venerdì 27 aprile 2012

Tema di quinta elementare di Antonio Gramsci


"Se un tuo compagno benestante e molto intelligente ti avesse espresso il proposito di abbandonare gli studi, che cosa gli rispon­deresti?"
Ghilarza, addì 15 luglio 1903
Carissimo amico,
Poco fa ricevetti la tua carissima lettera, e molto mi rallegra il sapere che tu stai bene di salute.
Un punto solo mi fa stupire di te; dici che non ripren­derai più gli studi, perché ti sono venuti a noia.
Come, tu che sei tanto intelli­gente, che, grazie a Dio, non ti manca il necessario, tu vuoi abbandonare gli studi?
Dici a me di far lo stesso, perché è molto meglio scorrazzare per i campi, andare ai balli e ai pubblici ritrovi, anziché rinchiudersi per quattro ore al giorno in una camera, col maestro che ci predica sempre di studiare perché se no reste­remo zucconi.
Ma io, caro amico, non potrò mai abbandonare gli studi che sono la mia unica speranza di vivere onoratamente quando sarò adulto, perché come sai, la mia famiglia non è ricca di beni di fortuna.
Quanti ragazzi poveri ti invidiano;loro che avrebbero voglia di studiare, ma a cui Dio non ha dato il necessario, non solo per studiare, ma molte volte, neanche per sfamarsi.
Io li vedo dalla mia finestra, con che occhi guardano i ragazzi che passano con la cartella a tracolla, loro che non possono andare che alla scuola serale.
Tu dici che sei ricco, che non avrai bisogno degli studi per camparti, ma bada al proverbio "l'ozio è il padre dei vizi." Chi non studia in gioventù se ne pentirà amaramente nella vecchiaia.
Un rovescio di fortuna, una lite perduta, possono portare alla miseria il più ricco degli uomini.
Ricordati del signor Fran­cesco; egli era figlio di una famiglia abbastanza ricca; passò una gioventù brillan­tissima, andava ai teatri, alle bische, e finì per rovinarsi completamente, ed ora fa lo scrivano presso un avvocato che gli da sessanta lire al mese, tanto per vivacchiare.
Questi esempi dovrebbero bastare a farti dissuadere dal tuo proposito. Torna agli studi, caro Giovanni, e vi troverai tutti i beni possibili.
Non pigliarti a male se ti parlo col cuore alla mano, perché ti voglio bene, e uso dire tutto in faccia, e non adularti come molti.
Addio, saluta i tuoi genitori e ricevi un bacio dal Tuo aff.mo amico Antonio

Echi-Letizia_e_rivoluzione

sabato 21 aprile 2012

Uno sport affascinante

           Osservare un pescatore a mosca in azione, intento a presentare al pesce i suoi artificiali con gesti armoniosi e controllati, è oltremodo affascinante.

          Per i non iniziati, la pesca a mosca può sembrare uno sport difficile, esclusivo e anche costoso; invece tutto quello che occorre per posare sull'acqua una mosca artificiale sono una canna, un mulinello, una coda di topo e una finale.


(Göran Cederberg)

lunedì 9 aprile 2012

Aldo dice 26x1

          “Un urlo di riscatto liberatorio come quello che esplose alle ore 24 della notte del 24 aprile 1945, in tutta l’Italia del Nord, al tanto atteso messaggio in codice gracchiato dalle radio clandestine Aldo dice 26x1. L’ordine di insurrezione generale. Allora toccava a noi."
Con queste parole, Massimo Ottolenghi, tessera 343 del Comitato di Liberazione Nazionale piemontese, ci ricorda che, anche adesso, 67 anni dopo quel fatidico 25 aprile, tocca di nuovo a noi.
Vi vedo già storcere il naso mentre pensate che il fascismo non esiste più.
Io vi rispondo che esiste, esiste ancora, esiste eccome e proprio in questi ultimi anni sta prendendo sempre più piede.

           I nostalgici e i neofascisti si nascondono bene, forse per la vergogna derivata dall’inconscia consapevolezza di quanto siano pericolosi i disvalori che promuovono, dietro a simboli e slogan rinnovati nella forma ma identici nei contenuti di un tempo. Giocano sull’ambiguità, sull’appropriamento indebito di icone come Che Guevara o Peppino Impastato, reinterpretandole grottescamente per strappare consensi in più da qualche mente confusa e da indottrinare.
Forza Nuova, Casa Pound (Blocco Studentesco), il saluto romano dei sostenitori che hanno accolto Alemanno al Campidoglio, la retorica fortemente xenofoba di partiti come la Lega Nord, l’azione mediatica che in questi anni ci ha creato una sorta di “uomo nero” per adulti e piccini, da sbattere in prima pagina quando stupra, uccide, spaccia, sbandierando la nazionalità prima del reato stesso, quasi come fosse un’aggravante,sono solo alcuni degli esempi tangibili di che cosa sia il fascismo oggi.

           Ma, ahimè, oltre ad essere penetrato ai piani alti della società, è un germe ancora ben presente attorno a noi nella vita di tutti giorni: è nelle parole dei ragazzini che rivendicano con orgoglio “la bonifica delle paludi”, “la costruzione delle scuole” come atti gloriosi del ventennio, è nell’accusare i partigiani di “stupro e violenza” (la stessa Casa Pound l’ha fatto in un volantino diffuso a Parma), è nel cancellare la Resistenza dai percorsi scolastici salvo qualche timido accenno,
è nell’ odio per il diverso in nome del quale, solo dal 2005 al 2008, si sono registrati 262 casi di violenza fascista contro giovani dei centri sociali di sinistra, immigrati, gay e zingari, a cui si aggiungono gli atti vandalici a sedi di partito o monumenti partigiani, è nel non inorridire di fronte alle svastiche disegnate sui muri, è nel condannare chi imbratta la tomba di Mussolini e, paradossalmente, lasciare che ogni anno dei fantocci mascherati da Balilla si rechino a Predappio per ricordare il loro “Duce”.

           Il mio articolo, se così si può chiamare, vuole essere un grido d’allerta per tutti i giovani che, nel mare magnum della politica, non sanno che pesci prendere e che si fanno trascinare dalla corrente demagogicamente più forte e che sembra proporre le soluzioni più facili, senza rendersi conto di quanto sia importante opporsi a modelli di questo genere che promuovono solo e soltanto un ideale xenofobo, nazionalista, autoritario, vuole essere una spinta per tutti a riprendersi la politica, quella vera, secondo la quale si deve “ricominciare dagli ultimi”, come sosteneva Don Milani, ripartendo dalle fondamenta che i partigiani ci hanno costruito con il loro sangue e i loro sogni,
vuole essere un incoraggiamento per tutti quelli che sanno ancora stringere i denti e combattere contro quella che ci fanno passare come normalità, la normalità degli immigrati nei CIE e CPT (altrimenti detti LAGER) e di quelli che muoiono in mare cercando di raggiungere le nostre coste nella totale indifferenza, la normalità della condizione delle carceri dove lo scopo della rieducazione è stato sostituito da un altissimo numero di suicidi e condizione disumane di sovrappopolamento e abusi (ricordiamo che in Italia la TORTURA NON È REATO), la normalità del denaro che trionfa sull’uomo, la normalità delle missioni di pace (altrimenti dette GUERRE),
vuole essere un elogio all’empatia, l’unico valido antidoto contro l’odio che ci possa insegnare a difendere i più deboli senza volere qualcosa in cambio,
vuole ricordare che “La politica è valida solo nella misura in cui tiene conto della persona umana”, come sostiene Don Andrea Gallo, prete partigiano e “angelicamente anarchico”, e che, aggiungo io, ogni forma di fascismo, al contrario, è incompatibile con ogni idea di libertà e di bene comune che non sia soltanto l’intersezione di egoismi individuali.

           Smettiamola di tapparci le orecchie per non voler sentire, smettiamola di camminare con il paraocchi senza mai cambiare punto di vista e senza mai esimerci dal giudicare prima ancora di esserci messi nei panni dell’altro, alziamo finalmente la testa, stringiamo
i pugni per le nostre battaglie, ricordando che, combattere con i mulini a vento, a volte sarà frustrante ma mai doloroso quanto lo è non avere utopie, che volare troppo alto, esponendo pericolosamente le ali di cera al sole, è il rischio che vale la pena correre per uscire dal labirinto degli egoismi e reinventare la realtà.

           Combattere il fascismo oggi, come ieri, significa riprendersi il concetto di uguaglianza, usando, come motore per le nostre azioni, la speranza di un mondo nuovo in cui “la morte e il denaro perderanno i loro magici poteri, e né per fortuna né per sfortuna, la canaglia si trasformerà in virtuoso cavaliere; nessuno sarà considerato eroe o tonto perché fa quel che crede giusto invece di fare ciò che più gli conviene; il mondo non sarà più in guerra contro i poveri, ma contro la povertà, e l’industria militare sarà costretta a dichiararsi in fallimento; il cibo non sarà una mercanzia, né sarà la comunicazione un affare, perché cibo e comunicazione sono diritti umani; nessuno morirà di fame, perché nessuno morirà d’indigestione;
i bambini di strada non saranno trattati come spazzatura, perché non ci saranno bambini di strada; i bambini ricchi non saranno trattati come fossero denaro, perché non ci saranno bambini ricchi; l’educazione non sarà il privilegio di chi può pagarla; la polizia non sarà la maledizione di chi non può comprarla; la giustizia e la libertà, gemelli siamesi condannati alla separazione, torneranno a congiungersi, ben aderenti, schiena contro schiena” [E.Galeano]


Ruggiti - Letizia_e_rivoluzione

venerdì 6 aprile 2012

Una passione che dura una vita

          Un pescatore a mosca veramente in gamba assomiglia moltissimo a un uomo di cultura enciclopedica.
Conosce il pesce e la sua biologia, studia la vita degli insetti dentro e fuori dell'acqua, conosce la chimica e la fisica dell'acqua, e si occupa anche della meteorologia, dei venti e dei problemi idrografici.

          Nonostante abbia una buona conoscenza del suo ambiente non smette mai di apprendere: c'è sempre qualcosa di nuovo da scoprire e nuove esperienze da provare.

          Questi sono i motivi fondamentali che suscitano a molti di noi della pesca a mosca una passione che dura una vita intera e per alcuni addirittura rappresenta una religione.


Steen Ulnitz

sabato 24 marzo 2012

Cosa è la pesca a mosca?

Non si può negare che la pesca a mosca è più un modo di vita che un puro e semplice sport.

Essere un pescatore a mosca spesso vuol dire possedere una speciale attitudine verso le sfumature della natura sopra e sotto la superficie dell'acqua.

Una buona capacità di osservazione, pazienza, immaginazione e rapidità di riflessi sono doti essenziali per essere considerati bravi pescatori a mosca.

A tutto questo va aggiunta una conoscenza quasi scientifica di cosa, dove, come e quando si cibano i pesci.


Göran Cederberg

sabato 17 marzo 2012

Un amico che adesso non ho più

   Anche io ho avuto un amico della mia età con cui andavo d'accordo: si chiamava Carlo, Carlo Bresciani.
Biondo con i riccioli e gli occhi azzurri. Uno che alle ragazze piaceva per forza. Un tipo tranquillo, col quale mi piaceva un mondo parlare. Di che? Cose semplici: calcio, famiglia, ma mai di scuola, quello era un patto; ma di politica eccome, e anche qui la si pensava uguale.

Anche nel dare di coglionazzi ai nostri compagni di scuola, andavamo d'accordo. A dire il vero forse lui si accendeva un po' di più di me ad apostrofarli come tali. Sono sicuro che se anche la si fosse vista diversamente, probabilmente, grazie al suo modo pacato di affrontare le cose, dico probabilmente, avremmo superato anche eventuali diverbi.
Probabilmente, sì.

       Perché dico ciò? Perché di scazzi o presunti tali non ne avevamo mai avuti, ma non so dirvi se ciò sarebbe valso anche per il futuro: questo rimane l'unico dubbio da quel maledetto Giovedì.
         Tutto filava liscio tra di noi. Non vedevamo l'ora di finire le lezioni per incontrarci. Non era necessario porsi un obiettivo: una cosa da fare la si trovava sempre: si fissava e basta.
         "Passi tu? Passo io?" Erano le solite domande che ci si faceva a un quarto alle due non appena si scendeva dal Trenta, partito dal capolinea di Piazza Stazione all'una e venti spaccate.
         "A che ora finisci di studiare?" Una domanda del cazzo, è si perché sapevo bene che mi avrebbe risposto sempre alla solita maniera: "alle cinque e mezzo!"
Per lui che avesse tanto o poco da studiare erano sempre le cinque e mezzo. Anche se c'era da dire che, da circa un mese prima di quel maledetto Giovedì, non è che poi ci si vedeva così spesso.
Sembrava che dal liceo, era lo scientifico quello che frequentava, i suoi professori si organizzassero nel dargli dosi di lezione da potersi sbrigarsi entro quell'ora.
"Facciamo alle sei?" Talvolta gli rispondevo, se non addirittura alle sei e mezzo o anche le sette, non capendo come mai i miei professori, io che di licei facevo il classico, non usassero identiche dosi.
Comunque che fossero le cinque e mezzo, le sei, le sei e mezzo, le sette, noi ci si ritrovava, questo era sicuro, e da quel momento fino a cena si stava insieme. Per un anno è mezzo circa durò, fino di quel maledetto Giovedì.

Una volta fu fantastico! Avemmo il coraggio di andare da quelle teste di cazzo della sezione del partito socialista di Campi, inventandogli che volevamo iscriversi, perché, ci inventammo, affascinati dall'idea del nuovo corso craxiano, così tanto per prenderli un po' per il culo.
Un altra ci infilammo in un ritrovo di ragazzi di Comunione e Liberazione, fingendoci folgorati da una verità colta all'improvviso. E anche quella volta fu da sballo.
L'unica cosa che differiva tra noi erano i tenori di vita. Nonostante le nostre due famiglie avessero su per giù lo stesso status sociale, lui aveva dei soldi in tasca che io mi sognavo: mentre nel mio portafoglio, a farsi compagnia, erano banconote da mille lire, quelle del portafoglio di Carlo erano da diecimila.
Una bella differenza non trovate?

 "Certo i tuoi ti trattano proprio bene, è?" gli chiesi una volta, quando mi sopravanzò, alla cassa del fornaio in mezzo a Campi. Capitava spesso, se non sempre, che a pagarmi il mio pezzo di schiacciata fosse il buon Carlo: vigliaccamente subivo bello zitto quell'utile prepotenza.
Fu sempre dal fornaio che mi scappo quell' "Urca!" Nel suo portafogli c'erano tanti bei cinquantini che avevano preso il posto ai pur sempre decorosi decini.
È che stamani ho riscosso, un credituccio" commentò, facendo spallucce di fronte alla mia più che legittima sorpresa.
"Ecco perché ormai ti si vede poco al tram dell'una e venti, è?" Rilanciai, non so se per scusare la sua fortuna o la mia intromissione.
"Giusto!" Rimarcò con molta naturalezza, dandomi una bella pacca sulla spalla.
Mentre mangiavamo quella schiacciata parlavamo spesso, ma da quell' "Urca!" le cose cambiarono. Non ce la facevo più a dargli una mano a individuare chi erano i prossimi da prendere per il culo: mentre mi incalzava, mi sorprendevo spesso a riflettere su cosa potevano essere i suoi "lavoretti".

Sì, mi sa che fu proprio da quel giorno che qualcosa cambiò. O meglio lui rimase lo stesso, fui io che cambiai. Avevo una sola cosa in testa: vederci chiaro. Capite? Non era per gelosia dei suoi soldi, è che volevo sapere come se li procurava, tutto qua.
Per questo una mattina, nel tram delle sette e dieci partenza Campi con arrivo alla stazione alle sette e mezzo, gli dissi che il giorno dopo sarei uscito prima da scuola. Usci veramente un ora prima il giorno dopo, me lo ricordo bene, ma a Carlo non dissi che era da lui che

Era di Giovedì. Era l'una. Mi accorsi che il suono della campanella era identica a quella classico, o forse no, ma comunque ugualmente liberatoria. Passarono dieci minuti prima di scorgere Carlo: fu l'ultimo a uscire.
Mi accorsi che ad attenderlo eravamo in due: io e un tipo losco arrivato subito dopo di me, piazzatosi subito dietro un albero bello grosso quasi quanto quello dove ero nascosto io.
Carlo sapeva bene che il losco era lì: appena uscito fu proprio da lui che si diresse.

   Non so come non accorse di me: io ce la feci a scansarmi, ma non con la mia cartella, rimasta lì in bella vista, roba che lui conosceva benissimo.
Da dove ero nascosto sentivo tutto.
"L'hai portato il grano?" disse Carlo in modo irridente..
"Dammi le mie bustine, cazzo, fai presto!" Gli rispose il losco con una voce metallica e impastata.
"Prima scucimi quattro cinquantini"
"Erano tre, bastardo!"
"Si ma ora sono quattro!" Gli rispose lasciandoci andare a una risatina che così sardonica non gli avevo mai sentito uscire dalla bocca. "Ma sai, la domanda supera l'offerta ce ne altri come te che che me la pagano il doppio, per cui prendere o lasciare" intimò Carlo con una determinazione che stentavo a riconoscergli.
"Sei una merda!" Gli rispose rassegnato il losco, e a quel punto non sapevo chi mi faceva più schifo.
Ciò mi bastò.
Era di Giovedì me lo ricordo bene. Girai le spalle e me ne andai. Di sicuro so che mi vide. Ma di dopo non ricordo più niente: come ritornai a casa, se poi mi richiamò, o se lo richiamai io, se ci siamo riparlati, o se da allora ci siamo rivisti .
Niente. Proprio niente. Buffo, no? Eppure è andata così, che ci crediate o no. Una amicizia finita senza aver mai litigato. Una amicizia chiusa nonostante si sia andati sempre d'accordo.
Buffo, veramente buffo.

ANNI '70 - Gomitolo
Capitolo: Un amico che adesso non ho più

sabato 3 marzo 2012

Palle che talvolta riemergono

          Avevo pensato troppo allo sciopero del giorno dopo. L'emozione mi aveva giocato un brutto tiro: non riuscivo più ad addormentarmi, e quando capita si sa: se ne inventa di tutte.  
Per un po' ho usato anche una tattica speciale: mi fingevo dentro il mio letto, e fin qui non è che poi ci voleva molta fantasia, ma aspettate perché il letto era piazzato in una inarrivabile nicchia di un ultimo piano di un grande ipermercato, con vista sui piani in basso.
Da non credersi, lo so, ma vi assicuro che questo sistema di  mettermi lì a immaginare il passaggio di gente tutta diversa, mi ha permesso di combattere tante insonnie: soporifere erano le ragazze prese nel reparto profumi a provarsi su di loro  trucchi e belletti; narcotizzanti, i giovani e meno giovani intenti a osservare televisori e computer nello spazio dedicato agli strumenti tecnologici; da sonno sicuro, vecchi signori mentre provano trapani e cacciavite nel corridoi del bricolage.

          Una bella strategia durata fino a quando  una notte finii nello spazio dedicato agli alimentari. Invece di adottare il solito sistema di collocarmi nel piano più alti, volli piazzare il mio letto a pianterreno nel supermercato di Campi, in attesa di vedere arrivare le massaie con i loro carrelli.
Lì per lì l'idea mi sembrava geniale!
Non avevo fatto però i conti con ciò che mi era successo in un certo periodo, proprio in quella Coop. 
I miei genitori avevano preso in affitto una casa in campagna con dei loro amici.  Mai scelta fu così azzeccata, soprattutto per un sedicenne che nel fine settimana aveva campo libero per starsene da solo. E quando il gatto non c'è, si sa, i topi ballano. Buttavo tutto all'aria, ma poi ero bravo a rimettere tutto a posto, proprio come mi avevano chiesto: il letto tornava rifatto; camice e maglie sparivano belle piegate nell'armadio; pentole e coperchi, dopo lavate e asciugate, rientravano nella credenza. È sì, perché nella mia totale indipendenza non solo cucinavo, ma mi compravo, con i soldi lasciati da mamma e papà, anche l'occorrente per farlo; per questo avevo preso ogni sabato sera ad andare al supermercato!

           Fu in quel periodo che mi imbattei in una vecchia signora. L'avevo presa ad osservare perché toccava di tutto; con un sorriso bello stampato sul volto; con degli occhi che se avessero avuto denti avrebbero mangiato di tutto.
La prima volta che la incrociai non feci caso a cosa aveva nel carrello, ma quella successiva eccome: c'era  un pezzetto di pane e una mela.
Il Sabato dopo, e quello dopo ancora, la rincontrai.  Una coincidenza non c'è che dire: alle sei di sera di ogni sabato, me la ritrovavo sempre davanti. E io, magneticamente, non potevo fare a meno di avvicinarmi per vedere cosa avesse comprato, sicuro che i suoi acquisti sarebbero stati gli stessi, se non incrementati con poco altro.
Dopo un po' presi a controllare anche il suo abbigliamento: capii presto che quella vecchia signora dal bel sorriso e vestita sempre uguale, non se la passava un gran che bene.
          Da allora, cominciai a fare  più caso alle persone che  frequentavano i supermercati: mi accorsi presto  che molti vecchie e anziani se la passavano male. Sì, più che una rivelazione fu una vera e propria scossa.
Per farla breve, tutte quelle signore e quei signori incontrati al supermarket avevano deciso di darsi appuntamento attorno al mio letto insieme ai loro dispiaceri: un passa parola che aveva allontanato la possibilità di una serena dormita.
Esattamente come mi stava capitando quella notte prima del mio primo sciopero.  


          Al mattino, davanti alla scuola, erano tutti entrati in classe, meno quattro.  Ma non me ne fregava una mazza.
           "Sarti, se qualcuno lo chiedesse, me lo dici perché facciamo sciopero?” Mi domandò con un tono a presa di culo  il Bianchi; ancora non si raccapezzava perché invece di scegliere come lui un  bar o che so altro, io spendessi una forca per un comizio di un sindacalista in piazza S.S. Annunziata.
           "Vieni alla manifestazione e te lo scopri da te“, gli risposi seccato.
           "Hai ragione, ma come faccio a rifiutare un invito dalle ragazze della II C?” Controbatté scricchiolando un occhio in cerca di approvazione al Pera e al Magris che, impazienti, con il loro bel ciuffo e nelle loro Belstaff nere nuove di zecca, avevano già innestato la prima  marcia dei loro vesponi PX.
           "Ma vieni con noi?" Rilanciò abbandonando il tono scherzoso. " Stai sicuro che se ti dai da fare, te la danno quelle della "C" una bella manifestazione sì, ma  d’affetto." 
           "Sarà per un'altra volta" gli risposi girandogli le spalle.
           "Come vuoi tu" aggiunse divertito, per poi raggiungere con una bella apertura di gas gli altri due.

           Mentre guardavo la mia immagine riflessa sulla porta posteriore del tram, ero sempre più convinto che su di me  cosa da fare ce n'erano eccome.
A partite dai capelli per esempio. Ubbidivano solo alle forbici e il  phon di  Toni; loro, che prima di sottoporsi al suo trattamento, seppur tenuti sempre corti,  facevano  con me quello che volevano. Solo quando mi ci mettevo d'impegno riuscivo a domarli: gli lavavo e gli pettinavo con l'aiuto di una spazzola e dell'immancabile phon;  li stiravo proprio come mi aveva suggerito Toni, addirittura fino a carbonizzarmi il cuoio capelluto. Ma poi sapevo bene che una parte di loro, gli irriducibili, dopo due giorni, si sarebbero rizzati come girasoli alla vista del sole.
Quanto fatica inutile!
D'altronde erano ricci e quindi perché andare  contro corrente? Non ce l'avrei mai fatta a renderli lisci come quelli di tutti i miei compagni di scuola! 
Anche sul mio modo di vestire c'era da lavorarci. Partendo dal mio inseparabile loden verde bottiglia, che nei meandri interni  nascondeva, in un paio di tasche strategiche cucite ad hoc da mia madre, le mie cose più care:  una tasca piccolina all'altezza dell'ascella era riservata ai miei Rayban, unico vezzo di cui andavo fiero; un altra più grande all'altezza della gamba, dava spazio invece al mio quotidiano ben ripiegato in tre parti.
           Mi ero aperto il cappotto completamente  per continuare a rimirarmi. Sentendomi osservato, svolazzai una mano all'altezza del viso, simulando una sopraggiunta sofferenza di caldo, con la speranza di sviare ipotesi su quella mia condotta indecente. I pantaloni erano in velluto marrone: mi accorsi che erano gli stessi dei giorno prima; se non fosse stato per una sbadataggine mattutina a base di latte e caffè, anche il maglione beige sarebbe stato rispecchiato dal posto di quello celeste avuto in dosso. Anche le mie polacchine erano dello stesso colore dei pantaloni, ma quelle per me erano intoccabili.
Ma perché quella mattina dedicavo il viaggio in tram verso la stazione da dove entro poco sarebbe partita il corteo, a rimirarmi, invece di dedicarlo a leggere il mio quotidiano fresco di stampa? Era colpa del pensiero inchiodato sulle ragazze della II C; alla possibilità  forse, dico forse, di accettare la proposta provocatoria  del Bianchi. Ma quel viaggio su me stesso, il vicino arrivo alla stazione  con l'imminente partenza della manifestazione contro il governo Craxi che per decreto aveva messo in discussione il valore della  contingenza nella busta paga  di impiegati e operai, mi convinse che la scelta fatta era quella giusta.

          Girato l'angolo, in fondo al lungo viale della Stazione, mi si presentò davanti la Fortezza.  Mi  accorsi che non ero il solo giovane ad aver deciso di fare sciopero; ce ne erano anche altri che come me aveva lo zaino in spalla; ma la gran parte aveva  tute blu  e al posto degli zaini sulla schiena  aveva un grossa scritta "Pignone"  quasi a coprirgliela per intero.
Non sapendo ancora come aggregarmi, mi venne quindi d'istinto liberare il mio giornale dal cappotto, dargli un paio di belle stirate lungo le tre piegature, e aprirlo. Volevo dedicarmi finalmente alla sua lettura, o meglio quella era la prima intenzione, ma dopo poco la mia curiosità volò oltre su ciò che i giornalisti scrivevano sullo sciopero: desideravo vivere la realtà  in diretta. Assaporare quell'aria  mista di malcontento della vita quotidiana con cui si doveva fare i conti; e di speranza, data dalla forza della convinzione di problemi condivisibili  con tutta quella gente che aveva fatto a meno di una giornata di salario pur di esserci.
Bastava drizzare le orecchie e sentire i commenti che risuonavano  in giro per scoprire che nessun articolo di giornale avrebbe mai trattato delle doti matematiche  di chi scende in piazza: chi usa la sottrazione per individuare  i soldi che possono rimanergli alla fine del mese;  chi si affida a elementi  di statistica, per analizzare nell'ultimo anno quanto volte ha  portato la famiglia al ristorante; chi azzarda previsioni su quando potrà  ritornare con la famiglia al cinema.

          Neanche sul mio giornale preferito si era mai parlato di emozioni; eppure, secondo me, di cose da scrivere su queste, ce n'era eccome.
Il mio giornale avrebbe dovuto parlare  dei cambi repentini di umore  che si provano quando una piazza gremita viene intravista.
Quando si volta  l'angolo e si  vede tanta gente, così tutta insieme che non ti aspetti. 
E' allora che le  analisi saltano, e i problemi si dissolvono in speranza.
È lì che capisci che le tue difficoltà sono anche di altri. Che insieme a loro qualcosa si può fare.
Si deve fare!
Vedendo tanta gente, gli animi si rasserenano.
E se il mio giornale non ce la faceva a capire, a descrivere  quei volti, secondo me doveva pensare a tante palla gonfie tenute con forza sott'acqua, ma che purtroppo, solo delle volte, ahimè, e solo per magia, si riscattano emergendo con tutta la forza possibile. 

           Tante palle messesi in moto tutte insieme, formando una interminabile lunga fila per raggiungere una piazza, dove c'è chi conosce bene i suoi problemi ed è pronto a parlare per offrirgli, almeno con parole, un filo di speranza. 
Tutti a sentirlo, per applaudirlo, per condividere tutti insieme quello che dice.
Per commuoversi e sentirsi finalmente felici. 
Anche se poi,  girato l'angolo della Fortezza, tornando  al lavoro e  a scuola, la mano del destino si sarebbe appoggiata su di loro riportandoli, purtroppo, con forza sott'acqua.

ANNI '70 - Gomitolo
Capitolo: Palle che talvolta riemergono