domenica 19 febbraio 2012

Timidezza

Il rapporto con la notte fin da bambino mi ha sempre creato problemi.

Da piccolo, per prendere sonno, era necessario che mia madre  mi lanciasse dal suo letto non so quante “buonanotti”,  e il mio risentimento non trovava pace fino a quando non percepivo tutto l’affetto che volevo. Poi, appagato, le luci si spegnevano, ma il sonno non arrivava, e io rimanevo solo con me stesso.

Era allora che iniziava un viaggio introspettivo pieno di mille perché. Arrivavo a interrogarmi praticamente su tutto, persino sugli odori che percepivo. Anche la notte sembrava avere un odore diverso, indefinibile e irreale; ne avevo anche parlato con mia madre: le sue sorridenti rassicurazioni finivano sempre nel farla facile, affermando che la notte aveva lo stesso sapore del giorno. A nulla valsero le mie obiezioni basate su semplici percezioni, tanto da arrivare presto a capire che quelle fobie dovevo cominciare a tenerle per me.
 Al buio, solo nelle mie convinzioni, i miei occhi vagavano per la camera, capaci di vedere le cose dilatate,  ma anche di inventarne di nuove.
Per un bel pezzo, per impormi di prendere sonno,  chiudevo gli occhi con forza  e posavo l’orecchio buono sul cuscino per permettere all’altro sordo di costruire la mio piccolo spazio insonorizzato.
Un sfortuna utilizzata bene direte, se non che un battito  insistente tornava sempre a farsi sentire: temevo il suo ritmo che  progressivamente aumentava con l’ansia accumulata nell'ascoltarlo.


Quante volte mi sono domandato che cosa fosse quel battito! Solo anni dopo scoprii che quel rumore con cui avevo convissuto con terrore, non era altro che il rumore del mio cuore.

Nonostante tutto fin da piccolo  ho sempre confidato nella notte per prendere decisioni importanti.

Fu in una di queste che stabilii di farmi avanti con una ragazza. Ci eravamo scambiati un paio di sorrisi alla fermata del tram, e facendomi più vicino al gruppo di amiche con cui si trovava di solito, avevo anche capito dove abitava: pressappoco vicino alla casa di una signora che mi faceva ripetizioni di tedesco.

Quella notte avevo studiato un piano di attacco nei minimi particolari, compreso la tattica per combattere la mia nemica numero uno: la timidezza. Perché sorridere di quel ragazzo e descrivere un suo problema oggi morto e sepolto? Perché la timidezza di allora era il tarlo che torceva ogni attimo della mia vita!

Quell’insicurezza di non piacere alla famiglia, agli amici, alle ragazze e soprattutto a me stesso, mi faceva sentire un diverso e come tale mi trattavo. Solo nella notte, avvolto tra le lenzuola, in un modo o in un altro, riuscivo a scacciare tutti i miei disagi prendendomi tutto il tempo necessario per riflettere.  Tutto di notte era  più semplice! Ma con l’arrivo del giorno le cose si complicavano: dalla teoria si doveva passare alla pratica.

All'una e un quarto, cinque minuti prima che la campanella mi liberasse da quella giornata di scuola, il cuore prese a battermi forte.   Alla fermata del tram l’avrei rivista, mi sarei avvicinato,  gli avrei rivolto parola con la scusa di chiedere se era lei che potevo avere visto dalla parti di piazza San Iacopino.
Da lì dovevo fare appello a tutta la mia incoscienza per arrivare a chiederle se gli andava di vedersi subito dopo la mia ora di ripetizione, magari davanti alla banca di quella piazza: era lì dove avevo idealizzato il nostro incontro. Nella notte però sembrava tutto più semplice, ma ora le cose non sembravano più tali.

"Perché lei e non un'altra?"  Mi domandai non sapendo darmi risposta, mentre prendevo il viale che mi avrebbe portato alla fermata del tram. Perché  lei non era bellissima, non per questo brutta, ma non bellissima. Questo lo sapevo anche allora, ma non era questo il punto e oggi lo so lo posso dire: è che il coglioncello di allora sperava con lei di non fare fiasco.

Quel giorno davanti alla  fermata del tram c'era già il Brizzi, quello  con cui  entro un paio d’anni sarei diventato più che amico, insieme a dei nostri comuni compagni di scuola, tra i quali un certo Magris, era con lui che faceva ritorno verso casa a San Donnino.

I capelli del Brizzi erano freschi di parrucchiere, cadevano lunghi sulle spalle andando a coprire il colletto coreano della sua Belstaff. E mentre realizzavo che tutto di lui mostrava scaltrezza e sicurezza nei propri mezzi, mi accorsi che a quel gruppetto dove si stava pavoneggiando, si erano aggiunte quattro o cinque ragazze tra  le quali la Pirrottina, proprio lei, della quale conoscevo solo il cognome: era lei a cui sarei dovuto propormi.

Appena gli raggiunsi la guardai, provocando in me sensazioni contrastanti: felicità, fu lei la prima a salutarmi, ma poi sgomento: non sapevo più se era il caso di abbordarla.          

Non so bene spiegarvi come andò sul tram, fatto sta che contro l'ultima sensazione che l’aveva fatta da padrone e mi spingeva da un altra parte, una serie di avvicendamenti fatali sul tram, mi portarono ad averla accanto. Fu allora che  trovai la forza di cacciare il cuore in gola, smettere di tramare e, alla meno peggio, mettere in pratica il piano studiato nella notte.

 Nel pomeriggio, cinque minuti prima che la ripetizione finisse, come tre ore prima era successo al suono della campanella, il mio cuore riprese a battere velocemente.

Avviandomi verso la banca, sperai che lei non ci fosse: ciò che mi ero preparato di dirle mi sembravano un monte di sciocchezze;  non mi ricordavo nemmeno quando era previsto di farle capire i miei sentimenti.

 Per fortuna non c’era! Pensai che era doveroso aspettare almeno dieci minuti, e così feci, non sapendo perché visto che la fortuna girava dalla mia parte.

Mentre mi proponevo di fuggire, la vidi da lontano  arrivare. Era sorridente, e camminava col suo solito passo lento, sprofondata nei suoi jeans dai larghi gambali a coprire le sue scarpe dal tacco alto, incapaci di slanciarla più di tanto; spinta verso terra dalla cosa che mi aveva affascinato anche di più dei suoi grossi occhi tondi: il suo gran culo.

Sapevo che in quell’incontro non avrei potuto guardarglielo così come facevo sul tram quando lei era voltata di spalle, intenta a parlare con le sue compagne di classe.

 Prima del suo arrivo mi sorpresi a immaginarmi abbracciato a lei, con i compagni di scuola pronti a prenderci in giro per il suo culo e le mie sbadataggini.

 "Ciao, scusa il ritardo!” mi disse teneramente, appoggiando il suo zaino sul muretto dove ero seduto. “Ciao, non importa” gli risposi in modo impacciato, preoccupato solo a pensare  cosa avrei dovuto dirle dopo.
“Come è andata la lezione? Di tedesco vero?” mi chiese con voce incalzante.
Sì, di tedesco”  gli riposi.         
“È dura la seconda?”
"Sì, abbastanza"  dissi facendomi forza.
E poi, con estrema fatica, chiesi “e la tua prima come va?”
“Non benissimo. Penso che anche io avrò bisogno
di qualche ripetizione. O forse no, visto che vado male in tutte le materie” affermò sorridendo.

 E così iniziò a parlare dei suoi guai, e non solo scolastici. Mentre parlava, la mia mente ritornava a miei compagni che ridevano alle nostre spalle. Sì, lei non era un gran che, ma a me non dispiaceva; avevo notato che era vestita come la mattina, ma in più si era truccata forse con un po’ troppo rimmel, e nelle sue grandi labbra aveva notato anche del rossetto.

A me sarebbe anche piaciuta, lo ammetto, ma il peso delle possibili  critiche dei compagni di cui non mi fregava assolutamente niente, fece si che, esaurita la presentazione dei suoi argomenti, lo spazio che avrei dovuto occupare con la mia parole, lo coprii da un insignificante sospirone.

 "È’ tardi!” mi disse, forse accortasi del mio imbarazzo.
“Rientri a casa?” domandai.
“Sì” mi rispose.

Dopo quella lapidarie parole, ci stringemmo  la mano. E, prima di lasciarmi ricevetti, da colei di cui conoscevo solo il cognome, il suo ultimo tenero sorriso, a suggello di una occasione persa per avere la prima ragazza della mia vita. 


ANNI '70 - Gomitolo
Capitolo: Timidezza

sabato 28 gennaio 2012

Nuvole in cielo azzurro

Le nuvole a contrasto col cielo: una combinazione di azzurro e di bianco che nell'essere umano da sempre è sinonimo di libertà.

Ma per un bambino la cosa è diversa. Quel cielo visto all'insù, con la schiena appoggiata a terra, sprofondato nell'erba alta da non consentire di vedere altro che quella immensità azzurra, vuol dire anche mistero.

Che senso ha la sua esistenza di fronte alla sua immensità?

Quel pensiero lo rincorre e si aggiunge ad altri dubbi. Sono questi che lo dividono dall'assaporare la pienezza di una felicità cosmica: l'incapacità di non riuscire a essere veramente felici.

Sente il vento dell'autunno, quello che gli ha fatto mettere il primo maglione dopo una lunga calda estate. E' solo con lui: unico compagno dei suoi pensieri. Sì, solo con lui, ma è contento di esserlo. Col suo maglione non potrà fargli male più di tanto.

Forse saranno proprio le sue intense folate a portargli l'aiuto che cerca. Un po' come sta facendo con le nuvole, sostenendole nel cammino lungo la strada sconfinata del cielo.

Come i genitori fanno con i loro bambini, aiutandoli nei loro primi passi: la loro prima importante avventura della loro vita.


Il frusciare dell'erba accompagna l'ultima folata di vento. Il vento fischia attraverso di lei, emettendo un suono, un sibilo, scambiato in un messaggio che solo l'immaginazione dei bambini riesce a scioglierne il significato.

Questo è ciò che il bambino con la schiena a terra aspettava: un messaggio di speranza, di felicità, che solo i piccoli riescono a capire dietro un soffio di vento.

È l'ora di alzarsi. Di mettersi in moto. Di tornare a casa. Magari correndo, perché no! Col desiderio traboccante di andare ad abbracciare babbo e mamma. Lasciandosi andare alle loro tenerezze, felice di avere passato un momento in compagnia del cielo azzurro, delle nuvole e del vento.

Racconti - Gomitolo

venerdì 27 gennaio 2012

Vi sentite più ricci o volpi?

Tra i frammenti di di Archiloco c'è un verso che dice:" La volpe sa molte cose, ma il riccio ne sa una grande".
Gli studiosi non si sono trovati d'accordo sulla esatta interpretazione di queste oscure parole, le quali possono anche significare semplicemente che la volpe con tutta la sua astuzia, è sconfitta dall’unica difesa di cui I riccio dispone.

Ma il verso può essere assunto, in senso figurato, a indicare una delle più profonde differenze che dividono gli scrittori, I pensatori, e addirittura gli esseri umani in generale.
Esiste infatti un grande divario tra tra coloro, da una parte, che riferiscono tutto a una visione centrale, a un sistema più o meno coerente o articolato, con regole che li guidano a capire, a pensare e a sentire - un principio ispiratore, unico e universale, il solo che può dare un significato a tutto ciò che essi sono e dicono -, e coloro, dall’altra parte, che perseguono molti fini, spesso disgiunti e contraddittori, magari collegati soltanto genericamente, de facto, per qualche ragione psicologica o fisiologica, non unificati da un principio morale o estetico.

Le persone di questa seconda categoria conducono esistenze, compiono azioni e coltivano idee che sono centrifughe piuttosto che centripete, e il loro pensiero è disperso o diffuso poiché si muove su molti piani, coglie l’essenza da una vasta varietà di esperienze e di temi per ciò che questi sono in se, senza cercare, consciamente o in consciamente, di inserirli in (o di escluderli da) una visione unitaria, immutabile, onnicomprensiva, a volte contraddittoria e incompleta, a volte fanatica.


La personalità intellettuale o artistica del primo tipo appartiene ai ricci, la seconda alle volpi; e senza insistere in una rigida dicotomia, senza neanche preoccuparci troppo di cadere in qualche contraddizione, possiamo dire che, in questo senso, Dante appartiene alla prima categoria, Shakespeare alla seconda; Platone, Lucrezio, Pascal, Hegel, Dosotevskij, Nietsche, Ibsen, Proust, sono in varia misura ricci; Erodoto, Aristototele, Montaigne, Erasmo, Molière, Goethe, Puskin, Balzac, Joyce sono volpi.


Il riccio e la volpe - Isaiah Berlin
Edizioni ADELPHI
Incipit

sabato 7 gennaio 2012

A zonzo per la città

Sapevo bene cosa mi piaceva comunicare, ma chi era disposto ad ascoltarmi? I miei compagni di scuola? Ma non non fatemi ridere! C'era forse tra loro qualcuno che aveva voglia di uscire dal loro provincialismo di piccole cose? Si erano forse mai affacciati alla finestra della vita per guardare il mondo con cui entro poco bisognava fare i conti, se non era già tardi? No, questi non erano i tarli della loro vita. A loro bastava il loro giardinetto e, a dire il vero, era troppo anche quello, visto che erano solo un paio di panchine la loro meta, e cartine e tabacco gli oggetto delle loro attenzioni. Una sola volta mi capitò di trascorrere del tempo in quel piccolo loro mondo artificiale, tanto mi bastò per capire che, quella passività permanente a cui si stavano relegando, non erano per me. Non potevo fare miei i loro problemi, come la sfiducia nella vita, l'odio per il prossimo da combattere con la facile ironia, il desiderio per le cose futili.
Provai a dirglielo, seppure devo ammettere senza molta insistenza. D'altronde di loro  me ne era sempre fregato poco. Ringraziavo solo il cielo di essere, se quello era il mondo dei giovani, "un diverso", e dopo poco tempo come "un diverso" avevano preso a trattarmi. Con gli amici del quartiere le cose non andavano meglio. Anche loro si erano creati il loro mondo, proprio come  miei amici di scuola: al giardino avevano preferito un bar, ma la sostanza delle cose con cui stavano facendo i conti era la stessa. Continuavo a lanciare messaggi nelle bottiglie in questo mare di incomprensioni, ma un giorno, stufo di vederle prese a calci, decisi di smetterla e di  non rincorrere più nessuno. Cominciai a trascorrere il mio tempo libero per i cazzi miei, col solo il desiderio di trovare un percorso fatto di abitudini. Questo si, lontano da loro, lontano da tutto.
Forse la svolta avvenne in un pomeriggio di un sabato di Ottobre. Inforcai la mia vespa e me ne fuggii da Campi per raggiungere Firenze. Parcheggiai alla stazione, e presi per Via Cerretani con una andatura da turista, facendo sfilare alla mia sinistra le vetrine, senza molta attenzione. Dopo poco capitai davanti a una libreria, e non chiedetemi perché c'entrai. Mi misi a girellare tra i vari scaffali senza un vero e proprio interesse, fino a quando vidi una coppia di vecchi signori da capelli bianchissimi. Chissà perché non mi aspettavo di trovare lì, belli seduti su un divanetto. Stavano ispezionando, con molta calma, una pila di libri che mi parve essere un anello che agiva tra loro. Presi a fissarli tutti e due. Non capivo quale era la sensazione che stavo provando nel guardarli così sereni e determinati. A svelare l'arcano fu lo sguardo appagato della vecchia signora, quando da quella pila sfilo una paio di quei libri per metterli dalla sua parte. Quale fu questa sensazione? Semplicemente gola.
Sì, quei libri cominciarono a farmi gola, come un bambino che guarda un altro gustarsi un bel gelato. La mia attenzione si spostò su di loro, mentre la signora era intenta a lanciare a destra e sinistra lo sguardo, forse per individuarne altri libri che potevano andar a far loro compagnia. Un attimo dopo le fui accanto. Con un sorriso, si fece un più in là dandomi la possibilità di mettermi più comodo. Quando si rese conto che i miei occhi latitavano furtivi sulle copertine di quei due libri, raccogliendoli mi disse: "Li ho letti la prima volta quando avevo la sua età. Sa, mi hanno fatto compagni per tutta la vita." E fatto un grosso sospiro, con voce delicata quanto il suo modo di fare, aggiunse: "Ogni qual volta vado in una libreria non posso fare a meno di cercarli e mettermeli vicino". Dopo avermi nuovamente sorriso, aggiunse: "Li stavo per rimettere a posto, se vuole può prima dargli una occhiata: lo faccia pure”. "Grazie, molto volentieri" le risposi. Fu così che feci conoscenza con paio di romanzi che avevano molto a che fare con cosa allora stavo attraversando.
I loro quarti di copertina mi colpirono come una frustata. Non riuscivo a staccarmi da loro. Era come se i miei palmi si fossero a loro attaccati, chiamati a confrontarne peso e dimensioni. La signora parve accorgersene: "Guardi che sono bellissimi" mi disse con voce sottile e chiara che ancora ricordo, donandomi un ulteriore sorriso. "Quello con molte meno pagine è Lo straniero di Albert Camus" mi disse, puntandogli il dito sopra. “Parla del dramma della solitudine, della difficoltà di trasmettere agli altri i propri sentimenti, o almeno questo è ciò che percepisco quando lo rileggo” aggiunse facendo una piccola risatina impacciata. “L'altro, La Montagna incantata di Thomas Mann", e il suo dito si diresse verso quello più lontano, prendendosi un altro attimo per fare un altro sospiro, " riguarda la storia di amicizie profonde, come quelle che tutti vorremmo avere."
Il suo accompagnatore aveva smesso di curiosare la pila dei suoi libri, e dopo aver raccolto la mano della sua accompagnatrice fra le sue, prese a seguire quella deliziosa presentazione. I suoi occhi erano fissi davanti a lui, dando la sensazione di volerlo fare di proposito, col chiaro scopo di incitare la sua compagna a continuare. Anche la signora quando finì la sua spiegazione prese a guardare davanti, lasciandomi l'esclusiva gioia che quel paio di libri erano in grado di produrre. Dopo un attimo i due si alzarono all'unisono, porgendomi le loro mani. Non potei fare altro che accettarle per stringerle fortemente. Poi, quel signore, si piegò per raccogliere la sua pila di libri avviandosi verso l'uscita, seguito da quella amabile signora con i due libri con cui avevo fatto conoscenza. Mi ero messo seduto mentre li vedevo allontanarsi verso l'uscita, riflettendo su quanto può esser viscerale l'attaccamento per dei libri. Una sensazione così, pensai, non l'avevo mai provata. La lettura mi aveva sempre trasmesso rabbia, desiderio, forse anche arrendevolezza ma mai affetto. Mentre sorridevo su tutto ciò, vidi venire verso di me quella signora che aveva provato a spiegarmi, in quel pomeriggio, un diverso polo di attrazione a cui potevo agganciarmi. Pensai che avesse dimenticato qualcosa, mi alzai, controllai, ma sul divano non scorsi niente.
Quando mi girai la gentile signora mi era accanto con un pacchetto in mano. "Questi sono per lei," mi disse porgendomeli. "Mi farebbe molto piacere li accettasse. La prego!" "Oh signora, non doveva ..." le risposi sensibilmente commosso, sapendo bene cosa poteva esserci dentro. "Mi creda, è un piacere. E lo sarebbe ancora di più se li leggesse!" Con un fare molto naturale, mi afferrò le braccia, mi tese verso di lei, e mi dette un tenero bacio sulla guancia che ancora ricordo. Purtroppo dopo poco cominciò a staccarsi lentamente, donandomi l'ultimo dei suoi indimenticabili sorrisi. Poi si allontanò, con il solito passo lento con cui l'avevo vista arrivare. La osservai a lungo mentre si allontanava, inebetito, stupito, nuovamente commosso. Prima di svoltare l'angolo verso l'uscita, si girò, e mi salutò, con la stessa mano con la quale aveva presentato quei due libri che mi aveva regalato, e che ancora possiedo, tutti e due accanto in un posto privilegiato della mia libreria.

ANNI '70 - Gomitolo
Capitolo: A zonzo per la città

mercoledì 4 gennaio 2012

Sacrosanto diritto di disobbedire




           Con questo mio secondo intervento vorrei stimolare una riflessione partendo dalla domanda iniziale che io stessa spesso mi sono posta. Da sempre, ma in particolare negli ultimi tempi, la parola "governo" è stata ripetuta, con diverse accezioni, fino allo sfinimento. Tuttavia, non abbiamo più il coraggio e l'immaginazione necessaria per chiederci se veramente abbiamo bisogno di un'oligarchia di potenti autorizzati a governarci. Al contempo ci sentiamo spesso schiavi di un sistema che non ci va bene, vittime di ingiustizie compiute dallo Stato stesso e abbiamo sempre paura di metterci in discussione, ci crediamo in torto noi perché, in fondo, se c'è una legge è fatta per essere rispettata e qui la nostra coscienza individuale si inginocchia, esattamente come fece Socrate che non si ribellò alla propria assurda condanna pur di non trasgredire le leggi.
Ad esempio, Equitalia è diventata ultimamente il simulacro dell'ingiustizia, dello strapotere, arriva ad essere definita "strozzinaggio di Stato" e tutti sembrano essersi finalmente resi conto che preferire il denaro, i numeri e le cifre alle vite delle persone non è esattamente quello che ogni uomo dotato di un minimo di coscienza si augurerebbe. In certe manifestazioni dello Stato si ha il dovere di ribellarsi, si ha il dovere di assumersi le proprie responsabilità e prendere una posizione.
           Ma fino a che punto l'autodeterminazione può influire sullo Stato? e il nostro senso di giustizia può sentirsi limitato? Quando i governi democratici danneggiano, in qualunque modo, lo stesso popolo che li ha eletti, sono ancora legittimi? E se non ci fosse nessun governo e governassero il senso di giustizia, la coscienza di ognuno? Purtroppo la facile obiezione è che ormai abbiamo un'idea di interesse comune che è solo l'intersezione degli interessi privati e che se tutti ci affidassimo alla nostra autodeterminazione ognuno finirebbe per avvantaggiare solo se stesso. La soluzione sarebbe scacciare definitivamente il concetto "HOMO HOMINI LUPUS" e recuperare il senso dell'uguaglianza che dovrebbe permetterci di partire da un via in cui nessuno è avvantaggiato rispetto all'altro, in cui nessuno ha l'ossessiva brama di arrivare primo ad ogni costo in una gara infinita verso un obbiettivo che non esiste.
"Deve il cittadino, anche se solo per un momento, od in minima parte, affidare sempre la propria coscienza al legislatore? Perché allora ogni uomo ha una coscienza? Io penso che dovremmo
essere prima uomini, e poi cittadini. Non è desiderabile coltivare il rispetto della
legge nella stessa misura nella quale si coltiva il giusto. Il solo obbligo che ho
diritto di assumermi è quello di fare sempre ciò che ritengo giusto.
Si dice
abbastanza correttamente che una corporazione non abbia coscienza; ma una
corporazione costituita da uomini di coscienza è una corporazione con una
coscienza. La legge non ha mai reso gli uomini neppure poco più giusti; ed anzi, a
causa del rispetto della legge, perfino gli onesti sono quotidianamente trasformati
in agenti d'ingiustizia. Un risultato comune e naturale del non dovuto rispetto per la
legge è il seguente, che potresti vedere una fila di soldati, colonnello, capitano,
caporale, soldati semplici, trasportatori di esplosivi, tutti che marciano verso le
guerre in bell'ordine, per monti e valli, contro la propria volontà, ahimè, contro il
proprio buon senso e le proprie coscienze, cosa che rende la marcia molto faticosa,
e che produce una palpitazione del cuore. Essi non hanno dubbi sul fatto d'essere
coinvolti in un maledetto pasticcio; sono tutti uomini d'animo pacifico. E ora, cosa
sono? Uomini? oppure fortini e depositi di armi ambulanti, al servizio di qualche
potente senza scrupoli?"
[DISOBBEDIENZA CIVILE-Henry David Thoreau]

Era veramente domenica

La mia camera dà sulla via principale del quartiere. Il pomeriggio era bello. Il lastricato era tuttavia umido, i passanti ancora rari e affrettati. Erano in principio famiglie che andavano a passeggio, due ragazzini vestiti alla marinara, con i calzoni più giù del ginocchio, un po' goffi dentro la stoffa rigida, e una bambina con un grosso fiocco rosa e delle scarpe nere di vernice. Dietro a loro una madre enorme, vestita di seta marrone, e il padre, un ometto piuttosto esile che conosco di vista. Aveva una paglietta, una cravatta a farfalla, e un bastone da passeggio. Vedendolo con sua moglie, ho capito perché nel quartiere si diceva che era una persona distinta. Un po' più tardi passarono i ragazzi del sobborgo, coi capelli impomatati e delle cravatte rosse, la giacca molto aderente con un fazzoletto ricamato nel taschino e delle scarpe a punta quadra. Certo andavano nel cinema del centro. Era per questo che uscivano di casa così presto e correvano per prendere i tram, ridendo forte.

Passati loro, la strada è diventata a poco a poco deserta. Gli spettacoli dovevano essere cominciati dappertutto. Non c'era più, nella strada, che i bottegai ed i gatti. Il cielo era puro ma senza splendore, sopra i fichidindia ai lati della strada. Sul marciapiede di fronte, il tabaccaio ha tirato fuori una sedia, e ci si è messo sopra a cavalcioni appoggiandosi con le mani allo schienale. I tram, poco prima gremiti, erano quasi vuoti. Nel piccolo caffè "Da Pierrot", che è di fronte al tabaccaio, il cameriere scopava della segatura nella sala deserta. Era veramente domenica.

Ho girato la mia sedia s l'ho messa come quella del tabaccaio perché ho trovato era più comodo. Ho fumato due sigarette, sono entrato in camera a prendere un pezzo di cioccolata e sono venuto a mangiarla al balcone. Poco dopo il cielo si è infoschito e ho creduto che ci sarebbe stato un temporale estivo. Ma a poco a poco si è schiarito di nuovo. Il passaggio delle nubi, però, aveva lasciato sulla strada come una promessa di pioggia che l'ha fatta diventare più scura. Sono rimasto a lungo ad osservare il cielo. Alle cinque sono arrivati di tram, rumorosi. Riportavano dallo stadio della periferia grappoli di spettatori stipati sui predellini, attaccati ai parapetti. Sui tram successivi c'erano i giocatori che ho riconosciuto dalle loro valigette. Urlavano e cantavano a pieni polmoni che non sarebbe mai perita la loro società. Molti mi hanno fatto dei saluti. Uno mi ha persino gridato:"Li abbiamo fregati". E io ho fatto di sì con la testa. A partire da quel momento le automobili hanno preso a affluire.

La giornata è andata avanti ancora un poco. Al di sopra dei tetti il cielo è divenuto rossastro e mentre nasceva la sera le vie si sono rianimate. Quelli che erano andati a passeggio ritornavano a poco a poco. Ho riconosciuto, mi mezzo ad altri, il signore distinto. I bambini piangevano e si facevano trascinare. Quasi subito i cinema del rione hanno riversato sulla strada la folla degli spettatori. I ragazzi che uscivano avevano gesti molto decisi e ho pensato che dovevano avere visto un film d'avventura. Quelli che tornavano dai cinema del centro arrivarono un po' più tardi. Avevano l'aria più grave. Ridevano, sì, ma di tanto in tanto sembravano stanchi e trasognati. Sono rimasti sulla strada, ad andare e venire sul marciapiede di fronte. Le ragazze del rione, senza cappello, camminavano tenendosi a braccetto. I ragazzi facevano in modo di incrociarle passando e dicevano delle spiritosaggini di cui esse ridevano voltando la testa dall'altra parte. Parecchie di loro, che conoscevo, mi hanno fatto segno con la mano.

Poi il lampioni della strada si sono illuminati d'improvviso e hanno fatto impallidire le prime stelle che sorgevano nella notte. Ho sentito i miei occhi affaticarsi a guardare i marciapiedi con il loro carico di uomini e di luci. I lampioni facevano luccicare il lastricato umido, e i tram, a intervalli regolari, illuminavano dei capelli lucidi, un sorriso o un braccialetto d'argento. Poco dopo i tram divenuti più rari e la notte già nera sopra i lamponi e le piante, il sobborgo si è svuotato a poco a poco, fino a che il primo gatto traversò lentamente la strada ritornata deserta. Ho pensato che bisognava cenare. Mi faceva un po' male il collo a esser rimasto appoggiato tanto tempo sulla spalliera della sedia. Sono andato giù a prendere del pane e della pasta, mi sono fatto da mangiare e ho cenato in piedi. Ancora ho voluto fumare una sigaretta alla finestra; ma l'aria si era rinfrescata e ho sentito un po' di freddo. Ho chiuso i vetri e rientrando ho visto riflesso nello specchio un angolo della tavola con il fornello a spirito, accanto ai pezzi di pane. Ho pensato che era sempre un'altra domenica passata, che adesso al mamma era seppellita, che avrei ripreso il lavoro; e tutto sommato non era cambiato nulla.


LO STRANIERO - Albert Camus
Edizioni BUR
Pagina 30

lunedì 2 gennaio 2012

Ride

Voglio inaugurare i miei interventi su questo blog con una cosa che ho scritto tanti anni fa.....













Ride, con la bocca senza denti,
con quegli occhi che sembrano acqua,
con i capelli bianchi, raccolti in una treccia.

Ride, appoggiando il mento sulle mani,
con lo sguardo da bambina,
la bambina che fu un tempo.

Ride, e chi sa quali pensieri
le balenano la mente,
qualla mente che era svelta,
molto abile a ricordare.

Ride, nascondendoti i pensieri,
quei pensieri che da tanto,
tanto tempo la accompagnano.

Non ti lascia penetrare
nel suo mondo di bambina,
la bambina che fu un tempo
e che le piace ricordare.