strada sconfinata del cielo.
Come i genitori fanno con i loro bambini, aiutandoli nei loro primi passi: la loro prima importante avventura della loro vita.
Il frusciare dell'erba accompagna l'ultima folata di vento. Il vento fischia attraverso di lei, emettendo un suono, un sibilo, scambiato in un messaggio che solo l'immaginazione dei bambini riesce a scioglierne il significato.
Questo è ciò che il bambino con la schiena a terra aspettava: un messaggio di speranza, di felicità, che solo i piccoli riescono a capire dietro un soffio di vento.
È l'ora di alzarsi. Di mettersi in moto. Di tornare a casa. Magari correndo, perché no! Col desiderio traboccante di andare ad abbracciare babbo e mamma. Lasciandosi andare alle loro tenerezze, felice di avere passato un momento in compagnia del cielo azzurro, delle nuvole e del vento.
Racconti - Gomitolo
venerdì 27 gennaio 2012
Vi sentite più ricci o volpi?
Tra i frammenti di di Archiloco c'è un verso che dice:" La volpe sa molte cose, ma il riccio ne sa una grande".
Gli studiosi non si sono trovati d'accordo sulla esatta interpretazione di queste oscure parole, le quali possono anche significare semplicemente che la volpe con tutta la sua astuzia, è sconfitta dall’unica difesa di cui I riccio dispone.
Ma il verso può essere assunto, in senso figurato, a indicare una delle più profonde differenze che dividono gli scrittori, I pensatori, e addirittura gli esseri umani in generale.
Esiste infatti un grande divario tra tra coloro, da una parte, che riferiscono tutto a una visione centrale, a un sistema più o meno coerente o articolato, con regole che li guidano a capire, a pensare e a sentire - un principio ispiratore, unico e universale, il solo che può dare un significato a tutto ciò che essi sono e dicono -, e coloro, dall’altra parte, che perseguono molti fini, spesso disgiunti e contraddittori, magari collegati soltanto genericamente, de facto, per qualche ragione psicologica o fisiologica, non unificati da un principio morale o estetico.
Le persone di questa seconda categoria conducono esistenze, compiono azioni e coltivano idee che sono centrifughe piuttosto che centripete, e il loro pensiero è disperso o diffuso poiché si muove su molti piani, coglie l’essenza da una vasta varietà di esperienze e di temi per ciò che questi sono in se, senza cercare, consciamente o in consciamente, di inserirli in (o di escluderli da) una visione unitaria, immutabile, onnicomprensiva, a volte contraddittoria e incompleta, a volte fanatica.
La personalità intellettuale o artistica del primo tipo appartiene ai ricci, la seconda alle volpi; e senza insistere in una rigida dicotomia, senza neanche preoccuparci troppo di cadere in qualche contraddizione, possiamo dire che, in questo senso, Dante appartiene alla prima categoria, Shakespeare alla seconda; Platone, Lucrezio, Pascal, Hegel, Dosotevskij, Nietsche, Ibsen, Proust, sono in varia misura ricci; Erodoto, Aristototele, Montaigne, Erasmo, Molière, Goethe, Puskin, Balzac, Joyce sono volpi.
Il riccio e la volpe - Isaiah Berlin
Edizioni ADELPHI
Incipit
Gli studiosi non si sono trovati d'accordo sulla esatta interpretazione di queste oscure parole, le quali possono anche significare semplicemente che la volpe con tutta la sua astuzia, è sconfitta dall’unica difesa di cui I riccio dispone.
Ma il verso può essere assunto, in senso figurato, a indicare una delle più profonde differenze che dividono gli scrittori, I pensatori, e addirittura gli esseri umani in generale.
Esiste infatti un grande divario tra tra coloro, da una parte, che riferiscono tutto a una visione centrale, a un sistema più o meno coerente o articolato, con regole che li guidano a capire, a pensare e a sentire - un principio ispiratore, unico e universale, il solo che può dare un significato a tutto ciò che essi sono e dicono -, e coloro, dall’altra parte, che perseguono molti fini, spesso disgiunti e contraddittori, magari collegati soltanto genericamente, de facto, per qualche ragione psicologica o fisiologica, non unificati da un principio morale o estetico.
Le persone di questa seconda categoria conducono esistenze, compiono azioni e coltivano idee che sono centrifughe piuttosto che centripete, e il loro pensiero è disperso o diffuso poiché si muove su molti piani, coglie l’essenza da una vasta varietà di esperienze e di temi per ciò che questi sono in se, senza cercare, consciamente o in consciamente, di inserirli in (o di escluderli da) una visione unitaria, immutabile, onnicomprensiva, a volte contraddittoria e incompleta, a volte fanatica.
La personalità intellettuale o artistica del primo tipo appartiene ai ricci, la seconda alle volpi; e senza insistere in una rigida dicotomia, senza neanche preoccuparci troppo di cadere in qualche contraddizione, possiamo dire che, in questo senso, Dante appartiene alla prima categoria, Shakespeare alla seconda; Platone, Lucrezio, Pascal, Hegel, Dosotevskij, Nietsche, Ibsen, Proust, sono in varia misura ricci; Erodoto, Aristototele, Montaigne, Erasmo, Molière, Goethe, Puskin, Balzac, Joyce sono volpi.
Il riccio e la volpe - Isaiah Berlin
Edizioni ADELPHI
Incipit
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