mercoledì 27 marzo 2013

ACQUE INQUIETE -primo capitolo-



Chiunque avesse visto quel codazzo di uomini armati marciare nelle foreste del ducato avrebbe certamente pensato che quello somigliasse  più   un corteo funebre che   una missione di  ricognizione granducale, tanto si muoveva  a rilento.


Circa dieci passi prima della milizia un uomo: il giovane Conte Ledo da Volterra, procedeva bestemmiando ad ogni passo.

Essendo stato nominato dallo zio Granduca, fratello della contessa Ameriga  sua madre, sovrintendente delle montagne del ducato, egli   snocciolava, a gran voce,  le peggiori ignominie  infamando tutta la sua nobile famiglia  per il sopruso subito.


Ledo, abituato più alle abbondanti libagioni che all' andatura sostenuta,  rallentava oltremodo la marcia, e nonostante questo, ogni tanto, ripeteva uno strano rituale che  bloccava il passaggio a chiunque  avesse gambe più allenate.

Così, quando il nobile pose piede sulla cima di Montemagno, un monticello che di magno aveva solo il nome, il sole stava quasi tramontando ma egli, non pensando che presto sarebbe stato buio, si piazzò a gambe divaricate in mezzo alla erta e, piegando appena il busto verso terra  ricominciò ad inspirare e espirare fino a che, fatto il pieno di quell'ossigeno troppo puro, stramazzò a terra come un sacco vuoto. 


Toccò al valoroso Tonio Stefanelli sedare gli schiamazzi e le risate dei coscritti, seppur anche a lui il blasonato, adesso orizzontale, non andasse a genio, non sopportava che i soldati mancassero di rispetto al nipote del Granduca.

Quando Ledo aprì gli occhi molto tempo dopo, fu felice di constatare che tutto era pronto e che presto avrebbe potuto cibarsi e riposare e allora, alzandosi da terra e stropicciandosi la divisa per darsi un po' di contegno, si diresse sulla cima del dirupo per fare il conto, guardando giù, d quanta strada avessero percorso.

Immaginatevi il suo stupore quando vide che sotto di se si apriva una valle, allora, sorpreso e soprattutto convinto di trovarsi sulle cime più alte del mondo  pensò  d’aver scoperto una nuova terra e provò a compiere qualche passo giù dal burrone, come un prode pioniere;


mentre dall'alto,  Stefanelli lo osservava temendo che gli successe qualcosa e che, per quest'impudenza, gli toccasse l'onda del disprezzo del Granduca.


Tenendosi saldamente ad un cespuglio di ginepro, fece qualche passo giù dal dirupo, ma sfortuna e disattenzione vollero che, a un certo punto, la presa gli scivolasse dalle mani e precipitò qualche metro giù dal precipizio.


Ma il fato , sempre dalla parte dei potenti, gli mise fra le man  che raschiavano la roccia in cerca di un appiglio, una  tenace pianta di rosa canina,  alla quale lui si aggrappò con tutta la sua forza, tremante e impaurito a morte.

E solo quando capì  che la pianta gli aveva sì ferito i palmi ma lo teneva saldamente ancorato guardò giù.... 
Riempiendosi gli occhi di tanta bellezza Ledo decise in quel momento, che, se fosse riuscito a salvarsi la pelle in quel luogo meraviglioso, che aveva appena scoperto.

L'alta montagna sulla quale si trovava abbarbicato, degradava dolcemente formando delle colline di un verde così insolito per quella stagione, e più giù  un mosaico d’orti riempiva ogni spazio.
Una strada carrozzabile, che da quella altezza a Ledo appariva come una riga tratteggiata col pennino, divideva  in due il paesaggio separando di netto la parte collinare dalla pianura che  continuava fermandosi a ridosso  di un  fiume nero  e gonfio  di acque sorgive.


Il mercoledì seguente, il Contee i militari raggiunsero Acquanegra e si sistemarono nella  sola locanda del paese, dove Ledo fece dislocare, temporaneamente anche gli uffici dello stato.


 Se il blasonato al suo arrivo in quella terra si aspettava di essere accolto in pompa magna, come si addiceva a un uomo del suo rango, capì subito che ciò non sarebbe accaduto e quindi ricacciò l’orgoglio nell'angolo più nascosto del suo immenso ego.





billa - il secondo capitolo verrà postato fra due settimane -