sabato 27 aprile 2013

ACQUE INQUIETE -QUARTO CAPITOLO-




Se Ledo aveva ottenuto la mano della ragazza ed era molto felice,  non riusciva, tuttavia,   più a starle lontano, infatti ogni giorno si recava a trovarla.

Purtroppo per lui,  la condizione di fidanzato, se gli aveva aperto la casa di Gino gli aveva chiuso la via del fiume,  visto che il mugnaio non permetteva più a Fausta di prendere il bagno nel fiume.

Così quando ogni giorno, dopo il lavoro, si recava a trovare la fidanzata,  era suo suocero che gli apriva la porta e gli versava da bere poi si sedeva in mezzo ai ragazzi cosicché fosse sicuro che essi rispettassero la buona creanza.


A dir la verità al mugnaio piaceva origliare le paroline  d'amore che Ledo sussurrava a sua figlia  ma nello stesso tempo riteneva che quella presenza, senza dubbio ingombrante per Ledo, faceva parte del suo compito di quasi suocero di cotanto signore .

 Ma il giovane Conte ormai non stava più nella pelle anche perché era squassato dai peggiori timori: la sua fidanzata lo amava davvero ?

Egli era convinto che Fausta fosse la sposa migliore che esso avesse mai potuto trovare, una ragazza  così   giovane e così ben educata da non osare rivolgerli parola.

In cuor suo il Conte Ledo da Volterra  sapeva di non aver mai avuto successo con le donne, nemmeno con quelle dei bordelli, le uniche che aveva frequentato prima d’allora, e  la felicità per quella conquista  insieme al timore di perderla gli toglievano  il sonno.

Il mese di fidanzamento canonico,  per fortuna, trascorse  velocemente e arrivò il giorno tanto agognato.

Lo sposo organizzò  una festa che i suoi parenti, il Granduca, Fausta  e soprattutto  quel bellimbusto di  Learco non avrebbero mai dimenticato .

 Così ordinò così tanta carne e tanto vino e pane da cibare tutta la vallata per almeno  per un mese,  e, poiché egli era buono  e democratico ma soprattutto la sua futura moglie  era , indiscutibilmente,   figlia di quel popolo   invitò alle nozze tutto il paese.


Fece trasportare nella piazza davanti alla chiesa  tavoli  panche e bracieri in così larga misura che  dovevano bastare per tutti i paesani e anche per i forestieri  che si fossero trovati a passare da quelle parti …

 Eppure anche su quella scelta i Valligiani ebbero da ridire,  seppur ci sarebbe stato di che rimpinzarsi senza spendere un fiorino e senza faticare, anche grazie all'ordinanza che  il Conte aveva affisso dovunque e che vietava il lavoro nel giorno delle sue nozze.

All'osteria si parlava solo dei preparativi del matrimonio e di tutti quei soldi che il Conte  stava spendendo  per accontentare una come la figlia del mugnaio..

Addirittura dicevano  che avesse avuto da lamentarsi anche Don Miriano, il priore di Acquanegra, sembrava che  egli avesse detto con le pie donne durante un rosario interminabile   che si l’offerta  del patrizio era stata generosa ma che il Conte aveva esagerato facendo   imbottire la chiesetta,  poco più di una cappella di  campagna, con  migliaia di ceri e di altrettanti  mazzi di fiori  talmente profumati che appena vi si avvicinava si sentiva svenire.

Il sacerdote Aveva addirittura provato  a lasciare aperti i portali notte e giorno ma niente da fare quelle strane piante olezzavano più di prima e lo facevano star male.
A sentir lui l’odore  talmente pungente era penetrato anche nella canonica ammorbando tutte le stanze di quella puzza  pestilenziale.

Alla fine vi aveva posto rimedio annacquando l’acqua dei boccioli con quella del suo pitale, e  l’olezzo  ne aveva avuto beneficio.

Ma, non pago,  si era, nientemeno  convinto che a causa di quel festeggiamento sproporzionato e di quel matrimonio sbilanciato presto si sarebbero abbattute su Acquanegra le ire divine dando il via a tutta una serie di celebrazioni pomeridiane aggiuntive, sermoni e contro benedizioni che scongiurassero il matrimonio.

Ora quelle parole, a poter conoscere i retroscena, erano più il frutto del buon vinsanto donatogli dal mugnaio in segno di ringraziamento, che delle sue credenze ma il giorno delle nozze il suo umore e il suo respiro erano terribili
Anche il Conte il giorno delle nozze si svegliò di cattivo umore, non era riuscito a chiudere occhio per tutta la notte a causa degli arrivi dei cocchi ducali provenienti da Firenze, e soprattutto a causa del  rumore degli zoccoli  di quei cavalli sulle lastre della stalla.

 Ma in fondo una notte insonne non era niente in confronto alla delusione cocente che  arrivò al suo risveglio con la notizia che nessuno dei suoi parenti e tanto meno il Granduca sarebbero venuti ad assistere al le sue nozze.

I cocchieri avevano diffuso la voce che sembrava che a Firenze e a Siena si fosse abbattuta un’epidemia di febbre che aveva steso tutto il Casato.

Sapete, però,  che  se il Conte inizialmente aveva addirittura messo in dubbio che le febbri fossero scoppiate davvero e che i suoi parenti avessero con quella scusa evitato volontariamente le nozze, per la fatica del viaggio, ma si rincuorò subito e si avviò   sorridente verso la cappella.

In chiesa    il valoroso Tonio Stefanelli, informato per tempo dell’assenza dei parenti di Ledo, fece subito  accomodare i suoi soldati nelle panche davanti all'altare accanto al padre della sposa così che non si vedesse troppo quella mancanza, poi si accomodò vicino a Gino che era elegantissimo, vestito di in un bel vestito di velluto con tanto d’orologio d’oro appuntato sul panciotto.

Ledo storse un po’ il naso quando entrò e  lo vide,  lui avrebbe tanto voluto che il mugnaio si fosse offerto di accompagnare all'altare la sposa  ma non c’era stato verso,  Gino caparbio non aveva voluto sentir ragione,  temendo le prese in giro dei valligiani.


Il Conte, così come dettava il galateo, indossava l’alta uniforme che in effetti gli stringeva sulla pancia e un bottone si staccò lasciando al suo posto un lembo di stoffa sfilacciato proprio mentre Fausta percorreva la navata.


Ledo , però, non ci badò perché aveva gli occhi fissi sulla ragazza,   la sua bella Fausta era stupenda.

La giovane  indossava l’abito che la Duchessa Ameriga le aveva inviato in dono ma la taglia dell’abito era evidentemente sbagliata,  infatti il broccato di seta color crema le fasciava le forme come un guanto tanto che la trama del prezioso ricamo era  tirato sulle forme di Fausta come una fionda e
  lasciava trasparire  nientemeno che   la biancheria della ragazza.

 Chiunque avesse visto quella scena, chiunque con un briciolo di sangue blu nelle vene, sarebbe inorridito,  ma Ledo no,era inebriato dalla visione della fidanzata  e quando la ragazza disse di si, si sentì al settimo cielo.
I festeggiamenti  che per tutti durarono moltissimo, per gli sposi durarono poco e all'ora di cena entrarono a palazzo Guidi come marito e moglie.  .

 Ledo, subito, accompagnò la consorte  nella camera nuziale che era ben  pulita e arredata di tutto punto con tanto  di alcova in legno di cedro, coltri di seta e asciugamani di lino ricamato.

 Cosa poteva volere di più adesso che aveva il suo amore vicino? Avrebbe potuto sentire il profumo della sua pelle il sapore dei suoi baci….

Eppure ancora non osava alzare lo sguardo su di lei e tanto meno sfiorarla. Decise allora di ricorrere al ricordo di lei giù al fiume per
aiutarsi e darsi un tono.

 Tante volte forse troppe aveva fantasticato di lei ma adesso che avrebbe potuto prenderla tutte le volte che desiderava ne aveva quasi timore.
 Il matrimonio gli avrebbe da qui in avanti permesso ogni libertà eppure ne aveva troppo timore.

 Ma quando anche l’ultima sottoveste di pizzo cadde sul pavimento e lui toccò per la prima volta quelle carni  si sentì invadere d’amore e, ancora impacciato attese

Fausta lo condusse per le vie della passione educandolo all'arte amatoria  per tutta la notte permettendogli solo all'alba di riposare.

Billa   -il prossimo capitolo verrà postato fra una settimana-

lunedì 15 aprile 2013

ACQUE INQUIETE - terzo capitolo -

Quando, la mattina del venerdì,   videro il Conte Ledo da Volterra, con  le cartelle in mano,   scendere verso gli orti  imboccare la mulattiera che porta al fiume raggiungere il mulino di Gino ed entrare  capirono subito che l'ora della loro vendetta era arrivata.

I contadini, che stavano vangando i campi confinanti alla terra del mugnaio  cessarono di lavorare e  le donne nelle case, chiamate dai fischi degli uomini, si fermarono nelle aie con lo sguardo fisso sul mulino, tutti erano sicuri che  il rompiballe da Volterra stesse andando da Gino a riscuotere le tasse e non vedevano l'ora che l'ometto reagisse e si comportasse come sempre...

Il mugnaio  un uomo di poco più di cinquantanni  non troppo alto ma massiccio e forzuto  era  facile ad alterarsi e a ricorrere e alle mani per un nonnulla.


Di lui si diceva che avesse ucciso un asino a cazzotti, solo perché non tirava bene la carretta con le balle della farina macinata.  Chissà in che modo avrebbe punito il Conte per la sua insolenza?

Ma quando, dopo una mezz'oretta, videro Ledo risalire il sentiero tutto intero, rimasero a bocca aperta in silenzio fino a quando Giulianin, il garzone,   urlò forte
 – gli ha fatto pena  anche a lui!- allora tutti scoppiarono a ridere e si rimisero al lavoro di buon umore

.
Il mugnaio, stranamente,  non aveva fatto storie, aveva accolto Ledo e i suoi uomini gentilmente e aveva pagato tutti i suoi debiti al Conte, senza replicare, anche perché era certo che prima o poi i suoi soldi li avrebbe riavuti indietro  tutti e con gli interessi.



Infatti  ogni giorno lo vedeva arrivare, tentennando pericolosamente sui sassi del fiume, e lo guardava sdraiarsi a fatica sullo scoglio per spiare le nudità di sua figlia. Gli sarebbe bastato puntargli il fucile alla testa per farlo secco al primo colpo, ma non era il momento giusto, stava già preparandogli un conto ben più salato che gli avrebbe servito presto.



 Ignaro il Conte da Volterra ogni giorno si recava sul fiume a spiare la ragazza.

La donzelletta s'immergeva in acqua per qualche minuto poi si alzava in piedi mostrandosi in tutte le sue bellezze: i capelli neri, bagnati, le scendevano lungo i fianchi, la bocca carnosa, il collo lungo candido, il seno sodo, i fianchi ben torniti.

Immaginatevi il giovane si sentiva morire dall'eccitazione e  ogni volta che quella Dea riemergeva dalle acque, come se lo facesse apposta,  gli rinnovava quel desiderio due tre quattro volte, sempre più forte.

Ledo la bramava da morire, avrebbe voluto prenderla fra le sue braccia, baciare la sua bocca a lungo, sollazzarsi con lei sotto le lenzuola.

Mentre il Conte impazziva dal desiderio,  con le guance in fiamme e il ventre teso, Gino rideva sotto i baffi dietro la finestra,  sicuro che il Conte non avrebbe potuto resistere a lungo.

Così accadde la mattina del giorno seguente quando i valligiani videro il Conte
tornare al mulino.

 Gino, lo stava aspettando da tanto tempo,  seduto e con i gomiti sulla tavola che aveva già apparecchiato con del pane fresco, due bicchieri e un fiasco di vinsanto.
Quando sentì bussare alla porta si alzò e andò ad aprire sfoderando uno dei suoi sorrisi più
Falsamente cordiali.


I due uomini sedettero alla tavola uno di fronte all'altro, il Duca alto, ben piazzato,  implorava Gino, piccolo ma robusto come un toro di concedergli la mano di Fausta e l’ometto scuoteva la testa, fino a quando, un’oretta dopo, il nobile propose al mugnaio di pagargli una discreta sommetta come dote e allora Gino cominciò la trattativa.

Ogni volta che il Duca rinnovava la proposta di matrimonio,  piazzando nel centro della tavola un bel mucchietto di fiorini, il mugnaio rilanciava
posando sul piatto della bilancia, ora la bellezza della figlia, ora le sue virtù, ora la sua pelle candida,  ora la purezza .garantita da lui in persona e dal suo fucile carico.


La trattativa durò a lungo e si arrestò solamente quando Gino  percepì che i fiorini ammucchiati sulla tavola,   gli sarebbero bastati  a garantirgli una vecchiaia serena allora  accettò.

Il conte Ledo da Volterra felice abbracciò il vecchio. Si riempirono i calici e   bevvero qualche bicchiere di vinsanto per festeggiare poi Ledo uscì.

I contadini che stavano aspettando che l’uomo uscisse dal mulino, ancora con le zappe ferme, lo
fissarono sbalorditi seguendo il suo cammino con lo sguardo fino a che raggiunse la strada che saliva all'albergo e spari all'orizzonte.

  A vederla dall'alto quella scena sarebbe potuta sembrare un domino. Quando l’uomo passava chiunque distoglieva l’attenzione dal proprio compito per fissarlo perplesso, così fecero i braccianti sui campi alti, ai bordi della strada, poi le donne dalle aie, infine i negozianti dalle botteghe e la stessa locandiera che se lo vide passare davanti e   rientrare in camera.

Allora  si alzò un vocio  che dal paese raggiunse i campi
  “Che cosa aveva a che fare il Conte con il mugnaio?”


Ledo,   appena entrato nella sua stanza  si mise alla scrivania prese la pergamena intinse il pennino nel calamaio e scrisse

-Carissimo zio,

il vostro affezionato nipote vi scrive  per informarvi che nelle montagne è tutto sotto controllo e   che la vostra fiducia non è stata riposta  invano. 
Ha nominato   3 guardacaccia, contro il bracconaggio, ha  fatto recapitare agli abitanti di Acquanegra le gabelle, chiesto l’aumento per l’imposta del vino. E’ inoltre  lieto d’informarvi che ha trovato moglie. Sposerà il quinto giorno di Maggio Fausta, la figlia del mugnaio di Acquanegra, e si stabilirà con lei   a palazzo Guidi, dove oggi stesso inizierà i lavori di manutenzione.
Non osando in cuor suo chiedere la vostra presenza al matrimonio vi manda i suoi più cari saluti, a voi, e a tutta la vostra famiglia.

 Conte Ledo Da Volterra -

Rilesse più volte la lettera, avrebbe voluto togliere e aggiungere parole ma era troppo agitato e la imbustò, e le appose i sigilli..
 Scrisse poi  a  suo cugino Anarco e a sua moglie, felice di dargli quella notizia e desideroso di fargli conoscere Fausta, sicuro che il bellimbusto sarebbe sbiancato dall'invidia.
  In confronto alla sua Isabella, che aveva più nobiltà che bellezza,  la sua sposa sarebbe sembrata una Dea e bene gli sarebbe stata a quell’Anarco che si sentiva il più bello e il più bravo  della famiglia.
Tirò un sospiro di sollievo poi  redasse la missiva per i suoi
 genitori per informarli delle nozze.

 Con il suo testone, da giovane manzo, chino sul foglio,  egli buttò giù sulla carta tutti i suoi sentimenti, lesse e rilesse più volte quella missiva melliflua, la sigillò con la ceralacca e si lasciò andare al gradito  ricordo degli occhi, due, e dei seni due, della sua Fausta.

I   preparativi delle nozze gli donavano una nuova energia così nonostante l’amore che gli faceva girare la testa, qualche ora dopo,
s’incamminò  verso il Palazzo Guidi, per un sopralluogo.


Senza nemmeno scendere dal cavallo Ledo elencava ai suoi uomini i lavori da fare per rendere la villa più accogliente mentre il valoroso Comandante Tonio Stefanelli, li annotava  con cura sulla carta.




Il giorno dopo, all'alba  si sarebbe messo in viaggio per consegnare le missive personalmente al Granduca  e a suo nipote Learco ai Conti Da Volterra, e ai Grezzi i lavoratori della pietra di Firenze che avrebbero costruito alla sua sposa la più bella delle ville..
.Dopo il sopralluogo alla villa, il Conte, non riuscendo a pensare ad altro,  tornò nel mulino di Gino per conoscere meglio la futura moglie, sul fiume.

Quando in paese si seppe del fidanzamento del Duca Ledo da Volterra con la pazza, quella sera, all'osteria, gli acquanegrini si sbellicarono dalle risa, il Conte  discendente dei Guidi avrebbe sposato la figlia di Gino,il mugnaio, la pazza.
- E' proprio il piede per la sua scarpa!- esclamò Giulianin, facendo scoppiare dal ridere tutti.
- A chi avrebbe potuto farla sposare se non a un forestiero, per giunta coglione?- aggiunse energico per farsi sentire da tutti i paesani che si stavano già scompisciandosi dalle risate.



Poi quando, alla fine della serata, tutti gli uomini del paese confessarono, ebbri d'alcool, all'oste di aver posseduto Fausta almeno una volta, sul greto del fiume,  raccontando ogni particolare, Filo, l'oste,  offrì da bere a tutti, per l'ultimo brindisi della serata
alle corna della nobiltà.

  billa- il capitolo seguente verrà postato fra due settimane -

mercoledì 10 aprile 2013

ACQUE INQUIETE -secondo capitolo-



 Se per tutto il giorno del suo arrivo, il Conte da Volterra, era rimasto  nella locanda a ordinare  e a  disporre la sistemazione dei suoi oggetti personali e della mobilia, la sera uscì in paese con un bel sorriso, forzatamente fiero sulle labbra.



Nonostante egli ricordasse , ancora con un una punta di amarezza,  la fredda accoglienza, dei cittadini  al suo arrivo, era convinto che presto avrebbe guadagnato il loro rispetto,
quindi salutava con la mano destra, offesa dagli spini, chiunque incontrasse, ricevendo però in cambio solo qualche grugnito di disapprovazione, che non scalfì affatto il suo ottimismo e il suo amore per quella terra e per quel popolo bifolco.


 Il giorno dopo il Conte Ledo da Volterra si mise al lavoro all'alba.

Aveva tanti atti da esaminare, molti documenti da ispezionare scrupolosamente.
 Dopo qualche ora di lavoro capì che lui non aveva scoperto nessuna terra e che i suoi nobili predecessori già la conoscevano.

Allora prese il faldone di Acquanegra dal baule e lo sciolse dai lacci rinsecchiti dalla polvere degli anni trascorsi dall'ultima slegatura.
Seppe, dagli scritti, che  anche il Granduca aveva vissuto  lì con la sua famiglia   e che vi aveva fatto edificare un bel palazzo che da allora era in uso ai sovrintendenti dello stato, e che quindi anche lui avrebbe potuto abitare.

Ispirato da quella scoperta si rimise al lavoro  e senza indugio controllò i fascicoli degli anni precedenti,  rifece i conti degli introiti delle tasse sul grano, sul mais e sul vino prodotto dai contadini, ne ricalcolò  le provvigioni dovute allo stato.


Sperando di trovare su quelle carte  ancora qualche errore da regolare e con il quale farsi bello al cospetto del Granduca, revisionò ogni carta  e  quando si accorse che nessun contadino, ormai da troppo tempo,  pagava le tasse e neanche la percentuale sui prodotti coltivati e gli affitti delle terre gioì.

Allora,  ricontrollò daccapo  se mai nessun suo predecessore avesse istituito dazi sulla caccia e  sui prodotti del sottobosco e si accorse che no, chiunque poteva cacciare, raccogliere i funghi nei boschi del Granduca senza versare neanche un fiorino di gabella.
Non perse tempo, nominò dei guardaboschi, fra i suoi soldati, poi preparò i conti dei tributi dovuti da ogni Valligiano, compresi gli arretrati, scrisse le cifre risultanti su tante cartelle e le fece recapitare alle case dei contadini, tirandosi così addosso, oltre alla diffidenza, le ire e le maledizioni peggiori degli Acquanegrini

Tutti sanno, e sarebbe inutile ribadirlo, che i montanari sono gente rustica,che vive di quel poco che riesce a coltivare negli orti sassosi e di ciò che riesce a cacciare di frodo o raccogliere nei  boschi.
Era, quindi scontato,  per loro, che nessun curato avrebbe mai dovuto chiedere loro nemmeno un fiorino per gabella.. Dopotutto  loro, i valligiani, non se lo sarebbero mai aspettato, convinti di essere essi stessi di grande utilità al Granduca.
Dopotutto  erano i custodi delle terre che recintavano e lavoravano , in modo che nessun forestiero mai avesse l’ardire di occuparle. Inoltre essi cacciavano nelle  terre del Granduca sì  ma raccoglievano i funghi e i frutti senza far spregio alla natura.

 In effetti, essi  non danneggiavano nessuno, forse l'Erario Statale ma di questo non si  davano cruccio e  era naturale che ora quella povera gente vivesse come un affronto le richieste di quel patrizio fetente, ed era altrettanto scontato che avrebbero  fatto di tutto per fargli ripagare l'affronto subito.
 Ma non solo  in quattro e quattr'otto fecero diventare Ledo lo zimbello del paese, la solita moneta con la quale i popolani ripagano le malefatte dei potenti.

Nelle osterie si portava come esempio negativo, innanzi tutto per la sua sete di denaro, poi per il suo modo altezzoso, per il suo fisico non proprio adatto al lavoro che doveva compiere, e soprattutto perché sembrava essersi subito accorto delle strane abitudini della figlia del mugnaio.

Qualcuno disse che l'avevano visto accorgersi al suo arrivo delle indecenti abitudini di quella matta della figlia del mugnai che prendeva prendeva il bagno nel fiume, ogni giorno che Dio mandava in terra, ed ogni giorno da quella prima volta,  il Conte Ledo da Volterra scendeva al fiume a spiarla.


Arrivava a cavallo sugli orti del Giarri, prendeva la stradina che porta al fiume, legava il cavallo alla staccionata di legno, si rimboccava le braghe, si toglieva gli scarponi e guadava il fiume, che da quella parte è poco più di un ruscello, con in una mano le scarpe e le calze e l’altra ben salda alle rocce
-Un vero impavido il nuovo sovrintendente!,- Avrebbe pensato chiunque avesse visto la scena!

Quando poi arrivava sullo scoglio Grande, quello davanti alla casa del mugnaio, si spalmava sulla roccia, per non farsi vedere dalla ragazza , con l’addome enorme che prima si sparpagliava liquido sullo scoglio gelato e poi si ricomponeva in tante pieghe, come quelle di un pachiderma.

Stava li tutto il tempo del bagno sdraiato e nascosto a vedersi la Fausta  prendere il bagno nel fiume, poi quando la ragazza si rivestiva e rientrava in casa,  anche lui ritornava indietro, visibilmente eccitato, ripercorrendo a ritroso la stessa strada.

I paesani lo sapevano, da sempre della figlia del mugnaino ma mai nessuno aveva mai osato avvicinarla perché Gino,il mugnaio, sorvegliava che i bagni della figlia si svolgessero in tutta tranquillità imbracciando il fucile carico a pallettoni.

Loro, gli Acquanegrini,  lo sapevano, ma il nobile ciccione no e in cuor loro speravano che  ci avrebbe pensato lui a farlo secco liberandoli presto dalla  sua tirannia.


billla- il prossimo capitolo verrà postato fra due settimane -

domenica 7 aprile 2013

L'amore di Raulf

In quel tempo era Raulf  a dividere il mio letto e non solo quello;
vivevamo in una casa solitaria: una vecchia casa colonica  rimessa a posto con tutti i crismi.
Al primo piano c'era una grande zona giorno  e al secondo il nostro rifugio invernale:  due camere, due bagni, un salottino con angolo cottura e un grande camino ad angolo.
Io e  Raulf, compatibili in tutto per tutto, trascorrevamo la stagione fredda nascosti fra le quattro mura, mettendo il naso fuori solo per la passeggiata giornaliera e per ritirare la spesa, che ordinavamo ogni giorno telefonicamente e che ritiravamo  in fondo alla strada.
La cosa che ci piaceva di più della nostra abitazione e di dove era collocata, era la solitudine completa, infatti, non c'era presenza umana  per un'area di circa sei chilometri.
Passavamo le nostre giornate felici,  io divorando libri gialli e lui dormendo e russando. Una coppia come tante...
Poi accadde  un fatto che disturbò oltremodo la nostra quiete.
Ancor prima che qualcuno c'informasse che una famiglia aveva deciso di comprare un rudere a circa trecento metri da casa nostra, arrivarono  alcuni paesani armati di motoseghe per tagliare le piante del possedimento del vicino che confinava  proprio col nostro.
Noi, chiusi in casa,  convinti di star vivendo il peggiore degli affronti, spiavamo i camioncini dei tagliaboschi percorrere la salita, che porta a casa nostra, e inoltrarsi nel bosco.
Tutto il giorno dall'alba al tramonto, essi lavoravano con quegli attrezzi, invadendo anche la nostra intimità,con quel rumore infernale che non faceva altro che riacutizzarci il dolore per la loro presenza.

Minuto per minuto, vedevamo dalle finestre,   le piante, dalle chiome folte, cadere a terra...
Eppure esse avevano resistito, per tanti anni, al ghiaccio alla siccità  e al caldo, e adesso che erano riuscite a crescere e a protendere le loro fronde verso il cielo venivano abbattute senza pietà.
La notte io e Raulf non riuscivamo più a dormire, le urla di dolore della foresta ci tenevano svegli.
Lui piangeva la sua malinconia, si sa:   i maschi vorrebbero che le cose che amano rimanessero immutabili per sempre, e io lo accarezzavo per rassicurarlo.
Ci eravamo appena adattati, riuscendo ad addormentarci per alcuni minuto, e quella mattina,  quando Raulf scese a fare la sua passeggiata, rimasi a letto.
 Non ero riuscita ad addormentarmi per le urla di disperazioni del mio compagno che piangeva il lutto per tutte quelle morti.

Stavo appena per riaddormentarmi quando ho udito Raulf gridare forte.  Allora sono scesa in ciabatte e in vestaglia e quando sono arrivata al piano terra ho temuto per Raulf, la sua voce soffocata da lì sembrava arrivare da molto lontano.
Prima di uscire ho preso dal cassetto, della cucina estiva, un lungo coltello temendo che i lupi lo avessero attaccato.


 Ho camminato a lungo arrampicandomi a fatica per i boschi calvi,  chiamando il suo nome, ma niente. Soltanto concentrandomi  mi sembrava di avvertire una specie di guaito lontano che mi faceva disperare e mi faceva correre più velocemente.
Non so bene dove ne' quando ma a un certo punto mi è sembrato di avvertire qualcosa sul ciglio della strada   Cosa?

Ecco non lo so,  un’ombra, un movimento, una sensazione...
Mi trovavo nella strettoia a pochi metri dalla catapecchia del vicino e quella cosa, mi rassicurava,  ma rimasi immobile senza fare un passo verso quell'essere animato.
La vidi, una specie di tronco animato orizzontale sul terreno, si scuoteva in un lungo tremito.


Mi mossi   verso quella direzione : un corpo dilaniato  sussultava sul terreno  saltellando come una tartaruga rovesciata…
 Erano stati attaccati, dov'era Raulf e soprattutto chi era quel tizio?  La mia voce si spezzò in un pianto disperato
- Raulf!- Raulf- gridavo come una pazza, mentre anche il tronco muggiva.
Che fare?  Provai ad avvicinarmi  all'uomo senza gambe che pisciava sangue come una fontana, non sapevo come agire per aiutarlo e chi chiamare ma soprattutto m'inquietava la mancanza del mio  Raulf.

Così scappai  all'inseguimento del mio convivente, dopotutto quell'uomo non sarebbe campato a lungo. Ricominciai a chiamare il mio compagno.
- Cosa era successo?- mi chiedevo intanto.

A un tratto un rumore nel bosco rado   richiamò la mia attenzione.
Un cane dilaniava dei brandelli di carne insanguinata.
indietreggiai impaurita cercando di sparire dalla sua vista.
Nascosta dietro un fuoristrada, probabilmente del nuovo vicino,  guardavo quella scena ripugnante sempre temendo per il mio  Raulf.


 Mentre cercavo di sgomberare la mia testa dalle scene terribili che avevo appena visto, qualcosa mi toccò la gamba destra. Trasalii.
Un  grosso cane  cercava di leccarmi la mano destra che io ritrassi subito, schifata dall'odore di sangue che  impregnava il suo pelo..
La bestia se ne accorse subito e cominciò a premermi sulle gambe in cerca di un contatto..
Ero terrorizzata, non sapevo che fare, quella fiera avrebbe divorato anche me… sentii che presto mi sarei lasciata andare e lui mi avrebbe sbranato
Poi  la bestia  abbaiò e io lo riconobbi, era il mio Raulf.
Cosa potevo fare a quel punto  se non nascondere le tracce dell'aggressione?
Raulf per me era tutto ed ero certa che egli avesse attaccato il vicino, se era il vicino,  per me, per la mia quiete...
Così  raggiunsi il luogo dove il mio compagno aveva consumato il suo pasto e controllai se erano rimasti dei resti sul terreno.
 Tornai dall'uomo, che Raulf aveva attaccato, che  continuava a grugnire e a tremare.
Non me la sentivo di seppellirlo vivo,  allora lasciai che il mio amico se ne cibasse e poi seppellii  tutti i resti.

Mi spogliai di tutti i miei vestiti  e delle ciabatte  e corsi in casa a prendere  del cherosene, lo cosparsi sull'auto e ci gettai sopra il mio accendino.

Quando tornai a casa riposi il coltello e portai Raulf nel bagno dove lo lavai a lungo col bagnoschiuma alla lavanda, infine, lavai anche me.

 Mi accomodai ancora bagnata con l'accappatoio addosso, davanti al camino con una tazza di te caldo fra le mani, ancora troppo scossa dagli eventi…
Raulf ,allora, si accucciò sulle mie gambe, lo accarezzai sulla testa come piaceva a lui.
Dalla portafinestra della veranda, intanto,  le fiamme dell'incendio illuminavano a giorno il cielo.
Ritrassi lo sguardo quasi subito,  il russare placido di Raulf  mi fece sorridere, la calma era tornata,  sorrisi compiaciuta   prendendo il mio libro da  terra.


L'amore di Raulf - Billa

martedì 2 aprile 2013

Madonna col bambino e due angeli - Filippo Lippi

Non mi si venga a dire che si fanno chilometri su chilometri per andare a veder una città così tanto per passare una domenica, senza avere in testa una meta, un particolare per cui vale la pena farlo.


Penso che ci sia sempre da qualche parte una leva che sollevi il mondo, per dirla all’Archimede; un qualcosa che motivi perché se ne fa cento di chilometri per andare al mare, magari solo per leggere un libro sotto l'ombrellone. 
E diamine, lo voglio dire, questa è una cosa che a me piace un casino!

Insomma ci siamo capiti, no?

E non è detto che sia sempre un libro questa leva, potrebbe essere che ne so, una pizzetta in pineta, o una  birretta al barretto, o quello che volete voi.




No, non c'è un legge fissa. Tutte le volte l'obiettivo cambia, un po' come quando vado agli Uffizi.
Non sempre è la solita opera a intrigarmi per andarci.
In questo periodo, per esempio, è toccato a un quadro ben preciso. Vi assicuro il mese scorso era un altro ciò per cui ciò è successo.
Quello che a me capita per l'arte sta succedendo a mio figlio con le ragazze: d'estate la bionda, d'autunno la castana, d'inverno la mora, di primavera la rossa. D'altronde lo capisco: bello com'è ha l'imbarazzo della scelta.

Ma si parlava d'arte. È Primavera e da poco è finito l'Inverno, giusto? E io da Giotto, un dei miei artisti preferiti, e non è detto che prima o poi non ne torni a parlare, sono passato a un altro artista sublime quanto lui, le cui madonne, secondo il mio parere, sono di una bellezza incomparabile, e l'avere il bambino Gesù in braccio non fanno che accrescerne il loro alto potere seduttivo.
Vi è mai capitato vedendo una mamma alle prese con i figli, per  le movenze, per la dimestichezza  con cui li tratta,  aumentarne la valutazione della sua  bellezza in un tutto armonico?

Be', a me è successo anche ieri, in una libreria con una professoressa di mio figlio.
Vederla fuori dal contesto scolastico a  discutere con serenità con Alessio, prima; e dopo salutato, quell'accarezzare con delicatezza i suoi  bambini; passare poi  a rispondere soavemente con attenzione al marito; e alla fine, alla cassa, salutarmi con soave gentilezza prima di uscire dalla libreria, ha reso la mia idea su di lei ancora più completa rispetto alla prima volta che l'ho conosciuta, in un tutto assolutamente armonico.

Penso che una donna è bella non solo  per la gradevolezza estetica, ma anche e soprattutto per come si adopera nel contesto in cui agisce, per come si predispone nell'affrontare il mondo che la circonda, che è fatto di persone, cose e eventi a cui è chiamata a rispondere e confrontarsi.

Ma si parlava d'arte giusto? Grazie a ciò che è successo in libreria ieri,  alla professoressa che Alessio ha salutato e con cui ha disquisito, mi è venuto voglia di rivederla.
No, ma che intendete? Non, la professoressa, ma ciò che in arte uno straordinario pittore fiorentino è riuscito a rappresentare: la bellezza di una madonna resa bellissima dell'armonia dall'ambiente circostante.
Mi riferisco alla "Madonna col bambino e due  angeli"  dipinta da Filippo Lippi e presente nella sala n. 8 della galleria degli Uffizi.
Ora, mettermi qui a descrivere i canoni della bellezza a cui questo fantastico pittore si affida, i colori che magistralmente usa e che l’opera su menzionata è antesignana in quanto la madonna, bambino e angeli sono raffigurati davanti a una finestra per mettere in risalto la paesaggistica, mi sembra francamente sfacciato e di troppo: basta affacciarsi su internet, affidarsi a un buon motore di ricerca e il gioco è fatto.

A me interessano, come suddetto, i particolari. Quelli che come indicato, fanno far chilometri per andare a vedere una città o leggersi un libro in santa pace al mare.
Anche per andare a vedere un quadro vale secondo me la solita regola. Sono i particolari di esso che ti colpiscono di più. E in questo quadro ce ne sono diversi che ne alimentano l’armonia.


Partiamo dai tre giovani raffigurati nel quadro: un bambino e due angeli. Ciò che di loro mi colpisce è la loro complicità: il sorriso di un angelo, quello nel quadro con i riccioli in basso per intendersi, è quello più sorprendente. La sua felicità è contagiosa e fa da contraltare con il malinconico sguardo della bellissima madonna, ciò che il pittore desidera mettere soprattutto in evidenza.


Lucrezia Buti, monaca come lo è stato il mio pittore in passato, la sua amata, più giovane di lui di quasi trent’anni, ha ricevuto da lui un figlio, e l’amore tormentato tra i due è ben rappresentato da quello sguardo: d’altronde è lei a essere ritratta e a rappresentare la vergine, e il figlio che sta per ricevere dagli angeli è proprio, Filippino Lippi, il frutto dell’amore della bella monaca Lucrezia e Filippo Lippi.

Un altro particolare sono le perle simbolo di assoluta purezza: non ci credete? Andata a leggervi qualche passo de "Il cantico dei cantici", per convincervene e poi riprendete pure la lettura di questo intervento, ve lo consiglio.





E comunque, di seguito ecco un estratto preso dal capitolo uno :

Belle sono le tue guance fra gli orecchini,
il tuo collo tra i fili di perle.
Faremo per te orecchini d’oro,
con grani d’argento.
Mentre il re è sul suo divano,
il mio nardo effonde il suo profumo.
L’amato mio è per me un sacchetto di mirra,
passa la notte tra i miei seni.
L’amato mio è per me un grappolo di cipro
nelle vigne di Engàddi.
Quanto sei bella, amata mia, quanto sei bella!
Gli occhi tuoi sono colombe.
Come sei bello, amato mio, quanto grazioso!
Erba verde è il nostro letto,
di cedro sono le travi della nostra casa,
di cipresso il nostro soffitto.

Fatto? Riprendiamo, allora.



Le perle le ritrovate sulla fronte, sul cuscino sopra il bracciolo e udite, udite, soprattuto ed è qui dove mi sono piaciute di più, lungo lo scollo dell’abito, a dimostrare la punta di eleganza della Madonna o di Lucrezia, fate un po’ voi.

Ora, so che il partito dei delusi comincerà a porsi domande sul tempo perso per seguire uno che ha fatto un panegirico così lungo partendo da librerie, professoresse, passando dal mare per andare a leggersi un libro, eccetera, eccetera.

Comunque, sì, è vero.

Tutto per una collanina a doppio filo sospesa su una camicetta bianca.

Ebbè? Che c’è di strano? In arte sono i particolari a catturare l’attenzione, sono le soggettività a rendere fantastica una cosa bella.
Quante volte si sente dire in giro: “… a quel non so che, che …..”.

A questo volevo arrivare, i particolari,rimangono sempre, leve che fanno sollevare il mondo.


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