mercoledì 9 gennaio 2013

Mi chiamo Pietro e sono....:la mosca .

Da un mese vivo solo nel mio appartamento, perché mia mia moglie e mia figlia sono andate in vacanza insieme, fanno tutto insieme quelle due.
Allora ho preso anch'io le ferie, ma non per fuggire chissà dove, ma per restare a casa da solo, nel mio rifugio al terzo e ultimo piano: televisione accesa, aria condizionata a palla, tutti i libri che non sono mai riuscito a leggere, un racconto che ho in testa da una vita e che non ho mai avuto il coraggio di buttare su carta.

Dopo la prima settimana di clausura, mi sono accorto che quella vita mi stava cambiando.

Ho smesso di mangiare tutti i giorni, di uscire, di lavarmi, di pulire la casa, di svuotare i posaceneri, di vestirmi, di guardarmi allo specchio, di radermi, di telefonare a mia moglie, di chiamare mia madre; e sono diventato il me stesso puro, il me senza contorno, senza sovrastrutture.
Ho lasciato allora che anche i pensieri mi fluissero liberi, senza inibizione, e così anche le voglie, ma, a un certo punto, non avevo più pensieri ne voglie.
Mi sedevo, appena alzato, alla scrivania, accendevo il pc per scrivere il mio best seller, ma niente: rimanevo lì immobile per tutta la giornata.
Tutto il giorno in stand by, senza fare niente, rinchiuso nel mio quartier generale, compiendo soltanto rapidi raid in cucina per nutrirmi. Poi è accaduta una cosa...

Ogni volta che lasciavo il soggiorno e entravo nel cucinino, venivo assalito da una mosca, una sola fottutissima, mosca, che iniziava a ronzarmi attorno e a volarmi su tutte le parti del mio corpo scoperte e, nonostante io provassi a muovermi molto, per togliermela di torno, lei non se ne andava e io dovevo uscire dalla stanza in fretta per levarmela definitamente dai piedi, e rifugiarmi in salotto, lì lei fino ad'ora non aveva osato entrarci.
Allora indossai il pigiama, quello con le maniche lunghe, poi un paio di guanti di lana, infine mi coprii la testa con un asciugamano ben calato fin sopra le orecchie per ovattare il ronzio così fastidioso e mi buttai in cucina.
Lei naturalmente, anche quella volta mi assalì ma io non indietreggiai, come facevo sempre,dandomela a gambe, anzi avanzai all'interno della stanza fino a raggiungere lo sgabuzzino dove presi la paletta scacciamosche, la mia arma.
Purtroppo, però, nell'inginocchiarmi a richiudere lo sportello dell’armadietto,  l’asciugamano scivolò giù, scoprendomi la fronte e lei mi attaccò più violenta del solito.
Io saltellavo sulle caviglie, per mettermi in salvo dai suoi attacchi ma lei, vigliacca, compiva dei blitz di alcuni secondi e poi tornava a svolazzare, così da lasciarmi libero d’illudermi di poter scappare dalla stanza, ma, appena provavo a muovermi, lei mi ripiombava di nuovo addosso sbattendo su di me e provocandomi una nausea terribile.
Quando finalmente quel giorno riuscii a raggiungere il divano mi sentii al sicuro: avevo la paletta mi sarebbe bastato poco per ucciderla e riprendere possesso della mia casa.
La sera preparai la mia vendetta: richiusi tutte le finestre della casa e la vetrata che dalla sala che entrava nel corridoio, lei non avrebbe trovato una via di fuga e io l’avrei uccisa.
Così nonostante l’afa di ferragosto, chiuso ermeticamente nel mio appartamento, afferrai la paletta e mi buttai in cucina muovendomi più velocemente che potevo per non darle un’appiglio. Tenevo saldamente il manico, nelle mie dita strette a pugno, non vedendo l’ora di vibrarlo in aria per colpirla al volo e quando la scorsi appoggiata sul piano in marmo di carrara bianco, della cucina, sentii una stretta al petto.
Il braccio destro si mosse da solo ma lo trattenni con la ragione, dovevo darle un colpo solo, secco, potente, preciso e così feci.
Guardai quel corpicino, nero, cadere sul pavimento, allora mi sentii felice e aprii il frigorifero per prendere, finalmente, da mangiare e da bere, presi tutto e lo portai in salotto. Dovevo festeggiare!
Avevo appena addentato un crecher con una fetta di formaggio quando mi parve di sentire il solito ronzio, scoppiai a ridere, sapevo di averla fatta fuori, la solitudine e la stanchezza mi stavano dando alla testa. Guardai un po’ di tele e uscii dalla stanza, sarei tornato a dormire nel mio letto, non era quella una sera come le altre. Dormii tutta la notte e mi svegliai presto convinto che quello era il giorno perfetto per scrivere il mio racconto, ce l’avevo tutto in testa dall'inizio alla fine.
Andai in bagno a pisciare e entrai nella sala che faceva un caldo terribile, aprii le finestre e respirai con calma poi accesi il pc, la musichetta di windows mi rasserenò, digitai sul’icona del programma di scrittura e quando si aprì scrissi in grassetto “Racconto di Pietro prima stesura”.
Mi fermai e rilessi quelle parole con estremo piacere, poi mmi arrotolai le maniche della camicia, l’unico indumento che avevo addosso, e cercai di riordinare i fatti in testa quando un ronzio mi fece sobbalzare sulla sedia: era tornata.

Mi spostai lentamente, alzandomi appena dalla sedia: dovevo sorprenderla e finirla una volta per tutte. Mentre il mio corpo si muoveva la mia mente congetturava:

1 E’ impossibile che l’insetto sia “la mosca”.
2 Ho aperto le finestre ne dev'essere entrata un’altra, le mosche non resuscitano.
3 No, calmo è un’allucinazione non ci sono mosche in questa stanza.

Detti un'occhiata il divano, dove ormai abbandonavo di tutto e vidi la paletta, incastrata sotto i piatti sporchi, un libro di Pavese,i miei pantaloni, due posaceneri pieni, una scarpa.
Forse sarebbe stato meglio meglio ucciderla a mani nude!
Pensai anche all'eventualità di muovere tutti quegli oggetti, per tirare fuori la paletta  senza far rumore e intanto mi muovevo con circospezione, udendo il ronzio che si allontanava verso la cucina…
- La cucina no? - Urlai correndole dietro ma quando aprii la porta di lei non v’era traccia.

Rientrai in me riflettendo sulla solitudine che mi faceva strani scherzi e mi rimisi a sedere. Appena le mie dita si mossero sulla tastiera rieccola.
Chiusi gli occhi schifato; di nuovo, da quel ronzio, a un palmo dal mio viso.
Lei si appoggiò sul mio naso, repressi l’istinto di muovermi per il voltastomaco che quel contatto mi provocava, ma il solletico esercitato dalle sue zampette sulle mie narici mi fece starnutire e tutto fu vano perché lei si allontanò volando.
Mi diressi di corsa verso il divano, buttai i piatti, il posacenere e tutte le altre cose che avevano sommerso la paletta ammazza-mosche, per terra, e corsi in cucina.

Guardai in ogni angolo poi riesaminai daccapo tutto il perimetro del muro della cucina, ma di quella bestia nessuna traccia, allora mi bloccai, immobile in piedi di fronte all'acquaio, sperando che lei sentendo il mio corpo tranquillo si posasse, ancora, su di me.
Dopo un bel po’ di tempo così accadde: ferma sulla mia mano destra, strofinava le zampette alla bocca solleticandomi la pelle ed emettendo quel suono così disgustoso. Non potevo colpirla con la sinistra, non era sicura quella mano, allora rimasi in attesa. Lei si incamminò verso il mio polso, sembrava che quasi stesse in procinto di spiccare il volo, quando tornò indietro e si fermò nella stessa posizione, io ormai tremavo per la stanchezza e la tensione, sentivo che presto mi sarei mosso.
D’un tratto, quando capii che non avrei resistito un secondo in più, lei volò in salotto. Le andai dietro muovendomi con cautela, per prenderla alle spalle, ma inciampai sul cuscino del divano, sul pavimento, e caddi a terra.

Sdraiato sul marmo riflettei: se quell'animale era sfuggito alla morte e alla mia intelligenza e essendo risaputo che l’essere umano è più intelligente di un insetto, lei non era una mosca, o perlomeno non era una mosca come le altre.
Non sapevo che fare, come agire per sconfiggerla definitivamente, considerando che: nonostante fossi certo di averla schiacciata con forza e uccisa, lei era qui.

Adesso ronzava sopra la mia testa, percepivo il rumore delle sue piccole ali che si muovevano. Aveva vinto lei, non potevo fare altro che arrendermi.
Non mi diedi per vinto e, con un guizzo di orgoglio, provai a fingermi morto per scoprire il suo piano.

Provai a controllare la respirazione, muovendo meno che potevo il diaframma, e quando ci riuscii avvertii, dal suo ronzio, che si stava avvicinando.
Tenevo gli occhi socchiusi ma quando lei entrò nel mio campo visivo sobbalzai impaurito: era enorme:

Chiusi definitivamente gli occhi:potevo solo arrendermi, ero stanco, non mangiavo e non dormivo da giorni, il mio corpo e la mia mente si stavano lasciando andare, che lei facesse di me quello che voleva.
A un certo punto mi svegliai di soprassalto, era notte ed erano passate molte ore. Dovevo rimettere in ordine i miei pensieri; - Io sto bene?- Pensai,ascoltando il mio corpo che a, un tratto, m’informò di un dolore lancinante alla caviglia:.
Ero stato attaccato, maledetta!

Temendo che mi attaccasse di nuovo, prestai attenzione ai rumori che provenivano da fuori: un’auto stava passando proprio sotto il palazzo perché vibrarono i vetri, una ragazza rideva sguaiata, in strada, ma nessun ronzio.
Era quello il momento di provare a alzarmi e correre alla finestra a chie dere aiuto, ci provai.
La caviglia non riusciva a sorreggermi allora saltellai su un piede fino alla finestra guardai giù e urlai a squarciagola - Aiuto venite a aiutarmi !-
Una ragazza, che stava passeggiando in strada, alzò la testa verso la mia direzione e mi sorrise poi se ne andò ridendo.-
Mi lasciai andare sul pavimento piangendo come un bambino, il dolore alla gamba era fortissimo, avevo sforzato la caviglia mettendomi in piedi. Ma suonò il telefono: non ero ancora finito.
Con uno sforzo sovrumano mi girai sulla pancia e muovendomi a carponi strisciai fino al telefono, afferrai la cornetta con una mano ma poi il dolore alla gamba mi fece scivolare giù, sul pavimento, mentre mia madre urlava nella cornetta, che ciondolava fino a terra:
- Pietro ma sei a casa? Stai poco bene? Rispondimi..-

Ero pietrificato.
La mosca era tornata: si era appoggiata sull'apparecchio telefonico e mi guardava severa, mentre, la voce di mia madre gridava: - Sto arrivando, la portiera mi ha dato le chiavi..-
La mosca mi svolazzò sulla testa e io cercai di farla fuggire, muovendo le braccia in aria e scivolando col corpo, sul pavimento, più velocemente che potevo, ma lei continuava a minacciare di attaccarmi, con la sua bocca assetata di sangue. Ero fottuto, lei sapeva che presto sarebbero venuti a soccorrermi, mi doveva finire.
A un certo punto mentre cercavo di difendermi da lei, rannicchiandomi con gli arti stretti al corpo e bloccando ogni muscolo, mi parve di sentir trafficare con la serratura: trattenni il fiato. Avevo paura per mia mamma, se fosse entrata anche lei sarebbe stata in trappola, ma non feci in tempo a rimettermi in piedi e a correrle incontro, per avvisarla di tutto, che lei e la portiera erano nella stanza.

Girai la testa verso di loro, terrorizzato, quando sentii mia madre pronunciare nel suo strano dialetto: - Mo te guarda qua quante mosche !

-billa-

martedì 8 gennaio 2013

Il cappellino di mio nonno

Il nonno è sempre uguale. Ogni volta che lo vedo ho la netta sensazione che la vecchiaia si sia dimenticata di lui. Sì, le fotografie di lui esposte in cucina che lo ritraggono dicono un'altra cosa, ma ..... fisicamente non mi spingono a pensare al tempo che passa.

Come ora, vedendolo laggiù, con il suo cappellino della Nike in testa che non ce la fa a trattenere la sua miriade di capelli, dove quelli bianchi la fanno da padrone, la camicia di jeans con l’ultimo bottone del colletto sempre ben agganciato sotto il collo, infilato nei suoi eterni jeans, non mi viene di pensare a un vecchio, ma al mio compagno di giochi, a quelle interminabili partite a scopa seduti sulle nostre sedie con in mezzo un altra usata per tavolino.

Era capace di impegnarmi mio nonno. Soprattutto quando a inizio partita mi chiedeva con tono irrisorio: “Ti faccio vincere?”
E io prontamente gli rispondevo, con uno sguardo minaccioso: “Non provarci Nonno!”
Ferito nell’orgoglio sapevo che da quel momento in poi dovevo stare attento a non andare sotto scopa, perché , come diceva il nonno “ Quello é il tuo punto debole!”


Spesso mi metteva alla prova. Voleva capire fino a dove il mio orgoglio si spingeva. Come quella volta che, avrò avuto si e no sette anni, si presentò in casa, mentre facevo i compiti, con un bellissimo berrettino ben calzato sulla testa della sua squadra del cuore. Senza tanti convenevoli si avvicinò e mi domandò con tono secco e deciso :“Ti piace?”. Era bello quel cappellino, me lo ricordo ancora. A strisce rosse e blu con lo stemma della squadra sul davanti.
Mi sarebbe piaciuto molto averlo. “Sì” gli dissi prontamente.
Mio nonno sorrise, se lo tolse e me lo porse, ma mentre me lo gustavo già nelle mani, con un gesto fulmineo lo ritrasse per dirmi prontamente: “A patto che da oggi in poi tu tenga per il Bologna!”.

Ci rimasi male per quel tiro mancino. Il nonno sapeva bene che non avrei svenduto la mia squadra del cuore, ma ci provò lo stesso: voleva mettermi alla prova.


Vedendomi in seria difficoltà mi sorrise, in modo consolatorio e mi gettò il cappellino sul tavolo dicendomi: ” non importa, te lo regalo lo stesso “, tornando così sui suoi passi.
Non so a distanza di tanti anni se allora feci bene a non accettare quel regalo del nonno, perchè lo rincorsi restituendoglielo dicendo che non potevo accettare: la mia squadra del cuore rimaneva la mia Fiorentina e per questo non lo potevo indossare.

Quella risposta piacque al nonno, lo so.
Riprese il suo cappellino, se lo rincalzò ben bene sulla sua testa, e, scricchiandomi l'occhio in segno di approvazione, mi ditte un buffetto sulla guancia, tornandosene via.


Racconti - Gomitolo

giovedì 3 gennaio 2013

BUON ANNO, COMPAGNI!

Ora mangiare avemo mangiato, amo bevuto e amo digerito, ce siamo fatti pure lo cenone grazie al nonnetto e alla sua pensione.
Ma nello core mi domando e dico: pure le maya ci son messi torti, ci avevan detto che saremmo morti e invece ce ritroviamo ancora quì.
Nella mia testa m’ero detto tosto: addio alle bollette da pagare, al mutuo, all’Imu, alle vacanze al mare, e invece cazzo manco sono morto.
E mi fratello prete che mi fa, "Dio ci ha mandato in terra tribolare ma goderemo quando ce ne andremo”.
Ecco perché li ho visti sul tv quelli delle primarie del piddì, i comunisti che magnano i bambini.

-Io me rifò al Cardinal Martini– Ha detto quello che ci hà l’orecchino.
-Io me rifò a Papa Giovanni, quello che mandava i baci ai ragazzini-.
Ha detto l’artro, un poco a collo torto.
Che forse abbian paura dell’inferno che stanno già a pregare al padre eterno?.
Mo dico Gramsci per non dì
Togliatti, mo dico Enrico che morì sul palco, facciamo Marx, un giorno era de nostri, e, se voi proprio parlare dei clericali, tiriamo fori forse Don Milani.
O porco mondo tutto rivoltato io ero rosso e ora voto in bianco, la religione é una spina al fianco, avea ragione il poro Carlo Marx , "gli oppi alle genti annebbiano le menti…".

Tanto per mantené lo status quo.. .
"come disse il bifolco a dorso de mulo:.
vado a votare e che vi faccia pro.. .
però ve mando tutti a fare in...."

-billa-

giovedì 27 dicembre 2012

Un titolo ingombrante: il nome della rosa

Un narratore non deve fornire interpretazioni della propria opera, altrimenti non avrebbe scritto un romanzo, che è una macchina per generare interpretazioni.

Ma uno dei principali ostacoli alla realizzazione di questo virtuoso proposito è proprio il fatto che un romanzo deve avere un titolo.



Il nome della rosa - Umberto Eco
Edizione Bompiani
Postille Pag. 507

sabato 8 dicembre 2012

IN DUECENTO GIORNI

Lo sciacquio delle onde e il rumore che esse provocavano, sbattendo e abbattendo gli ostacoli che sbarravano il loro passaggio, le urla degli uomini, che, lungo il fiume, tentavano di rinforzare gli argini per proteggere quel che restava del borgo, il rombo dei tuoni e i bagliori dei lampi, che illuminavano a tratti la miseria di quella gente, riecheggiavano nella vallata.

Se l’inverno appena trascorso se n’era andato con il suo carico di morte per le febbri stagionali, la primavera si stava preannunciando altrettanto fosca.

Ormai le baracche dei tintori ,o quel che ne restava, galleggiavano sul fiume, e i corpi delle capre, con gli addomi colmi d’acqua, scivolavano vorticosamente verso valle, come lenzuoli gonfiati dall'acqua sfuggiti dalle mani d’una lavandaia poco attenta.


Jerome, che per tutta la notte aveva lavorato a ricostruire gli argini, con l’acqua fino alle cosce, continuava a ripetere automaticamente gli stessi movimenti, affastellando pietre, terra e rami che subito scivolavano via nel gorgo impetuoso.

Eppure quella era stata una terra felice, il vecchio vi aveva cresciuto i suoi sei figli, mettendo a poco a poco in piedi la arazzeria più famosa di Francia.
Quel fiume in piena, una volta, era stato un crocevia di mercanti d’arte e di chiatte ricolme di filati che provenivano da Parigi o addirittura dall'Italia, di nobili imbellettati con i taschini pieni di soldi da spendere, di chiatte di gitani, che dai loro barconi richiamavano la gente per vendere i loro utensili introvabili.
E in quei ricordi gli parve di riconoscere il suono del bel canto di Pilar.




Il duecentesimo giorno di lavorazione, l’arazzo era finalmente terminato.

A Jerome toccava il compito più bello quello di tagliare i fili, e così anche quella volta, mentre i suoi figli tenevano ben teso l’ordito, aveva impugnato le forbici facendo cadere il filato d'inizio del lavoro, per terra.
Poi i ragazzi avevano srotolato l'arazzo dal subbio, dov'era avvolto, e steso sulle lastre del pavimento.


Era quello il momento più bello e Jerome lo ricorda come fosse ora; finivano tutti insieme a controllare le sfumature dei colori e la precisione dei tratteggi che, se non erano ben demarcati, finivano con il confondersi con le mezze tinte delle ombreggiature. Il "millefleurs" era perfetto e bellissimo:
in primo piano una donna bruna se ne stava seduta su un tronco, sulla riva di un fiume gonfio d’acqua; l’ombrellino aperto, sotto un cielo plumbeo, abbandonato in un angolo. In lontananza, il panorama di una splendida città fortificata e tutto intorno le piante che crescono sulle rive della Loira.

La prima volta che i "lissieur" vedono il lavoro finito, dopo essersi spaccati la schiena sui telai, con il naso e la testa piena dell’odore acre di piscio di capra, che serve a fissare i colori, le mani spaccate dai filati più forti, è il giusto premio per il loro lavoro o la delusione più grande.

Quel giorno se ne stavano tutti insieme in contemplazione da non accorgersi che Madame Carpenter , che per prima voleva vedere tutti I lavori di Jerome, non era arrivata, e nemmeno il pittore Lassalle.
 Quella assenza donò loro come un brivido di soddisfazione, si potevano godere tanta bellezza esclusiva.
Ciò che accadde, nei momenti successivi, s’iscrisse per sempre nella memoria dell’uomo.

Fu un accrescersi di rumori, dapprima alcune parole urlate dalla strada, poi il frastuono dei pugni che sbattevano sulle porte del tessitore, infine, quando l’uomo e i suoi figli uscirono all'aperto, un forte crepitio di passi, che correvano sui ciottoli, verso la riva.
L’uomo e i suoi figli maschi seguirono il gruppo, correndo anch'essi. verso la riva.

 La chiatta dei gitani era trattenuta, immobile, in un mulinello d’acqua che ora la tirava a fondo per spingerla subito dopo a galla. I flutti spingevano verso riva tutte le suppellettili, che erano a bordo, e le loro strane mercanzie, e la gente, a riva, si affrettava a raccogliere tutti quegli oggetti e a metterli a riparo.
Gli uomini, inermi, fissavano il fiume e la barca sperando di poter intervenire e mettere in salvo quella povera gente, eppure il vortice si era ripetuto diverse volte, davanti ai loro occhi.
Molte ore dopo, quando l’ombra lunga della sera stava calando, il furore delle acque si calmò, ma ormai negli occhi della gente non v’era più speranza per quelle vite, era tutto un muovere di bocche silenziose intente a pregare per quelle povere anime.

Jerome fu l’ultimo a lasciare il fiume, aspettò e aspettò che il volere di Dio si compisse e rimase in ascolto sperando di sentire un grido, un lamento.
Quando ormai anch'egli s’era rassegnato, s’alzò un canto nel buio. Una voce di donna cantava.

L’uomo chiamò sperando che ella gli desse delle indicazioni per farsi raggiungere.- Chi siete? -
- Chi siete?-
- Ditemi vi prego dove vi trovate, vi porterò in salvo..-
Non ebbe nessuna risposta. Allora cominciò a correre lungo l’argine, avvicinandosi più che poteva all'acqua, cercando di scorgere, una sagoma, un’ombra, qualcosa..
Fu il silenzio.
L’uomo, che non si voleva dar pace, si gettò in acqua muovendo le braccia da tutte le parti, per cercare di afferrare quel corpo.
Quando quasi aveva perso le forze, gli sembrò di sfiorare qualcosa con le dita, allora cercò una presa, più salda, e lo trasportò a galla.
I figli, che erano corsi a cercarlo, gli andarono in aiuto e portarono il corpo a riva.

Jerome ascoltò il petto della donna, che era ancora viva, e disse ai figli di portarla a casa.L’adagiarono sulla tavola della cucina e cominciarono a frizionarle le gambe con l’olio di lino, per scaldarla. Quando finalmente gli sembrò che si stesse riprendendo, l’uomo provò a chiamarla.
- Siete al sicuro, siete salva.. -.
L’addome, della donna, si mosse all'improvviso e cominciò a buttar fuori acqua mista a fango, e, quando il suo ventre sembrava essersi prosciugato, ricominciava daccapo a pisciar fuori melma.
Le figlie di Jerome, correvano a svuotare fuori il secchio che ella ricominciava.
L’uomo non voleva arrendersi, ma il volto bellissimo della donna, piano, piano, si stava adombrando di morte.
Capì che presto se ne sarebbe andata.

La strinse a se aspettando che chiudesse gli occhi per l’eternità e lei ricominciò il suo canto incomprensibile.


""De esplendor se doran los aires y el cristal del Ebro se argenta, que a media noche un sol su curso
empieza. Las luces se avecinan, se ahuyentan las tinieblas, el prado ostenta flores, el Cielo esconde estrellas."".

Erano morti tutti, si seppe il giorno dopo, li trovarono sulla sponda opposta di Bourgneuf: un uomo anziano, con la bocca piena di pesci, una vecchia, forse sua moglie, e una bambina molto piccola. Qualcuno disse che non erano forestieri e che , qualche volta, si erano fermati a vendere gli aghi per i telai. Il vecchio, lo chiamavano Negro, e la ragazza era la popolare Pilar, la voce più bella dell’Andalusìa.

Seppellirono quella famiglia di girovaghi sulle sponde del fiume, così che, la giovane, potesse cantare le sue canzoni ai viandanti.
Non volle sentir ragione Jerome, e non consegnò il lavoro ordinato, a madame Carpenter e al suo pittore, se lo appese davanti al letto in ricordo della Gitana.
 Infine, consegnò ai figli tutto quello che aveva e disse loro che ormai era vecchio, che andassero per il mondo.

Quella notte di Primavera mentre gettava, inutilmente, le pietre, la sabbia e i rami nel fiume, neanche si accorse che era giunto il suo giorno, così ammaliato dal canto.

-billa-

venerdì 5 ottobre 2012

Scazzo d'Agosto

Sto scrivendo e allo stesso tempo ascolto musica dalle mie cuffiette: un buon sistema per isolarmi divertendomi.

Non faccio caso a chi ho attorno. Ciò che ho preparato appena arrivato, quando in spiaggia non c'era che un un innocuo omino intento a leggersi un tomo da mezzochilo, eviterà che durante la scrittura capitino distrazioni: davanti a me il lettino aperto sotto il sole, come lo sono del resto due cislonghe ai miei fianchi, e in mezzo, sotto l'ombrellone, una sedia con me sopra: un antidoto che permetterà a me di star bello fresco, evitare ai poveri Vu cumprà di venirmi eccessivamente vicino per farmi improbabili offerte e ai bagnanti di occupare parte di un territorio già delimitato.

Mentre scrivo le vedo arrivare queste pattuglie domenicali con lo scopo esclusivo di rendere appagante un giorno di festa.
A tutto si può pensare, vedendo il passo sonnolento e claudicante di questi zombie della domenica, che il sole che si sono venuti a prendere possa entro poco stravolgere le loro mattutiniere intenzioni.
E non basta cospargersi tutte le parti del corpo con unguenti protettivi a esorcizzare gli effetti isterici collaterali che esso può provocare nelle loro menti. Capiterà. Basta aspettare. E io sono pronto con un editor aperto sul mio iPad a registrare il sicuro evento.
Capita anche nelle redazioni dei giornali, il giorno prima di una manifestazione sportiva, di lanciarsi in azzardate previsioni. E anche io nel mio piccolo ci voglio provare: a chi toccheranno isteriche incandescenze questa volta? A quei bambini che hanno sfiorato tre o quattro volte le mie cislonghe inseguendosi l'uno con l'altro? A questa signora di mezza età alla mia destra che mal sopporta il mio lettino aperto sotto il sole, d'intralcio alle sue manovre per accudire una vecchietta, probabilmente sua madre, bofonchiante di rimproveri nei suoi confronti? O forse a chi ho davanti? Moro abbronzato nero catrame, lui; rossa di capelli e dalla pelle bianco cadavere, lei; oppure al loro pargolo, capelli rossi come mamy, e non ancora da età da scuola? Sarà forse proprio Pel di carota a svalvolare per primo, mentre ora è tutto tranquillo a giocare con paletta e secchiello, ma chissà se lo sarà ancora quando il sole graverà perpendicolare sulla sua teste? O forse a qualcuno dell'insospettabile coppia di russi arrivati subito dopo di me in spiaggia, belli impomatati con crema solare protezione centocinquanta - questi coglioni mi sa che non se la danno ai piedi il , cazzo, sembra che tutti ed due si siano infilate pantofole rosse -, e con un paio di gemelli al seguito? Chi perderà le staffe in modo tale da rendere indimenticabile la loro domenica e a me dare il pretesto di scrivere qualcosa?
Penso sempre che in questi casi basta attendere. Non è questione di crudeltà, intendiamoci. Sta nell'animo umano e soprattutto nel segno dei tempi. In una società capitalista come la nostra che trovato il sistema di soddisfare i bisogni primari non si accontenta solo di loro, ma desidera andare oltre anche se questo pregiudica il fabbisogno di chi ha accanto con mezzi più o meno leciti, è chiaro che dimostri la sua voracità anche in una giornata di festa al mare. Sì, basta attendere.

E mentre mi dilungo su premesse filosofiche, lasciando scorrere i brani degli Acoustic Alchemy sul mio iPod in un susseguirsi di melodie spagnoleggianti e non solo, non faccio caso al braccio destro allungato del babbo nero catrame verso la coppia dei russi di cui non mi ero accorto essersi alzati dai loro lettini.
Col disappunto di essermi fatto sfuggire qualcosa d'importante, un po' come un pescatore distratto strattona la sua canna già conscio di avere perso l'attimo fuggente, sfilo dall'orecchio un auricolare quel tanto che basta per afferrare un "ti uccidooo" proveniente dal babbo di Pel di carota sotto i sei anni.
"Cazzo!" Mi dico. "A tanto siamo arrivati. E tutto in pochi attimi". Era successo qualcosa che mi ero perso; la trota che aveva mangiato il lombrico senza farsi accorgere dal pescatore.

La disputa era già iniziata e io stavo cercando, almeno di capirci qualcosa.
"Hai capito o no , brutto pancione coglione, che tuo figlio voleva strozzare il mio?"
A chi si riferisce il moro incazzato lo percepisco dalla proiezione del suo braccione teso; chiaramente invece capisco cosa pensa di lui, lo sta ribattezzando, in preda a un sadico ghigno, con una sequela di aggettivi fuori fascia area protetta; escono a ripetizione dalla sua bocca, e così tanti da farmeli risultare dopo un po'quasi insignificanti, come penso lo siano anche per tutti i bagnanti del nostro stabilimento balneare, di quelli adiacenti, ma anche di voi se li sentireste, fidatevi. Da quanto urla mi sa che mezzo Tirreno è venuto già a sapere come il moro nero catrame vede il russo, non così grassone come sta dicendo lui, ma di certo in sovrappeso.

A questo punto, capite bene, sono curioso di scoprire chi sono stati i contendenti, fratelli di giochi e contese. Abele mi sembra di averlo individuato: facile, perché il padre, sempre incazzato, non accenna a togliergli dalla spalla la sua manona libera rimastagli; l'altro, terminale di un braccio ancora bello offensivo, non accenna a sbloccarsi da una ormai stucchevole attività di additamento.

E il Caino dov'è? Gli indiziati sono i gemelli russi. Uno di loro è innocente e l'altro è colpevole. Cazzo, la cosa si fa complicata! Non è che visto la loro esasperata assomiglianza si possa fare di tutta l'erba un fascio!
Il nero incazzato, e mentre scrivo vi assicuro lo è ancora, non è che poi sbraitando e urlando mi aiuti poi così tanto a capire chi fra i gemelli ha compiuto il gesto; l'altro, al limite, può essere stato il complice, tipo reggergli un gomito per alleviargli la fatica durante lo stritolamento, o che so altro.

Quindi chi tra i due è il marmocchio dalle manie omicide?
Quello con la paletta che scava? - Oh cazzo, guarda che bel bucone che ha fatto -
Quello che infila la terra del bucone nei secchielli per far formelle con cui sta circondando una coppia di vecchietti accanto sotto l'ombrellone? Voglio poi capire quando decidono di tornarsene a casa, come fanno a passare senza calpestarne qualcuna.
Quello con la paletta o quello col secchiello?
Insomma, dubbi d'estate, che se qualcuno non si decide a lanciare qualche indizio, lasciano per l'aria il profumo del caso irrisolto, roba da "inchiesta sotto il sole" da vedersela apparire in qualche trasmissione attorno alla mezzanotte, in un palinsesto televisivo alla Carlo Lucarelli, tanto per capirsi.

"Io direi di farla finita" sento dire tutto a un tratto in mezzo alla fila di improperi.
"Carneade chi è costui?" Viene da dirmi mentre scrivo. Percepisco che la voce è baritonale, e forse familiare. Sollevando il dubbio per iscritto, non ho il tempo di cogliere ancora un altra volta l'attimo. Ergo, se non alzo il mio capoccione non saprò mai chi è chi si è intromesso nella "singolar tenzone".
Scorgo alle prese con uno sdraio con l'intento di piegarlo e metterlo a posto sotto un ombrellone poco distante. "Cribbio" mi dico, "è proprio il posto di quell'anziano signore col gusto di legger tomi da mezzo chilo, chiaramente datosela a gambe per non aver tollerato il diverbio domenicale in corso", dico scorgo, il sicuro emittente dell'invito baritonale.
Si è rialzato. E di spalle è ancora più mostruoso: sarà forse quella scritta bianca "SALVATAGGIO" a stagliarsi sul caniotterone rosso a darle una caratterizzazione mistica. Mi ricorda tanto Simone, questo bagnino. Simone, si dai, quel santo che col bambino sulla collottola sprofonda e affoga nelle acque durante la traversata di un fiume dalla corrente mortale, non senza prima portare in salvo la creatura soccorsa.
"E tu che vuoi?" gli domanda l'incazzato abbassando il braccio, be' almeno in questo il bagnino c'è riuscito. "Hai visto che quel bimbo ..."
"E dillo chi" mi e gli domando sottovoce, "lo scavatore o il raccoglitore?"
"Ha messo le mani attorno al collo a PierPaolo. Lì c'è la carotide. È pericoloso, cazzo. E lui stingeva! E suoi genitori, del cazzo, quei pidocchiosi russi del cazzo, lo lasciavano fare, loro ....."
"Si dia una calmata, perché se no a morire è lei"
"Ma come ti permetti. Tu hai visto tutto. Da lassù che guardavi. E senza far niente, tu ..."
"Son cose che i ragazzi devono sbrigarsi da loro" gli dice il bagnino con una flemma da lord inglese che cozza con la logorroica passione offensiva espressa dall'incazzato, questo mentre il bagnino chiude l'ombrellone del lettore mattutino.

E con gli inferociti di uno che ha da poco appreso che il mondo ce l'ha con lui. Il braccio comincia a roteare a trecento sessanta gradi, riparte "Tu, loro, voi ....." alla ricerca di un verbo per placare la coniugazione in cui si è incaponito.
Le sue meningi sono chiamate all'unanime sforzo: trovare un verbo, un aggettivo non ancora uscito nella sequela di ingiurie già sparate, sta provocando al suo testone un tremolio che col passare dei secondi è sempre più evidente; la sua invidiabile abbronzatura si sta trasformando in un rosso porpora tipico di chi al mare ci viene un giorno solo; il braccio teso, una volta rigido e risoluto, sta diventando insicuro e barcollante.

E mentre io, noi, tutti siamo in attesa di conoscere com'è diventato il mondo per lui, tanto che ogni attività balneare si è fermata per saperlo: i bambini non giocano più, i vecchietti non leggono più, i russi non ridono e io non scrivo più visto che tutto, dico proprio tutto, si è fermato .... Ebbene lui, raggiunto l'apogeo della disperazione, apre la bocca e sapete cosa fa? Alita. E lo fa per parecchi volte. E dopo una mezza dozzina di iper ventilati respiri gli occhi tornano essere quelli della tigre, il viso torna paonazzo, il braccio è bello teso come il dito indice degno suo prolungamento che ci addita proprio tutti.
"Tu" inizia a dire indicando il bagnino; "e voi" spostando il dito sui russi; "e loro" saltando ai gemelli, ma anche ai passanti e forse anche a me - vuoi vedere che gli sto sulle palle anche io-, "voi" ripete spostando il braccio e il dito a chi tocca tocca come se fosse una mitragliatrice "voi siete cattivi". Proprio così parlò Zarathustra.
E l'aria soddisfatta scaccia il ghigno; gli occhi si placano, il braccio e il dito si prendono pace e tornano ad aiutare l'altro in operazioni più pacifiche: ripiegare il suo telo; chiudere lo sdraio; abbassare l'ombrellone; riempire borse e borsettine, portarsi ai piedi le ciabatte, e come un vigile, invita la famiglia a raccattare tutto e avviarsi alla passerella.

Questa struggente capitolazione me lo fa apparire di colpo come Napoleone Buonaparte che, persa la battaglia decisiva, non gli resta che varcare la porta dell'esilio.
Rassegnato, col collo a penzoloni, si avvia dietro la sua truppa già partita davanti in fila indiana verso la passerella, dietro di loro un lento movimento delle gambe.
E io non posso fare altro che prepararmi a iniziare a scrivere l'epilogo e a far scorrere l'elenco dei nomi dei personaggi principali e secondari che si sono successi di questa fantastica domenica.

Ma come capita in un giallo di alta suspence, succede quello che non ti aspetti: il trambusto di sdraio contro sdraio,di ombrelloni divelti, lettini che si schiantano; tutto ciò a farmi capire che devo sospendere la scrittura dell'epilogo, rialzare la capoccia perché Napolenone è fuggito dall'isola d'Elba e quei rumori ne sono la dimostrazione.
Era tutta una messa in scena, cari miei lettori. L'avere lasciato andare avanti la famiglia era un pretesto, e la pensilina, il suo cavallo di Troia: percorrendola si sarebbe avvicinato nel campo nemico, nel territorio russo, e quindi più facile sferrare l'attacco.
Obiettivo? Restituire pan per focaccia, ossia, tradotto in soldoni: raggiungere il collo del padre del Caino russo: non mi dite come a fatto ad arrivarci ad afferrarlo lassù, magari a omicidio concluso lo chiederò di certo a qualcuno.

Non so come ce l'ha fatta a montargli sulla schiena e ad agganciarsi al collo del russo, con questo che cerca inutilmente di disarcionarlo. Sarà dura, su questo non c'è dubbio: il collo taurino del russo è tanta roba, e prima di fargli esalare l'ultimo respiro a Napoleone occorrerà impegnarsi, anche se ciò non sembra preoccuparlo più di tanto.
Nel campo di battaglia che è diventato il lato destro del Bagno Adele i personaggi principali e secondari risfilano dai titoli di coda per tornare a essere vividi nella scena, tutti dietro Napoleone e il suo destriero che corre, corre in su e giù per il bagno in cerca di aria vitale. Chi l'avrà vinta? Sará Austeritz o Waterlo?

E mentre vedo passarmi davanti per la terza volta il destriero con sopra Napoleone, con dietro la moglie e i bambini del cavallo, la moglie e il bambino del cavaliere, i bagnanti del lato destro del bagno Adele, tutti urlanti e preoccupati, in una scena già vista in un filmone dei fratelli Marx, mi viene il dubbio se non devo fare anch'io qualcosa, quel qualcosa che forse mi aspetterei dal bagnino.
E quel tangano con la grossa scritta SALVATAGGIO sulla schiena dalla voce baritonale, che fino a quel momento non aveva mosso un piede o un dito, contemplando ciò che stava succedendo, appoggiato su un manico di un ombrellone sapete cosa fa? Al nuovo passaggio davanti a lui solleva il bastone e "stock" te lo schianta sul cranio di Napoleone disarcionandolo.
Fine della corsa.
Tutti fermi,
tutti zitti,
fine di tutto.
Il silenzio calato nel bagno si infrange solo dai deboli lamenti di Napoleone disteso immobile sul campo di battaglia. Sollevato da terra dal bagnino neanche fosse un fuscello, il bagnino se lo porta sulle spalle e, afferrato per mani e piedi, manco fosse una capretta, inizia una camminata verso l'infermeria del bagno Adele.

Mutismo e rassegnazione e ciò che avvolge il bagno, tranne il sottoscritto che in preda a risate, rimessosi le cuffiette dell'iPod, mette un punto su questo fantastico scazzo d'Agosto.


Racconti - Gomitolo

sabato 15 settembre 2012

Become Human


          Negli ultimi anni, al variare di mode aberranti che per fortuna, almeno loro, se ne vanno col passare delle stagioni, ne ho potuta notare una che mi ha lasciato molto perplessa. Ho lasciato passare gli stivaletti-pantofole dalla forma goffa ma sicuramente lodevoli per il caldo, i pantaloni della tuta dai colori sgargianti sfoggiati in ogni momento del giorno e della notte, i piumini traslucidi che trasformerebbero anche la più bella delle modelle nell’omino Michelin, ma è più in su, in prossimità del collo che, magari affiancata dai suddetti capi d’abbigliamento tanto antiestetici quanto necessari per essere conformi, ho visto comparire qualcosa di insolito fra i giovani modaioli: La kefiah. Dalle classiche bianche e nere o bianche e rosse si è arrivati alle versioni colorate, a fiori, a pied de poule, a teschietti, firmate e da bancarella.
          Ingenuamente, all’inizio pensavo che ogni possessore fosse un convinto filo palestinese che volesse dimostrare la propria solidarietà a un popolo martoriato da anni, ma mi ci è voluto poco per confutare empiricamente la mia prima impressione.
          Mi ricordo che a dodici anni, solo sei anni fa, un’amica mi regalò la mia prima kefiah, che stavo cercando con lo stesso ardore con cui quest’anno ho cercato l’eskimo, una corazza di utopie usate per difendermi dal qualunquismo e l’indifferentismo della mia generazione e dalle troppe eredità putrescenti delle generazioni passate. Mia mamma mi aveva spiegato per sommi capi cosa rappresentasse quella sciarpa che vedevo al collo solo di persone che, nel mio piccolo, stimavo molto ed effettivamente si trattò di una spiegazione efficace o, almeno, sufficiente a farmi schierare subito, per quella sorta di imperativo morale che, grazie all’empatia, mi ha sempre fatto scegliere l’oppresso e mai l’oppressore, da quella parte che ognuno dovrebbe difendere, senza pensarci troppo. Insomma, cosa accade in Palestina? Perché alcune persone indossano, consapevolmente, quella kefiah che è ormai stata declassata a ordinario foulard? Penso che il modo più efficace per spiegarlo sia fare ordine fra le tappe che hanno portato a Gaza, a Piombo fuso.
          Con la sconfitta dell’Impero Ottomano nel 1918, si aprirono le trattative fra Francia e Inghilterra. Nel 1920, la Siria e il Libano diventarono un mandato francese e la Palestina e l’Iraq un mandato dell’Inghilterra. Presero il nome di “mandati” quelli che non si potevano più chiamare domini occidentali ma che di fatto erano, soltanto formalmente, amministrazioni europee con una teorica funzione di favorire l’indipendenza dei popoli del Medio oriente. Come nella migliore delle tradizioni imperialiste, i confini non seguivano quelli naturali e fisici, ma erano confini politici, meramente tattici. Questo, in un certo senso, prolungò la tradizione dell’Impero Ottomano che, vista la vastità dei propri territori, non favoriva certo sentimenti nazionali, tipicamente occidentali, dovuti a una cultura comune, impossibile da avere in un impero così immenso, ma una forte identità religiosa.
          Facendo un passo indietro, nel 1917, Londra si diceva favorevole alla creazione di una sede nazionale ebraica in Palestina, con un lieve accenno sulla garanzia dei diritti umani alle comunità non ebraiche già presenti. Questo riaccendeva una questione mai sopita dal lontano 1896, anno in cui Herzl scrisse “Lo stato ebraico”, definendolo una “necessità storica” per mettere fine all’emarginazione e discriminazione degli ebrei a cui veniva ostacolata l’integrazione “perfino nei paesi civilizzati”. Per ovviare questo problema, a partire dai primi del Novecento, si iniziarono ad acquistare territori in Palestina, la terra promessa, con il supporto economico del Fondo Nazionale Ebraico.
          Dopo la Seconda guerra mondiale (“la storia insegna ma non ha alunni”, direbbe Vik), l’ideologia sionista si rafforzò enormemente e alla Germania venne dato il diritto di veto sulla questione palestinese ché, visti i precedenti storici, sarebbe stato facile tacciare di antisemitismo. Questo “privilegio” si estese anche agli Stati Uniti. Proprio il presidente statunitense Truman fu, infatti, il primo sostenitore di uno stato ebraico mentre l’Inghilterra, sfibrata dalla guerra, rimase sulle posizioni prese nel 1939, in cui pubblicò il “Libro bianco”, un rapporto sulla situazione in Palestina in cui, tra l’altro, si fissava il tetto massimo per l’immigrazione degli ebrei. Successivamente, nel 1943, l’Inghilterra si affidò completamente alle decisioni dell’ONU che, nel 1947, propose un compromesso:
• Gerusalemme sotto controllo internazionale
• Stato ebraico nel 55% del territorio palestinese
• Stato arabo Nel 1948, venne proclamato lo Stato d’Israele con la netta opposizione della volontà palestinese, che si rendeva conto che accettare avrebbe voluto dire genuflettersi di fronte a un diktat europeo, lontano. Tra il 1948 e il 1949, Al-Nakba, la prima guerra arabo-israeliana vista come guerra d’indipendenza, in uno stato non loro, dagli israeliani e come catastrofe dai palestinesi che, per sfuggire a vere e proprie operazioni di pulizia etnica, si trasformarono in circa 700000 profughi. L’immediata conseguenza fu un ampliamento dello stato ebraico, al quale si aggiunsero colonie a nord e a sud, escludendo soltanto Gaza e la Cisgiordania (West Bank). Come risposta delle Nazioni Unite, venne istituita la UNRWA, agenzia che assistette 4,6 milioni di rifugiati, molti ospitati nei campi profughi, sovraffollati (80.000 persone in 1 km2 ). Tuttavia riuscì a costruire numerose scuole e ambulatori.
          Nel 1967, la Guerra dei sei giorni inflisse un’altra sconfitta agli Arabi palestinesi che persero anche Gaza e la Cisgiordania. Tuttavia, in questo stesso anno, finalmente in Palestina sembrarono nascere movimenti portatori di un concreto cambiamento. Solo un anno dopo, l’OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina) redasse il suo atto costituente in cui si definiva lo scopo principale, rifondare lo stato Palestinese, laico e democratico, si rifiutava la legittimità del sionismo e di considerare gli ebrei come una comunità nazionale essendo una comunità religiosa. Nacque anche Al-Fatah, in cui si fece strada Yasser Arafat. Nel 1970, durante il Settembre nero si scontrarono l’esercito giordano del re Hussein e l’Olp, che spostò la propria sede in Libano, che Israele invase prontamente costringendoli alla fuga nel 1982.
          Nel 1987 la prima intifada scatenata dal colono israeliano che, a bordo di un camion, investì due taxi collettivi nel campo profughi di Jabaliya. L’intifada (sommossa) è una rivolta non violenta in cui i palestinesi lanciarono simbolicamente dei sassi contro gli occupanti che risposero con una sistematica violazione dei diritti umani per ristabilire l’ordine: chiusero le università, deportarono i palestinesi, aumentarono la pressione fiscale e promossero ulteriori insediamenti israeliani nei territori occupati.
          Rabin, presidente Israeliano, caldeggiato dall’opinione pubblica, si rese conto dell’effettiva disparità raggiungendo lo storico accordo di Washington con Arafat che, dal canto suo, accettò l’esistenza dello Stato di Israele, sperando nel principio “pace in cambio di terra”. Si ottenne così il ritiro dell’esercito israeliano da Gaza e dalla Cisgiordania. Come un fulmine a ciel sereno o, meglio, ancora parzialmente nuvoloso, Rabin venne assassinato da un militante della Eretz Israel, partito che lottava per la completa espulsione degli Arabi dalla Palestina. Il successore di Rabin, Sharon, utilizzò subito il pugno di ferro, o stupido cinismo che dir si voglia, e iniziò il suo mandato con una serie di provocazioni, culminate con la passeggiata sulla spianata delle moschee a Gerusalemme che causò la seconda intifada. Hamas rispose con attentati suicidi mentre a Gaza si svolgevano scioperi e manifestazioni non violente. Nel 2001, il muro di Sharon, restrinse ulteriormente il territorio di Gaza.
          Ma Gaza cos’è? Un pezzo di terra che è anche uno dei territori più densamente popolati del mondo (1,5 milioni di abitanti in 378 km2)
“Prendete un pezzo di terra, lungo 40 chilometri e largo all’incirca 5 chilometri. Chiamatelo Gaza. Poi riempitelo con un milione e quattrocentomila abitanti. Dopo di che circondatelo con il mare ad ovest, l’Egitto di Mubarak a sud, Israele a nord e ad est e chiamatela la Terra dei Terroristi. Poi dichiaratele guerra e invadetela con 232 carri armati, 687 blindati, 43 postazioni di lancio per jet da combattimento, 105 elicotteri armati, 221 unità di artiglieria terrestre, 346 mortai, 3 satelliti spia, 64 informatori, 12 spie infiltrate e 8000 truppe. E ora chiamate tutto questo ‘Israele che si difende’. Adesso fermatevi per un momento e dichiarate che “eviterete di colpire la popolazione civile” e definitevi l’unica Democrazia in azione” [“Restiamo umani”,Vittorio Arrigoni] Ma la storia va avanti con i suoi massacri perpetui e ignorati. Nel 2005 Israele promosse il Piano di disimpegno,ritirando formalmente le truppe da Gaza. Rievoca l’apartheid sudafricano, si mirava a escludere, emarginare e non certo a liberare le zone occupate. Israele si lava così le mani da ogni responsabilità e anche i suoi muti spettatori si lavano la coscienza tirando un respiro di sollievo. Ma a Gaza la situazione è diversa: lo spazio marittimo e aereo sono sotto controllo israeliano, così come le risorse idriche. Inoltre, i valichi di passaggio con l’esterno sono solo tre e rigorosamente controllati da Israele
• Erez, collegamento con Israele
• Karni, transito per i camion
• Rafah, collegamento con l’Egitto La colonizzazione, insomma, continua, mascherandosi da leggi assurde e grazie al tacito consenso del resto del mondo. Innanzitutto, la legge del ritorno, che facilita l’incremento della popolazione d’Israele concedendo la cittadinanza a chiunque si dimostri ebreo per discendenza materna o per avere compiuto i riti di passaggio. Inoltre, le abitazioni abusive dei coloni israeliani sono legittimate dal governo israeliano che, addirittura, incoraggia questo tipo di investimenti con agevolazioni fiscali. Man mano che queste abitazioni riescono a sorgere all’interno dei confini di Gaza, il muro si restringe e con esso il territorio palestinese.
          Nel 2008 ha inizio Piombo fuso, la testimonianza di due medici operativi in palestina vale più di ogni spiegazione.
“Prendi dei gattini, dei teneri micetti e mettili dentro una scatola […] Sigilla la scatola, quindi con tutto il tuo peso e la tua forza saltaci sopra sino a quando senti scricchiolare gli ossicini, e l’ultimo miagolio soffocato […] Cerca ora di immaginare cosa accadrebbe subito dopo la diffusione di una scena del genere, la reazione giustamente sdegnata dell’opinione pubblica mondiale, le denunce delle organizzazioni animaliste[…] Israele ha rinchiuso centinaia di civili in una scuola come in una scatola, decine di bambini, e poi la schiacciata con tutto il peso delle sue bombe. E quale sono state le reazioni nel mondo? Quasi nulla. Tanto valeva nascere animali, piuttosto che palestinesi, saremmo stati più tutelati.”A questo punto il dottore si china verso una scatola, e me la scoperchia dinnanzi. Dentro ci sono contenuti gli arti mutilati, braccia e gambe, dal ginocchio in giù o interi femori, amputati ai feriti provenienti dalla scuola delle Nazioni Unite Al Fakhura di Jabalia, più di cinquanta finora le vittime. Fingo una telefonata urgente, mi congedo da Jamal, in realtà mi dirigo verso i servizi igienici, mi piego in due e vomito.” [Jamal, chirurgo dell’ospedale Al Shifa, riportato da Vittorio Arrigoni l’8 gennaio 2011]
“Il fosforo bianco è un combustibile solido giallo trasparente, di aspetto cereo, che produce fumo, e che viene utilizzato principalmente in dispositivi militari e industriali. In presenza di ossigeno, prende fuoco spontaneamente con una fiamma gialla e producendo un fumo denso; si spegne solo quando viene privato di ossigeno o se si è consumato del tutto. A contatto con pelle esposta , il fosforo bianco produce bruciature chimiche dolorose; esse si presentano di solito come lesioni giallastre, necrotiche, di notevole consistenza, dovute ad entrambi i fattori, quello chimico e quello termico. Poiché il fosforo bianco presenta una grande solubilità nei grassi, le ferite si estendono spesso in profondità all’interno dei tessuti sottocutanei con il risultato di una guarigione della ferita protratta nel tempo. Il fosforo bianco può essere anche assorbito in modo sistemico portando a sindromi multiple di disfunzioni degli organi a causa dei suoi effetti sugli eritrociti, sui reni, sul fegato e sul cuore. La gestione di un primo soccorso su ustioni da fosforo bianco include la rimozione degli abiti dei pazienti e l’applicazione di bende saline o imbevute d’acqua. In base agli studi su animali o a relazioni sul caso, nel reparto di pronto soccorso si raccomanda che vengano fatte continue irrorazioni delle ustioni con acqua per ridurre al minimo le complicazioni delle bruciature e che dovrebbero essere rimosse le cariche necrotiche dovute alle particelle di fosforo bianco individuabili con grande facilità. […]Casi estremi possono risultare fatali. Non si può fornire una valutazione del numero di casi di questo tipo nel nostro reparto ustionati, dato che si è in una situazione di guerra nella quale non viene fatta una formale registrazione di quanto succede; in queste ustioni ci si era imbattuti raramente nella pratica e la letteratura che ne descrive dei casi è limitata. Secondo la Convenzione delle Nazioni Unite relativa a Determinate Armi Convenzionali è vietato considerare i civili quali obiettivo di un attacco con armi incendiarie.” [Di Loai Nabil Al Barqouni, Sobhi I. Skaik, Nafiz R. Abu Shaban, Nabil Barqouni]
E anche quella di Vitttorio Arrigoni, che ci dà la dimensione delle cose:
“Recandomi verso l'ospedale di Al Quds dove sarò di servizio sulle ambulanze tutta la notte, correndo su uno dei pochi taxi temerari che zigzagando ancora sfidano il tiro a segno delle bombe, ho visto fermi ad una angola di una strada un gruppo di ragazzini sporchi, coi vestiti rattoppati, tali e quali i nostri sciuscià del dopoguerra italiano, che con delle fionde lanciavano pietre verso il cielo, in direzione di un nemico lontanissimo e inavvicinabile che si fa gioco delle loro vite. La metafora impazzita che fotografa l'assurdità di questa di tempi e di questi luoghi.”
          La verità non sta da una parte sola? Può darsi, ma sicuramente è un imperativo morale prendere le difese di chi lotta con i razzi artigianali che spesso (per fortuna) non hanno nessun potere omicida e non con chi forma, prima ancora di formare delle persone, dei soldati (Il servizio di leva in Israele è infatti obbligatorio per uomini e donne dai 18 anni e dovrà essere ripetuto per un periodo di alcune settimane ogni anno fino ai 40 anni).





Insomma, Vik, tu ci dicevi di “Restare umani”, ma secondo me prima dovremmo diventarlo, tutti, come lo sei stato tu.



Ruggiti-Letizia_e_rivoluzione